Boomerissimo si allarga. Forse fa anche il passo più lungo della gamba. Oltre alla cultura pop ci occuperemo anche di cultura vera, senza la pretesa di essere esaustivi o illuminanti/illuminati.
Quando un anno fa è cominciata l’avventura di Boomerissimo, il mio “compagno di merende” ed io abbiamo parlato molto su cosa volevamo da questa rivista.

Evitando di tediare con i dettagli, abbiamo pensato, molto egotisticamente, di fare qualcosa che piacesse a noi, parlasse di cose e persone che a noi dicono qualcosa, senza “nostalgia canaglia”, ma con una buona dose di ironia, a volte anche feroce.
L’avventura
Abbiamo deciso di essere presenti sui social e in questo ho fatto violenza a me stessa, che sono restia a qualsiasi forma di esposizione e che profili sui social media non ne ho mai avuti e mi è sempre andato bene così. Boomerissimo è il mio alter ego, la mia seconda identità e grazie a lui sono diventata social.

Quando abbiamo aperto l’account Instagram avevamo davvero pochino che si potesse guardare, da qui l’idea di Antonio Pintér di rimpinguare le nostre scarse foto con quelle di artisti, fotografi in primis e mi affidò il compito di sceglierle, selezionarle e postarle. Ricordo perfettamente la mia obiezione, era del tono “io capisco una beata di fotografia, fallo tu!”.
Mi sembrava un’obiezione tanto corretta quanto ineccepibile. Lui viene dal mondo della pubblicità, quando si faceva seriamente, tecnicamente è preparato, si diletta di fotografia, di macchine e ammennicoli vari e dal punto di vista visual ha una genealogia invidiabile, è figlio di un pittore, illustratore, un artista, Ferenc Pintér, che la storia l’ha fatta sul serio.
Il mio pensiero era giustificato, che c’entro io? Io che si e no avevo fatto con la mia Kodak le fotografie della gita scolastica a Venezia e Firenze e che le uniche foto che ho di me stessa sono di una bambina ingrugnita? Nulla, l’uomo fu irremovibile. Mi disse di guardare, cercare, scegliere ciò che mi piaceva, senza pensare se fosse giusto o sbagliato, se avesse un valore intrinseco codificato. E ho cominciato.
Le uniche fotografie che avevo frequentato erano quelle di moda. I servizi di moda di Amica, Grazia, i giornali che prendeva mia zia “giovane” quando ero bambina prima e ragazzina poi. Mia madre preferiva il gossip e la cronaca nera. Gli unici nomi che sapevo e ricordavo erano quelli di Avedon e Oliviero Toscani.

Ho cominciato così, sfogliando il carciofo e cominciando ad apprezzare “a sentimento”. Ho passato giornate guardando immagini, molte erano belle, ma mi dicevano poco. Piano piano ho costruito come un lego una mia personale sensibilità, aggiungendo un mattoncino per volta, ora di un colore, ora di un altro. Ho capito che le foto di moda, le prime che avevo conosciuto, non mi piacevano poi così tanto, che il colore lo trovavo freddo e sentivo il bianco e nero più intimo. Il mio universo fotografico si era così dimezzato, via il colore, dentro il bianco e nero, via le pose assurde, gli zigomi a catturare luce, dentro le strade, le persone, gli oggetti di tutti i giorni. Ed è così che ho scoperto Robert Doisneau.
Robert Doisneau e la mostra milanese
Ne ho postate molte di foto di Doisneau sull’Instagram di Boomerissimo a fare da controcanto alle copertine coloratissime dei nostri articoli.
Da maggio ad ottobre dell’anno scorso si è tenuta a Milano una mostra a lui dedicata ed io di certo non me la sono persa. La mostra è stata promossa da Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, prodotta da Silvana Editoriale, con il patrocinio del Comune di Milano, col contributo di Fondazione Banca Popolare di Milano e di Fondazione Fiera Milano. In 130 immagini provenienti dalla collezione dell’Atelier Robert Doisneau a Montrouge, l’esposizione ha riassunto l’idea, la poetica dell’artista nell’arco di un trentennio, dagli anni Trenta agli anni Sessanta.
Lasciando gli aspetti tecnici a chi ne capisce realmente, io posso solo raccontare perché mi sono innamorata ed affezionata a queste immagini. Uomini, donne, bambini ed animali sono ritratti da Doisneau, la strada come palcoscenico, anzi set fotografico. Tanti sono i bambini ritratti come tali, che giocano per strada e si esaltano per un rivolo d’acqua che scorre, che giocano tra i rottami della periferia di Parigi,
che suonano ai citofoni per poi scappare. Bande di bambini che oggi sarebbe difficile non solo immortalare (per privacy), ma anche perché le bande di ragazzini che giocano per strada sono diventate rare sia a Parigi che nelle città industrializzate del nostro mondo occidentale.
L’artista vagava per la periferia alla ricerca di una umanità vera, che era felice con poco e questa felicità ritraeva Doisneau. Non tutto era estemporaneo. Il fotografo a volte, chiedeva a quei personaggi una posa, un evento, ma nulla veniva sottratto alla verosimiglianza e alla verità dell’immagine. Come recita il catalogo citando le sue parole: “Si arriva in un bel posto dove le cose formano un’inquadratura armoniosa nello spazio. Si stabilisce un’inquadratura…E poi si aspetta, con una speranza completamente folle, irrazionale, che le persone entrino nel riquadro”.
Sono momenti di leggerezza di un’umanità che non vive esistenze dorate, istanti di felicità che fanno la differenza nelle lunghe giornate di lavoro, in ambienti squallidi, malsani, ma per questo quella felicità è più preziosa, cristallina e utile. E ci voleva un artista per metterla in scena e fissarla nel tempo.
Chi ha tempo, voglia, desiderio di emozionarsi, può inseguire questa mostra o anche solo guardarsi le foto. Un momento di felicità non si nega a nessuno.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


Rispondi