Thelonius Monk ha rovesciato il jazz come un calzino (anche se da solo non se li sapeva mettere). Non ha creato una “scuola”: era impossibile essere qualcosa di simile a lui, senza essere lui. Eppure un giorno incontrò qualcuno di più grande di lui. Molto, molto più grande.
C’è una generazione di jazzisti che ha cambiato la musica da cima a fondo, e ancora si discute se lo abbiamo fatto sulla base di un progetto preciso o semplicemente perché si erano rotti le scatole di tutto quello che c’era, avevano teste strane e sbilenche e non gli interessava molto di nulla, che non fosse suonare quello che avevano in testa.

Non far ballare i bianchi (e per la verità nemmeno i neri), non fare molti più soldi di quelli che servivano per pagare un appartamento confortevole e una macchina che li spostasse da una costa all’altra, se per caso decidevano di smettere di ciondolare da un locale all’altro della 52esima strada.
La generazione del Bebop
Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Bud Powell, Thelonious Monk, Fats Navarro apparvero a un certo punto degli anni ’40 nelle strade di New York. Ognuno aveva la sua storia, qualcuno veniva dalle grandi orchestre swing, qualcuno si era fatto le ossa nelle Jam Session di Kansas City. Erano giovani, ambiziosi, insoddisfatti, si sentivano diversi.
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E furono accolti da una generazione che Arrigo Polillo ha magistralmente definito “più cinica che ribelle”, quella degli hipster. Qui, tra localini non sempre di specchiata moralità, idee, voglia di emergere, donne e uomini affamati di musica, pochi soldi, troppo alcool e droga, nacque il Bebop. Quel jazz il cui suono onomatopeico ricorda la saltellante stranezza scalena, imprevedibile e fuori dagli schemi. Stonata e stramba, per chi considerava il jazz una categoria della musica commerciale.
Il più stonato di tutti
Il più “stonato” di questa generazione scombinata è stato sicuramente Thelonius Monk. A differenza di colleghi come Dizzy Gillespie o Charlie Parker che avevano alle spalle le fasi iniziali di una carriera abbastanza classica nel mondo del jazz (gli inizi nelle grandi orchestre swing, qualche registrazione nella quale ascoltare le loro primissime frasi incise in 78 giri), la carriera di Monk è (non c’è da sorprendersi), atipica. Nato nel 1917 in North Carolina, di lui si sa che aveva suonato l’organo in chiesa, da bambino. Verso i 10 anni aveva preso lezioni classiche. Poi, improvvisamente, lo troviamo al Minton’s, pianista residente di un piccolo nightclub in cui sarebbe esplosa la febbre del Bebop. Lui arrivò per primo. E intorno a lui, senza che gli si facesse troppo caso, cominciarono a darsi battaglia i nuovi leoni del nuovo jazz. Lui li accompagnava, scriveva per loro, le sue composizioni angolose e dissonanti. Stava in disparte.
Thelonius Monk nacque, insieme al Bebop, in quel crogiolo. Ma il suo stile era qualcosa di così strambo e personale che sarebbe emerso definitivamente e sarebbe rimasto attuale molto dopo la febbre per il nuovo jazz. La moda del bebop passò. Monk, invece, rimase lì. Sempre più irraggiungibile, sempre più avulso dal mondo circostante, sempre più chiuso in una realtà tutta sua, totalmente assorbito dalla sua strana e inimitabile musica. Nessuno era più grande di lui. Questo almeno finché un giorno del 1966, Thelonius Monk incontrò un diciotenne Kareem Abdul Jabbar.
L’incontro con Kareem Abdul Jabbar
Nel 1966 Thelonious Monk, ormai alla fine della sua luminosa e singolare carriera, acclamato e fragile, viveva protetto dal mondo esterno da una autentica mecenate del jazz moderno, la baronessa Pannonica De Konigswarter.
Suonava poco, ma la baronessa lo teneva vivo, portandolo ai concerti, facendogli incontrare altri musicisti, impedededogli di cadere sempre più nel suo buio.
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Fu in una di quelle sere che Pannonica lo pose accanto a una giovane star del basket universitario. Un gigante di due metri e 22 centimetri, agile e geniale, che avrebbe lasciato presto una impronta indelebile nel mondo del basket (e in piccola parte anche in quella dello spettacolo, vi ricordate “L’aereo più pazzo del mondo?”). Si chiamava ancora Lew Alcindor, sarebbe presto diventato Kareem Abdul Jabbar. Pannonica, che conosceva tutto e tutti lo vide, e pensò che di dare una scossa al suo introverso pianista, fotografandoli insieme,

Il disagio di Monk, che non ha idea di dove si trovi e perché è evidente, così come l’entusiasmo della baronessa con la macchina fotografica in mano. Non la vediamo ma ci pare di sentire i suoi strilli entusiasti e gioiosi. La foto è rimasta nella collezione di Jabbar, ed è a un suo post su Facebook che dobbiamo questo ricordo, strambo come un assolo di Thelonius Monk.
Monk, gli ultimi anni in silenzio
Monk si stava già inabissando; sarebbe vissuto ancora molti anni, sempre più silenzioso, sempre più chiuso in se stesso, ormai incapace di sopravvivere come un essere umano normale. Il tentativo di riportarlo nel mondo della musica fallì miseramente, nel 1971. Una tournee con Dizzy Gillespie e altri, in cui Monk riuscì più che altro a dimostrare che il suo mondo, ormai, era altrove.
«In quella tournée Monk disse al massimo due parole. Intendo veramente solo due parole. Non salutava, non chiedeva che ore fossero, niente di niente. Il perché, non lo so. Ci scrisse una lettera alla fine del tour dicendoci che la ragione per la quale non riusciva a comunicare o suonare con noi, era perché Art Blakey ed io eravamo troppo brutti»
Al Mc Kibbon, la tournee del 1971
Visse gli ultimi anni a casa di Pannonica, la baronessa quasi stramba come lui, che lo aveva fatto incontrare con quel lungagnone che lui non sapeva chi fosse.
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Ed è lì che si è abbassato per sempre il sipario su Thelonius “Sphere” Monk, Genius of Modern Music. Era l’anno 1982.
Antonio Pintér


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