Cos’è stato Elio Fiorucci? Ripercorrere la sua mostra di Milano ci lascia con un gran casino in testa. E una grande felicità dentro. Che fosse questa l’essenza dei suoi poliedrici brand?
Non uno stilista, non un artista, non un intellettuale. Sicuramente un commerciante, Forse un impresario in stile Barnum. Uno che raccoglieva, riorganizzava, esibiva, rivendeva idee, talenti. Certamente Elio Fiorucci è stato uno stato d’animo, un modo di guardare alla vita e di viverla. È stato la voglia, che ha attraversato decenni, mode, tendenze, di amare e di essere felici.

La pulsione a tuffarsi nell’assurdo quotidiano, e nella sua inafferrabile bellezza, di vedere tutto come se fosse la prima volta, di stupirsene e di rovesciarselo addosso. Una lunghissima, infinita, infanzia gioiosa e piena di sorprese.
Elio Fiorucci, uno che ti sentivi sempre un po’ vicino e un po’ agli antipodi è un uomo con cui la mia vita si è incrociata in modo strano e quasi ossessivo. Un genio dello show e della creatività intesa nel senso più largo, che forse non ha mai creato nulla con la sua matita, ma che comprava, avvicinava, lasciava creare agli altri. E poi lo firmava. Perché quel casino ingovernabile, senza nessuna logica apparente che non fosse la sua, alla fine era sempre e inevitabilmente Fiorucci.
Fiorucci, il non stilista
Fiorucci era nato nel 1935. Per ragioni anagrafiche, mi sono perso completamente il momento più folle energico e rivoluzionario del brand Fiorucci. Quello spezzone di anni ‘60 e poi ‘70 in cui Fiorucci mise in uno specie di immenso frullatore tutto quello che di nuovo e di curioso avveniva nel mondo, e specialmente nella Swingin London, e trasformò il paesaggio di una Milano per signori. Un posto misurato e serio, che improvvisamente diventò un’esplosione di idee curiose, divertenti, kitsch, a buon prezzo.

Stivali di gomma trasparenti e colorati, etichette colorate, scatole, cannucce intorcinate, angioletti. Tutto mescolato in un negozio che non si capiva che vendesse, ma si capiva che vendeva Fiorucci.
Plastica, neon, lucine, paillettes, un turbine che era diverso dalla “moda povera” che per un certo periodo ci martirizzò negli anni ‘70.
Quella di Fiorucci era invece una moda ricca, ma di idee e di follia, di accostamenti, che tutti potevano permettersi. Per lungo tempo mise irrimediabilmente out il fashion delle signore bene, che si ritrovarono, forse stupite, ma con il sorriso sulla bocca, a frugare in quella immensa bancarella articolata su più negozi, che diventavano improvvisamente bar, ristoranti, poi musei, poi sale da concerto, per poi tornare negozi, in una cavalcata che niente poteva fermare.

Essere poveri ma belli (a volte), e soprattutto sorprendenti, intelligenti, curiosi e pieni di humour, diventò la cosa da essere. E per esserlo dovevi quantomeno conoscere e ispirarti alla giostra che Fioruicci aveva allestito vicino a Piazza San Babila, e che sarebbe esplosa prima in Via Torino, poi in Italia e poi ai quattro angoli del mondo.
In quel momento a Milano succedevano delle cose, cioè dopo la fine della Guerra era come la fine di un incubo, capisci? Non c’era nessuno, nei negozi di scarpe c’erano solo le scarpe nere e marroni. L’unico che faceva qualcosa di nuovo ero io.
–Elio Fiorucci (dal catalogo Electa)
Fiorucci Elio, di professione figlio di un mercante di pantofole. Uno che aveva il negozio in Corso Buenos Aires (ovvero più o meno dove abito tuttora io) era un ragazzo irrequieto, ma non un folle. Un commerciante curioso e pieno di voglia di nuovo, che come primo passo nella sua lunga strada di ricreatore di mondi e di tendenze, pensò bene di reinventare il pantofolone che i più sfortunati erano costretti a portare sopra il gesso. Una sfida sicuramente difficile e dalle prospettive incerte, che se non cambiò il mondo dimostrò che il ragazzo non era disposto a fermarsi davanti a niente. Si sarebbe potuto capire tutto da questo, e anche dal temino che Fiorucci aveva scritto ad una età imprecisata, e che la mostra esibisce nella sezione “Inizi”.
“Da come desidero e da come immagino il mio avvenire, penso che ci sia molta diversità, perché difficilmente nella vita si riesce a realizzare ciò che si desidera”
–Elio Fiorucci (tema scritto all’Istituto Volontà di Via Tamagno, Milano)
La diversità, quella vera
Diversità, questa parola che il piccolo Elio metteva al centro dei suoi progetti, della vita di Fiorucci è stata davvero il centro.

Diversità non nel senso stucchevole della “diversità” militante, e della volontà di stupire ad ogni costo. L’idea di Fiorucci era più quella di divertire e sicuramente di divertirsi.
Dello stilista, come abbiamo già detto, non aveva nulla. Non la seriosità compunta, non la convinzione incrollabile di essere una sorta di nuovo Michelangelo, non certo il look.
Ma soprattutto disegnare vestiti non era il suo mestiere. Il suo mestiere, da quando riempiva valigioni nel negozio di Biba, a Londra, per alimentare il suo primo shop milanese, a quando cominciò ad assemblare immagini, stereotipi, suggestioni in combinazioni sempre nuove, era quello del commerciante.
Fiorucci comprava, assorbiva, collezionava, riassemblava. Il western, le pin up della pubblicità anni ‘50, gli angioletti che gli aveva scovato l’architetto Italo Lupi. Tutto insieme, tutto recuperato da qualche parte e combinato in un immenso collage.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con una piccola offerta a questo link
Il suo mestiere era la distribuzione, e soprattutto l’accostamento. E di questa folle cornucopia di accostamenti, di idee e di persone con idee, la mostra che abbiamo visitato per voi, noi di Boomerissimo, è un riflesso molto efficace. Efficace perché divertente, e stupefacente. A un certo punto di trovi pure davanti una Giulietta Alfa Romeo reinterpretata da Fiorucci in modo avventuroso, con le gomme blu. Forse la cosa più brutta che si sia mai vista. Non ne avranno venduta manco una. Ma di certo ci si sono divertiti.
I tre percorsi della mostra
La mostra è stata pensata come un intreccio di tre percorsi diversi, che si ricombinano e si influenzano uno con l’altro, spesso facendo saltare il visitatore. Un visitatore attivo, il cui compito non è guardare e fare “oh” ma anche prendere le cuffie e ascoltare, piegarsi per vedere meglio, mettersi in punta di piedi per seguire meglio oggetti delle volte strampalati.

Il primo percorso è quella di un’autobiografia sonora in cui Fiorucci ripercorre fatti e curiosità di una vita spumeggiante, percorsa tra ciabatte, arte contemporanea, grande business, cartoline, viaggi. Un viaggio in cui Fiorucci insiste ancora una volta sull’illusione, su quanto i suoi ricordi siano inaffidabili, creazioni anche loro, in fin dei conti.
C’è una raccolta di oggetti e immagini articolata cronologicamente, ma in una specie di caos ordinato, non sempre datato e databile.
E poi c’è la mostra vera e propria sui banconi. Accessori, shopper, cataloghi, raccoglitori, un vulcano di cui di Fiorucci non c’è strettamente nulla. Nulla che lui abbia disegnato. Ma c’è lo spirito, la spinta vitale, umana e creativa, che ha raccolto, avvicinato e spinto all’azione una legione di commerciali, buyer, creativi non sempre ben inquadrati in categorie, artigiani, viaggiatori, uniti da un comune sentire: quello di ELio Fiorucci.
È una mostra collettiva dello spirito di Fiorucci il cui risultato è l’opposto dell’ “immagine coordinata” cara all’industria della comunicazione “vera”. Eppure Fiorucci sapeva benissimo che la moda è un mezzo di comunicazione.
“La moda è un mezzo di comunicazione di massa, una televisione non elettronica, a due vie. Cioè in grado di ricevere ma anche di trasmettere messaggi”
—Elio Fiorucci, 1979 “appunti e immagini per una mappa della moda”
L’agenzia di comunicazione Fiorucci
Passeggiando avanti e indietro nel tempo, nel mondo di Fiorucci, in quello che resta dell’effimero quotidiano delle sue fucine creative, sono tornato a casa.

Per me, che sono cresciuto in un’agenzia di comunicazione (allora si diceva, senza vergogna, di pubblicità) degli anni ‘80, la mostra di Fiorucci è un ritorno nel mio mondo.
Quello in cui si viaggiava, si strappavano pagine dalle riviste. Si incollavano in raccoglitori, si prendevano appunti. Si frugavano librerie, mostre, concerti, inseguendo qualsiasi cosa apparisse nuova, interessante. Raccogliendo montagne di carte e cartoncini, facendo foto che poi si sviluppavano, e accumulando metri cubi di testimonianze che dopo un po’ ti soffocavano e diventavano spazzatura, in un mondo in cui internet non era ancora stata inventata.
Cercavamo, accostavamo, collezionavamo, ricombinavamo cose che in teoria non c’entravano, e quella era la creatività. Non avevo mai pensato, io che mi mettevo le giacche e le scarpe americane, di avere fatto lo stesso lavoro di questa banda di lucidi folli arruolati da Fiorucci, nella stessa città, negli stessi anni. Gente con uno stile completamente diverso dal mio, se non per le scarpe da basket di tela arancioni Classic Nuveau, che precorrevano almeno qui le Converse.
I jeans di Fiorucci – Boomerissimo.it
Eppure osservando quei cartoni, quei raccoglitori, quegli schizzi, quei collage, quei raccoglitori pieni di miriadi di etichette diverse, ma veramente e follemente diverse, per la stessa cosa (incredibile opposto dei brand book, che declinano un logo per tutti gli usi possibili e immaginabili, in modo che appaia sempre uguale anche al più ottuso degli spettatori), immergendomi in quell’effimero creativo che un mese dopo non serve più a niente, ma che miracolosamente qualcuno ha conservato, ho riconosciuto il mio mondo.
E per la verità il mondo di chiunque abbia lavorato nell’industria culturale di Milano (e non solo) in un certo prolungato momento storico. Anche mio padre che dal 1960 ha creato le copertine della Mondadori ha fatto un mestiere così. I suoi raccoglitori di ritagli ingombravano tutto.
In agenzia, i nostri ziggurat di cartoni, di layout, di storyboard, venivano progressivamente smaltiti e poi abbandonati nel corso di qualche trasloco. I più attenti di noi, si sono conservati qualcosa nei loro portfolio.
Quelli di mio padre e di tutto l’ufficio grafico della Mondadori, vennero bruciati in una pira nel cortile interno di Via Bianca di Savoia, quando la Mondadori si trasferì a Segrate, nell’allora futuristico cubo ad archi di cemento di Niemeyer.
Le cose, tutto il ciarpame di Fiorucci e dello suo cangiante assembramento di cercatori e ri-creatori invece sono rimaste, o quantomeno ne sono rimaste abbastanza per mettere insieme una mostra straordinaria che riempie mezza Triennale.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con una piccola offerta a questo link
Ne sono rimaste abbastanza per passare un pomeriggio a sorprendersi, a divertirsi, a chiedersi come diamine poteva venire in mente certa roba. Molte delle cose che ho visto non me le ricordavo, erano troppe. Dalle ciabatte, a Love Therapy (quello invece me lo ricordo bene, perché stava proprio sotto casa mia, a due vetrine dal mio meccanico di biciclette) Fiorucci di casino ne ha fatto in quantità industriale, torrenziale.
Tanto, ma non troppo. Quello che serviva per inseguire il sogno di essere felice. E non di rado acchiapparlo, almeno per un po’.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


Rispondi