Erano anni difficili per un ragazzo milanista. Racconto di un giorno da incubo. E il peggio doveva ancora venire…
Per noi ragazzini malati di Milan, gli anni ‘70 sono stati anni duri e difficili. I nostri padri e i nostri zii avevano ancora freschi nei loro ricordi i trionfi di Rocco e di Rivera. Per noi, che nel 1968-69 eravamo ancora troppo piccoli per avere acquisito il senso della ragione, tutte quelle coppe e scudetti che decoravano le nostre bandiere facevano invece parte di una storia che studiavamo sui libri. Ne eravamo orgogliosi ma non erano nostri.

Li avevo mandati a mente con molta facilità per la digestione di date, luoghi, formazioni. Una capacità mnemonica assolutamente sorprendente per le mie attitudini, e che non si è mai applicata allo studio normale. Ma erano loro, non miei.
La questione della stella
C’era poi la questione della stella. Sì, all’odiata Juventus davamo un distacco impietoso nei trionfi europei e mondiali (ovviamente molto più importanti). Coi cugini nerazzurri, che detestavamo quasi altrettanto, eravamo invece più o meno alla pari, anche se per una disgraziata coppa Intercontinental persa con l’Estudiantes in circostanze rocambolesche, la loro bandiera pesava un po’ più della nostra. Non c’era dubbio che le grandi italiane nel mondo fossero Milan e Inter. La Juve vinceva solo in Italia (e noi sapevamo bene perché e percome). Ma le due maledette avevano sulla maglia la stella dei dieci scudetti. Noi no.
La cavalcata del Milan di Nereo Rocco si era fermata alla vittoria del campionato 1967-68: il nono. Da allora, cioè da prima che mi rendessi conto di essere un tifoso rossonero, aspettavamo tutti, grandi e piccini, la prossima vittoria, quella che ci avrebbe finalmente cucito sulla maglia quella medaglia a cui, unica tra le grandi, non avevamo ancora diritto. Uno stress micidiale.
Mio zio, il milanista più integrale che abbia mai calcato campi e spalti, dalla prima adolescenza si era strappato dal collo la medaglietta della Madonna e l’aveva sostituita con una visibile medaglietta d’oro ovale: c’era scritto AC Milan e al centro aveva i colori dello scudo rossonero e la croce di Sant’Andrea, l’unica che gli interessasse. Tra nonne e zie la cosa comportava qualche commento di disapprovazione sottovoce. Per me e per mio cugino, i pulcini della sua curva, quella medaglia era quella di un eroe.
Lo zio non era un fanatico, era uno che ragionava. Aveva sposato il Milan per sempre, semplicemente perché era la migliore squadra che avesse mai cavalcato i campi di calcio. Il genio di Gianni Rivera era lì a dimostrarlo. Dunque lo zio si era sempre rifiutato di possedere una di quelle bandiere con la stella che a San Siro continuavano a spuntare negli anni buoni (ma che si sarebbero rivelati non buonissimi). Ce le indicava con riprovazione. Non solo erano segno di stupidità e di impazienza non necessaria. Avremmo vinto comunque, era inevitabile. Ma quelle bandiere premature portavano pure una dannata sfiga.
1972-73: un anno quasi magico del Milan e una bandiera proibita
A pensarci bene, il 1972-73 era solo a cinque anni di distanza da quella magica stagione che ci aveva portato l’ultimo scudetto, la Coppa dei Campioni e pure quella Intercontinentale. Ma cinque anni quando ne hai nove sono tanti, trasformano il passato in preistoria, mitologia. Gli eroi di quelle imprese erano sempre sul campo: Rocco in panchina, Rivera in campo. Giovanni Trapattoni aveva cambiato ruolo, da terzino insuperabile a vice mister. Ma noi, quelle coppe e quelli scudetti non li ricordavamo. Nel 1968 eravamo ancora impegnati a fare i pisolini all’asilo, o a imparare a scrivere, secondo i ruvidi metodi pedagogici di quel tempo (che però ci insegnò effettivamente a scrivere).
Alla radiolina, la domenica pomeriggio. Alla televisione, nei riti post giornata della domenica sera, in quel 1972/73 assistemmo ad una cavalcata, che sembrava proprio una di quelle scritte nei libri e nelle pagine rievocative di Forza Milan. Però stavolta, tutta vera e tutta nostra. Il Milan fece quasi tutta la corsa del campionato in testa, tallonato da vicino da Juve e Lazio. E anche in Coppa delle Coppe passò un turno dopo l’altro.Non osavamo crederci, ma ci credevamo. Per una volta lo scudetto era molto più importante di qualsiasi coppa del cavolo. Era l’anno della “Stella”.
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Nessuno lo sapeva ma a metà aprile, nel segreto più assoluto, mio zio si recò da una sarta per farsi cucire una colossale bandiera, con una altrettanto impressionante stellona gialla. In quegli anni più modesti, in cui le nostre bandiere erano poco più che grossi fazzoletti, la sua sarebbe stata una delle più grandi bandiere di San Siro. A strisce l’aveva fatta. Perché il Milan è a strisce, non a quadri, come sulle bandiere dei buzzurri. Ma per il momento il megabandierone dello zio era ancora top secret.
Una settimana per giocarsi tutto
Tutti speravamo in un allungo. Tutti appiccati alle radioline, giornata dopo giornata, sperando che Lazio e Juve mollassero. Ma le maledette non mollarono.

La penultima giornata a San Siro, che nei programmi dello zio avrebbe dovuto essere quella della esposizione liberatoria del suo segreto, se ne andò con le inseguitrici attaccate a un punto. In quella settimana di metà maggio il Milan avrebbe dovuto andare a Salonicco a giocarsi la finale e poi rientrare per l’ultima giornata a Verona. Il trionfo assoluto, totale, inebriante era distante solo due partite.
La prima andò come doveva e poteva andare. Dopo un massacrante viaggio della speranza per arrivarci, il Milan si trovò a Salonicco a giocarsi la finale su un campo di patate acquitrinoso. Il Leeds correva e correva nel fango, il Milan arrancava distrutto dal viaggio e dal terreno favorevole agli inglesi, che al pesante sono abituati (si sa che viaggiano sempre con l’ombrello). Ma fu il Milan a segnare con Chiarugi, lasciando gli albionici con un palmo di naso. Nereo Rocco, negli spogliatoi, benché fosse tutt’altro che ostile al vino, proibì di stappare lo champagne. C’era ancora da tornare, e da vincere domenica.
Narrano le cronache che quei pochi giorni di distanza dal match di Verona furono il teatro di una battaglia epica tra l’allenatore, pratico e sostanzialista, e la dirigenza del Milan di Buticchi, che si sarebbe rivelata una cricca di cicisbei. Rocco insisteva per chiedere un rinvio della partita di almeno 24 ore. Il regolamento gli dava ragione e la squadra avrebbe avuto il tempo di rifiatare.
Gli dissero di no. Non sarebbe stato decoroso, il Milan è grande e non chiede rinvii. Rocco li mandò a quel paese. I termini usati nel privato non sono noti ma devono essere stati interessanti. Sui giornali filtrò in seguito la definizione di “banda di dilettanti”.
La “Fatal Verona”
Ma di tutto ciò noi non sapevamo nulla, e anche se lo avessimo saputo non avremmo perso un grammo di entusiasmo. La Coppa delle Coppe era nostra, presto lo sarebbe stata anche la stella.
Lo zio, abbonato a San Siro, decise di che giorni eccezionali richiedono decisioni eccezionali. Comprò un biglietto per la trasferta, lucidò l’Alfetta, strappò mio cugino all’abbraccio della sua famiglia (la mia probabilmente era troppo apprensiva per acconsentire a quella pericolosa impresa) e insieme partirono per Verona.
I 150 chilometri di quella autostrada videro per la prima volta quello che nessuno aveva ancora mai visto. Un enorme, maestoso vessillo rossonero a strisce, con una non meno enorme stella gialla nel mezzo. Sventolò pieno di gioia e di promesse tra Agrate e Verona Est. Non era più l’ora dei dubbi e della scaramanzia. I due erano in missione per conto della Stella.
Come andò a finire lo sappiamo. Il Milan scese in campo psicologicamente svuotato e con le gambe dure. Rocco era squalificato, come talvolta gli accadeva, a causa di qualche colorito scontro con la terna arbitrale, nelle giornate precedenti. In panca sedette il secondo, Giovanni Trapattoni: una delle sue prime esperienze decisive. Ma non la più gloriosa.
Sugli spalti del Bentegodi, una folla di milanisti attoniti, tra cui un tizio con una grossa bandiera e un ragazzino entusiasta che non riuscì a vedere quasi nulla, assistettero all’incredibile.
Un Milan paralizzato, in trance, fu travolto da un Verona che giocava senza nessuna ambizione di classifica, già promosso. La leggerezza mentale e fisica di quel Verona che colpiva per pura cattiveria crivellò in pochi minuti la porta del Milan, difesa da Vecchi. Ben prima del riposo l’Italia rossonera era già in lutto, sotto di 3-1. Nell’intervallo, Rocco scosse lo spogliatoio, zio e nipote agitarono l’aria, nella impossibile speranza di spingere il Milan alla rimonta. Il Verona ne segnò altri due. L’unica rimonta, nei minuti finali, fu quella da 5-0 a 5-3: c’era ben poco di cui entusiasmarsi.
Il volo
Il risultato tragico non aveva ancora chiuso ogni speranza per coloro che ascoltavano, ognuno alla sua radiolina. In Italia e a Verona l’ultima speranza era legata ai problemi di Lazio e Juve: nessuna delle due stava vincendo.

Mentre il Milan affondava sul campo, le orecchie si arrossavano alla radio aggrappate all’ultima illusione: il mega spareggione. Negli ultimi minuti della disfida a Verona non c’è più nulla da vedere, ci sono solo le vocine che gracchiano nei ricevitori a transistor. La prima voce annuncia la sconfitta della Lazio col Napoli, per un velenoso gol di Oscar Damiani nel finale. Evvai.
Sembra fatta, finché Cuccureddu, con un bolide sul campo di Roma, ci trafigge tutti. Game, set, match alla Juve. Ed è a quel punto che con un gesto plastico, che vedo in slow motion, come una sequenza del Il Gladiatore, il braccio dello zio descrive un arco da discobolo. Una radio vola, supera (fortunatamente) le teste dei milanisti affranti, sale nella ionosfera, precipita e si disintegra in campo con le squadre già mestamente avviate allo spogliatoio.
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È finita. E’ finito tutto. I due risalgono sull’Alfetta, non si parleranno per tutto il viaggio. È finita anche per mio cugino. Senza che nessuno si esprima chiaramente, viene colpito dal marchio del portasfiga: non rivedrà mai più il campo, perlomeno non con suo zio. Anche la bandiera si ripiega e finisce nel bagagliaio. Ne uscirà di nuovo circa dieci anni dopo. Ma questa è un’altra storia, che un po’ ho raccontato qui, e forse racconterò di nuovo. Qui su Boomerissimo.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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