Louis De Funès era una bomba atomica della comicità. Ha spezzato barriere linguistiche, culturali, generazionali. Da dove veniva tutta questa energia lo abbiamo capito solo dopo.
Sembra passato un secolo da quando il teleschermo era perennemente intasato dei film di Louis De Funès, forse l’attore che mi abbia fatto ridere più intensamente e sgangheratamente nell’intero emisfero delle stelle del cinema.

La domenica, normalmente nel primo pomeriggio, il film di De Funès era un appuntamento quasi inevitabile. Mio padre lo adorava, come molto di ciò che profumava di Francia. A me la Francia interessava meno, ma col tempo finii per sviluppare una specie di ossessione per questo personaggio, che fisicamente aveva ben poco per poter aspirare al ruolo di principe del grande schermo ma forse proprio per questo ti faceva piegare in due dalle risate. Con la forza della sua energia comica esplosiva, De Funès si impadronì del grande (e piccolo) schermo, con una delle carriere più prolifiche della storia del cinema, nonché delle più ricche. Suo è il film che per decenni ha detenuto il record di incassi in Francia e non solo: “La Grande Vadrouille” (da noi meglio conosciuto come “Tre Uomini in Fuga”). E ben sette dei suoi film hanno raggiunto consecutivamente il primo posto al box office.
De Funès era quello che si definisce un istrione, e non importa se il suo film fosse grande o piccolo, uno dei suoi capolavori, o un filmetto minore di passaggio. Il suo segreto era essere eternamente se stesso eppure ogni volta travolgerti. Dal ruolo principale, oppure da una particina, che improvvisamente si espandeva, occupando tutto il film.
Si dice che i suoi colleghi attori odiassero recitare con lui, proprio per questo. Forse per lo stesso motivo per cui non molti pugili hanno amato boxare con Mike Tyson.
Perché abbiamo amato Louis De Funès?
Nel mio caso la domanda non è così essenziale, perché in casa mia il teleschermo era organizzato come una specie di dittatura non illuminata. Uno decideva, agli altri non restava che ammirare. C’erano tutte le premesse per odiare il piccolo francese dal nome poco francese (De Funès era in effetti nato in una famiglia spagnola, e per lui il francese era una lingua acquisita). Invece fu un amore a prima vista.
Era già un attore vecchiotto, piuttosto fuori dall’attualità, quando lo guardavo. Eppure la sua comicità era immediata e mi parlava senza aver bisogno di traduzioni ed elaborazione logiche. Lo vedevi, e non potevi fare niente altro che ridere. Ma perché? Cosa aveva De Funès per entrare così immediatamente in comunicazione con il pubblico di qualsiasi paese, per essere capace di saltare barriere generazionali, per essere amato anche quando era una visione imposta e non negoziabile? La risposta più immediata è nel suo talento straordinario, di guitto, nella sua espressività. De Funès faceva con la faccia quello che Bud Spencer faceva con i pugni: ti stendeva. Ma forse ce n’è una più profonda: una intensa sintonia caratteriale e, qui è il lato sorprendente, anche musicale.
Un genio a scoppio ritardato
Con qualche eccezione, come Wolfgang Amadeus Mozart o Michael Jackson, è sempre bene diffidare dai bambini prodigio. Anzitutto sono insopportabili da piccoli, in secondo luogo tendono a trasformarsi in adulti e in artisti terribilmente noiosi.
De Funès era il contrario, uno che aveva cazzeggiato a lungo, tentato da carriere diversissime nel mondo dello spettacolo. Uno studente svogliato e dai risultati pessimi, e da giovanissimo un soldato mezzo imboscato che a forza di fumare sigarette come un turco si era procurato una tosse asinina che i dottori avevano scambiato per tubercolosi, e gli aveva permesso di saltare a pié pari la Seconda Guerra Mondiale.
Non era decisamente un uomo roso dal senso della missione, e da una passione totalizzante che si mangia la vita. Era più uno che si divertiva, e che a una certa età, quella in cui molti suoi colleghi hanno già due o tre film alle spalle, stava ancora facendo tutt’altro e ci stava pure riuscendo piuttosto bene. In effetti il suo primo successo al cinema è quanto di più tardivo si possa immaginare: “La legge del più furbo”, del 1958. Quando il giovane sivigliano non era più così giovane, avendo da un bel po’ compiuto i quarant’anni. Alle spalle aveva già dieci anni di particine, ma soprattutto una ottima carriera di pianista di jazz.
Mai fare quello che ti dice la moglie
Seguendo le orme della madre, che la musica l’aveva studiata seriamente (cioè non come lui studiava a scuola), il giovane Louis si era lanciato verso i vent’anni nella vita notturna di Pigalle, diventando uno dei più apprezzati pianisti di jazz di quel colorato e proibito mondo notturno parigino, che Brassai avrebbe raccontato nelle sue fotografie (senza tuttavia incrociarlo, almeno a quanto ci risulta).
Pare che il giovanotto avesse il fuoco nelle dita e suonasse con la verve di un Art Tatum. Ma, si dice, già con l’espressività e le smorfie di un De Funès. Gli spettatori lo adoravano, travolti dalla sua musica ma anche rapiti da un talento facciale e fisico che dava al suo pianismo qualcosa di assolutamente unico e travolgente. Fu in quelle notti fumose e torrenziali che conobbe la sua prima moglie, l’attrice Daniel Gélin. La donna era decisa a trasformarlo in una star del cinema. Ma De Funès era piccolo di statura, non aveva la presenza fisica del divo del cinema. Il pubblico del jazz lo adorava, quello del cinema (lo sentiva ad istinto) lo avrebbe rifiutato. Com’è come non è, De Funès rimase al piano, e il primo matrimonio naufragò in 11 mesi.
“Suonava jazz come un dio”
–Jeanne Augustine Barthélemy de Maupassant
Nei locali notturni, intorno alle figure scalene dei musicisti di jazz si incontrano mondi molti diversi. Giovani pieni di poesia e gente poco raccomandabile. E spesso anche dame aristocratiche attratte dalla stramba personalità degli eroi della musica, tipi non sempre facili da maneggiare e che talvolta necessitano realmente di angeli custodi, come abbiamo raccontato qui.
Jeanne Augustine Barthélemy de Maupassant, era una ragazza dalle origini aristocratiche, che amava quella musica strana che si suonava in luoghi strani. Una sera incrociò nel buio di un jazz club quel piccolo istrione, che teneva a bada il suo pubblico e lo faceva scattare a comando, con l’energia di un domatore. Se ne innamorò perdutamente, per molte ragioni ma specialmente per una. Perché dalle sue dita usciva una musica dall’energia mostruosa, soprannaturale. Louis De Funès suonava jazz come un dio. Attratti da questo magnetismo che all’inizio era puramente musicale, i due non si sarebbero separati mai più.
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Curiosamente, fu proprio durante il matrimonio con Augustine, che De Funès decise di scegliere definitivamente la carriera di attore e di abbandonare (anche se non del tutto) il pianoforte. Aveva superato la paura del rifiuto. E in fin dei conti, come tutti sanno, una star del cinema guadagna molto più di un pianista di jazz.
De Funès, una commedia col jazz nel motore
Non molti conoscono le origini di De Funès come musicista, e musicista di talento. Ma quando lo sai, tutto diventa più chiaro.

I tempi, l’energia, l’improvvisazione, il ritmo incalzante e sincopato di certe scene e di certi monologhi, sono i ferri del mestiere di un jazzista consumato. A volte la musica sembrava sprizzare dalla sua recitazione. Preso da un’energia incontrollabile saltava, faceva smorfie, soprattutto canticchiava.
La commedia di De Funès era puro jazz. Non era Monk, pensieroso e silenzioso. Ma Era Erroll Garner, era Bud Powell, era l’energia comica di Fats Waller.
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La domenica, di fronte al suo inevitabile De Funès settimanale, c’era un ragazzo che ancora non lo sapeva. Ma in qualche modo lo sentiva esattamente così. E gli piaceva da impazzire.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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