Ci sono decenni più magici di altri, inutile negarlo. Per me il mito erano i ‘60 perché negli ‘80 ci vivevo, e ci feci il pezzo più importante della vita, dall’adolescenza alle prime esperienze di lavoro.
Ma per altri, e vai a sapere perché, gli anni ‘80 continuano a essere il miraggio di un tempo perduto e dorato. Per i miei colleghi un po’ più grandi di me, annoiati intellettuali di sinistra erano “questi fantastici anni di merda”, perché si erano ingoiati le illusioni rivoluzionarie con il “riflusso” (chi si ricorda ancora questa parola?) e l’ “edonismo reaganiano”.

Per me furono gli anni del mio primo sassofono (prodotto nel 1980, e lo suono ancora) del collegio, del deodorante Brut, poi di litri di profumi talcati, delle prime passioni, di mia mamma disperata perché le mie passioni erano sempre sbagliate, e poi del lavoro, la pubblicità. Un ragazzino in un mondo di giganti, incredibilmente affascinante.
Benché molto di quello che producevamo in quel decennio magico del “secondo miracolo economico”, innescato dalle TV private del Cavalier Berlusconi, fosse oggettivamente spazzatura non troppo migliore di quella che circola oggi (anche se “culturalmente” molto più importante, e ne abbiamo parlato un po’ ricordando un genio del periodo, Elio Fiorucci), una differenza c’era. Oggettivamente, penso, a nostro favore.
Con il tempo, la pubblicità è diventata sempre più immagine e immagini. Ma quando mi affacciai in quelle stanze dove ancora si fumava come turchi e la colonna sonora era il ticchettio di una redazione o di un commissariato, la parola era ancora l’elemento centrale.
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Il nostro mito, lo dicevo prima, erano ancora gli anni ‘60, quelli di Bill Bernbach, di cui il mio padre-maestro, Marco Mignani (l’uomo dei “dieci piani di morbidezza” e di “Milano da bere”, per intenderci) era il Sommo Sacerdote italiano. È un genio ricordato per tanti doni alla pubblicità italiana, ma lui amava ricordare se stesso per uno dei suoi primi slogan, scritto da ragazzo per una lozione anticaduta (suppongo Pantene).
Dimenticate i capelli che avete perso, fate qualcosa per quelli che avete ancora
– Marco Mignani
Era un uomo esigente e terribile, quello che un capo deve essere, e non c’era lavoro abbastanza piccolo, insignificante, fosse pure il retroetichetta di un ananasso, da non meritare la sua attenzione, e quindi la tua, quando dovevi scriverlo.

Occorreva creare sempre, inventare sempre, e il materiale delle nostre invenzioni erano le parole. Le immagini sarebbero venute, ma dopo. Il nostro era un mondo di copywriter, non di fotografi, o di art director. Di artisti della parola.
Alto Gradimento e il fenomeno Bracardi
Quando cominciai a misurarmi col tormento di inventarmi qualcosa per una promozione di automobili o un olio lubrificante, Renzo Arbore e la sua gang erano già stelle pienamente sorte. Retrospettivamente, stava cominciando il loro declino.
Arbore e Boncompagni – Boomerissimo.it
“Quelli della Notte” e tutto quello che ne seguì furono il loro canto del cigno (un canto lunghissimo che continua ancora oggi) ma la loro stella era sorta molto prima, con Alto Gradimento. Alla radio, non a caso, il tempio della parola, che Arbore, Boncompagni avevano dissacrato con una galleria di folli personaggi, che si dovevano più o meno 50/50 a Mario Marenco e Giorgio Bracardi.
Giorgio Bracardi è stato tutto, ma in origine, cresciuto in una famiglia di artisi romani, soprattutto intrattenitore e pianista (come Pippo Baudo, del resto). La sua svolta professionale arrivò grazie a un tour in Spagna, dove una radio privata lo contattò e “all’improvviso nacque lo Scarpantibus, l’uccellaccio del Nicaragua dalle sembianze umane”. Vai a sapere come, Boncompagni e Arbore riuscirono ad adocchiare l’uccellaccio e lo cooptarono nel loro show radiofonico. Avevano bisogno di un tocco folle perché “Alto gradimento non andava benissimo, vivacchiava“ Bracardi si ripresentò come Scarpantibus e fu subito un successo: “Da lì mi hanno coinvolto tutti i giorni fino a quando per le telefonate dei ragazzini, sono saltati i centralini della radio”, ha ricordato in una delle interviste che trovate linkate.
In “Alto gradimento”, trasmissione radiofonica andata in onda dal 1970 al 1981, Bracardi creò un vasto repertorio di personaggi memorabili tra cui Scarpantibus, il petulante giornalista Max Vinella, l’esaltato gerarca fascista Ermanno Catenacci, il depresso dottor Marsala e il Prof. Aurelio Marcellini.
La trasmissione “andò in onda per undici anni meno due mesi, sette giorni su sette. Fu qualcosa di irripetibile”.
Pizzette Catarì, qual è il vostro segreto?
Lo spot di Pizzette Catari è del 1982. Alto Gradimento era appena finito, io la pubblicità la vedevo ancora solo in televisione.
Lo spot delle pizzette Catarì – Boomerissimo.it
E allora passava spesso questo spot. Non una pietra angolare della pubblicità di ogni tempo. Un piccolo divertissement che aveva il pregio di portare finalmente in video una di quelle voci che avevamo conosciuto in radio. Una voce con la faccia di Giorgio Bracardi.
E non c’era poi veramente nulla in quello spot, se non una scatola di pizzette, un Bracardi seduto, una lampada di design in un angolo. Espressioni molto bracardiane, grandiose, sì. Ma niente costumi, niente Scarpantibus, niente spettacolo se non un grandissimo istrione (anche a mezzobusto) e la parola, il potere della parola.
Se molti ricordano questo spot minore per le contorsioni e le intemperanze di Bracardi, io lo ricordo per le sue parole: le parole di un grande copy. Le ricerche d’archivio non hanno fornito risultati nemmeno sull’agenzia, che in’indizio me l’avrebbe dato. Non è escluso (ma non è nemmeno certo) che il copy sia Bracardi stesso.
“Pizzette, pizzettine Catarì, qual è il vostro segreto?
Se non ho fame me la fate venire, se ho fame, me la fate passare
Pizzette Catarì: calmano la fame, stuzzicano l’appetito”
–Giorgio Bracardi, Pizzette Catarì, 1982
Grazie alla magia di queste parole, ingegnose e geniali, che mi ricordano la costruzioni verbali di un mio giovane capo, questo spot senza quasi nulla altro di memorabile, senza nemmeno un investimento media di quelli importanti, si è scavato uno spazio nella nostra memoria.
Uno spazio da cui non senbra avere nessuna intenzione di andarsene, tanto che tutti lo ricordiamo (e a me è persino capitato di cercarle, le mitiche pizzette), anche oggi che le Pizzette Catarì da tempo, come prodotto, non esistono più.
Bracardi, lui, c’è ancora. Come Arbore fa qualche apparizione fugace, ad un’età ormai veneranda. I due, come purtroppo capita sono oggi in causa per questioni di soldi, legate ai diritti di Alto Gradimento.
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Sostiene Bravardi che Arbore e Boncompagni non gli abbiano riconosciuto “i giusti meriti” . Dispute tra vecchie glorie, di quelle che rischiano di non finire mai.
Un po’ come la magia delle loro invenzioni, verbali e no.
Antonio Pintér – Boomerissimo.it®


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