Ci sono cose troppo difficili anche per Sonny Rollins, Max Roach e Oscar Pettiford. Brilliant Corners è un album leggendario. Ma non è mai stato inciso per intero, e per mandarlo in stampa c’è voluto un genio del “taglia e cuci”.
Per noi normali esseri umani, la vita è sempre complicata. Ci sono cose che non ci riescono, che sembrano dannatamente superiori alle nostre forze. Ci scontriamo quotidianamente con la nostra inadeguatezza. Sappiamo che ogni nuova impresa si scontrerà con tentativi, errori, fallimenti, rifiuti.

Per me, che resterò per sempre uno studente del sax tenore, ogni nuova pagina è un Everest da scalare. Ogni assolo trascritto e suonato senza errori (o quantomeno pochi errori) ha il sapore dell’impresa epica. Per noi, normali esseri umani, è bello sapere di non essere soli al mondo. E che persino per gente come Sonny Rollins, Max Roach e Oscar Pettiford sono esistite imprese troppo difficili, brani impossibili da suonare. Cose che non solo gli sono riuscite maluccio, ma a volte non gli sono riuscite per niente.
Quel fallito di Thelonious Monk
In un mondo abituato a misurare il successo con i risultati numerici, ancora più da quando internet ci ha regalato infernali charts con il numero di contatti, di lettori, di visitatori unici, Thelonious Monk nel 1957 era solo un povero fallito.
Era in giro almeno dal 1939, era stato il pianista residente al Minton’s ad Harlem, appariva spesso dietro a Charlie Parker e Dizzy Gillespie. Ma era sempre stato un lupo solitario. Mentre la moda, apparentemente fugace, del bebop sembrava spegnersi, Monk faticava a trovare una collocazione. Aveva inciso un paio di album che sarebbero rimasti memorabili (soprattutto a posteriori) con la Blue Note. E aveva un contratto con la Prestige di Bob Weinstock: un contratto decisamente povero, anche perché i suoi dischi non vendevano. Non erano bop, non erano post bop, erano cose strane che nessuno riusciva a collocare e pochissimi avevano voglia di comprare. Poi, nel 1951 l’arresto per detenzione di stupefacenti e la revoca della cabaret card avevano fatto il resto. Quando Orrin Keepnews fondò la Riverside, Monk era l’artista ideale. Un fallito con un grande avvenire dietro le spalle, che nessuno voleva più, e tantomeno la Prestige che lo teneva sotto contratto, senza guadagnarci un soldo. Era come un calciatore a parametro zero, che aveva esaurito tutte le strade e che un nuovo team visionario progettava di ricostruire. Keepnews pagò alla Prestige 108 dollari di penale per stracciare il contratto e il patron Weinstock fu più che felice di lasciare andare quella ex promessa non mantenuta (almeno economicamente).
Un rilancio altrettanto fallito
Keepnews aveva un’idea luminosa, che si sarebbe rivelata sbagliatissima. Occorreva separare Monk dalle sue strambe e scalene composizione. Erano quelle, secondo il produttore, a tenere lontano il pubblico.

L’idea coraggiosa ma fallimentare produsse due ottimi album, quello dedicato al repertorio di Ellington e quello di standard. Due album che però non ebbero il minimo successo di pubblico. Peggio ancora, furono stroncati pure dalla critica. Monk era sempre stato un musicista per un selezionato circolo di intenditori anticonformisti. Ora lo stavano rifiutando anche loro.
“Non fa bene a Monk costringerlo ad adattarsi a un programma per il quale ha poca empatia come pianista-compositore, anche se può avere un grande apprezzamento per Ellington come ascoltatore”
Down Beat
Era il momento delle decisioni estreme. Keepnews aveva in mano un campione, l’aveva snaturato. Lo incoraggiò a tornare alle origini e fare finalmente quello che sapeva fare meglio. Comporre cose strane, le più strane possibili, e farne un disco indimenticabile. Indimenticabile, Brilliant Corners lo fu per tutti quelli che rimasero coinvolti in un’avventura che prima di essere coronata dal trionfo, avrebbe toccato gli abissi più profondi della disperazione. Pare che non ci sia strada migliore per costruire un capolavoro.
La svolta di Brilliant Corners
Keepnews aveva altri musicisti di talento da rivitalizzare. Il primo a essere chiamato all’impresa fu Ernie Henry, altosassofonista ormai dimenticato, perso nelle nebbie dell’eroina. Monk a quella sostanza non era estraneo ma era riuscito a rimettersi in piedi con successo e cercò di contagiare anche Henry, purtroppo con poco successo. Henry partecipò all’avventura di Brilliant Corners toccando l’apice della sua carriera. Riuscì anche a registrare due album a suo nome più alcuni altri come sideman prima di morire per overdose nel 1957. Monk aveva deciso di realizzare il disco con un quintetto, e come secondo strumento a fiato scelse nientemeno che Sonny Rollins, con cui studiava regolarmente. Rollins (anche lui reduce dalla liberazione dagli stupefacenti) era la star del momento, in un anno solo aveva inciso Tenor Madness e Saxophone Colossus con la Prestige (che se lo teneva strettissimo), ma fu autorizzato ad apparire in disco come ospite. Bingo. Come bassista, Oscar Pettiford era una scelta naturale: aveva suonato con Monk in entrambi gli album Riverside. Alla batteria, Monk volle un’altra star assoluta: Max Roach. Nel 1956, dieci anni dopo gli esordi col quintetto di Parker era il numero uno, senza discussioni. Da allora la sua stella è solo diventata più luminosa. Keepnews prenotò diverse sessioni nell’ottobre 1956 presso i suoi preferiti Reeves Sound Studios a New York. Lo studio campava registrando radio e jingle durante il giorno. Keepnews, che di soldi ne aveva pochi e forse non era così fiducioso di guadagnarne con la terza prova di Monk, si accordò con lo studio per registrare di notte dopo che i musicisti avevano finito i loro ingaggi.
Una registrazione da incubo
La prima registrazione fu fissata per il 9 ottobre e andò relativamente liscia. Monk si divertì con una celesta trovata in studio e la suonò con una mano, mentre con l’altra dava gli accordi al pianoforte. Un mix tutto sommato riuscito. Nell’archivio finirono i primi due pezzi: “Nica”, un mix allucinato tra ballad e fox trot e “Ba-lue Bolivar Ba-Lues-Are.” , un blues torrenziale ispirato alle frequenti controversie di Pannonica de Koenigswarter, la mentore di Monk, con lo staff del Bolivar Hotel.

Ernie Henry, Rollins, Roach e Oscar Pettiford si destreggiarono nelle armonie e nelle strutture di Monk lasciando su nastro musica di livello straordinario.
La seconda sessione del 15 ottobre fu tutta un’altra storia. Orrin Keepnews di solito otteneva tutto ciò di cui aveva bisogno per un album in due sessioni. l’idea, che si sarebbe rivelata ottimistica, era di registrare altri tre brani, concludere l’album e finalmente lanciare sul mercato il nuovo Monk.. Ma la band si scontrò contro un brano impossibile. Thelonious, come Ellington prima di lui, non amava distribuire la musica in anticipo, ed era convinto che i musicisti dessero il meglio imparandola ad orecchio a memoria, senza leggerla. Il problema è che per loro aveva confezionato qualcosa che sembrava uno scherzo: un blues di 22 battute, raggruppate in tre parti di 8-7-7 battute. Scaleno, innaturale, completamente alieno alle abitudini di una sezione ritmica che doveva fornire quadratura, e invece continuava a perdersi, anché perché Il brano cambia tempi e gli accenti in modi e punti che solo Monk poteva pensare. Il bassista Oscar Pettiford si dimostrò il più vulnerabile alla geniale follia di Monk. Smise di suonare, protestò.
“In questo brano non ci sono abbastanza battute”
Oscar Pettiford
In preda all’esasperazione Pettiford smise del tutto di suonare, muovendo le dita sulle corde ma senza produrre nessun suono, in segno di protesta. Ma anche i fiati, due tra i più grandi strumentisti del loro tempo continuavano a perdersi. Rollins fu quello che se la cavò meglio sugli assoli, navigando quella strana struttura tenendosi vicino al tema, come Monk aveva richiesto. Ma l’insieme era un incubo, che continuava a sbagliare, come una band di ragazzini alle prime armi. Dopo più di venti take dello stesso brano, un numero inaudito in tempi in cui il jazz si incideva quasi dal vivo, in pochissimi tentativi, i musicisti si arresero. Stabilirono che l’incisione era finita anche se non c’era nemmeno un singolo take soddisfacente. Il pezzo che avevano tentato non era uno qualunque: era “Brilliant Corners”, che divenne il titolo dell’album. Era un brano innovativo e pazzo, dalla struttura “impossibile”. Monk, sullo sfondo, dietro i solisti, rendeva le cose anche più difficili. Non era il tipico pianista accompagnatore. Continuava a bombardarti con accenti fuori tempo mentre suonavi. Per chi era abituato alla sua tortura, questo creava una tensione interessante, ma per altri era una sfida da incubo.
La fuga e il trionfo
Quando la polvere si posò nello studio di registrazione, Keepnews dovette mettere mano a forbici e nastro e combinare take con un po’ di magia per ottenere un brano da stampare su disco. Un taglio riconoscibilissimo si sente alla fine dell’assolo di Max Roach a 6:22. C’è un silenzio innaturale lì, prima che l’ensemble al completo torni per il tema di chiusura. Ma nella musica conta il risultato finale e quella session fallimentare ha prodotto forse la migliore composizione di Monk incisa su disco.

Il disastro della seconda incisione aveva privato Keepnews di materiale sufficiente a mettere il disco sul mercato. Ne fu programmata una terza, per la quale il pianista-compositore a corto di nuove composizioni riesumò un vecchio brano. “Bemsha Swing”. Era il 7 dicembre 1956 ma sia Pettiford, che Rollins, che Ernie Henry, ognuno per motivi diversi, decisero di non ripresentarsi. Max Roach e Monk incisero in compagnia di Clark Terry. Al basso arrivò Paul Chambers, ai primi passi della sua luminosissima carriera. Monk e Pettiford, invece, dopo quel diverbio, non solo non incisero più nulla insieme, ma non si parlarono mai più. Brilliant Corners fu uno degli album più difficili da registrare della storia del jazz. Forse anche questo contribuisce allo stupore per la sua freschezza e la sua energia esplosiva. L’album fu il primo vero successo commerciale di Monk. Nat Hentoff gli diede una valutazione di 5 stelle in una recensione su Down Beat, definendolo il più importante LP di jazz moderno della Riverside fino a quel momento. Dopo Brilliant Corners, Monk partecipò a 30 sessioni di registrazione per la Riverside e pubblicò 14 album in studio e dal vivo. Tra questi si può trovare un’altra pietra miliare del jazz degli anni ’50: la sua collaborazione con John Coltrane, registrata al Five Spot nel 1958. In seguito Monk trovò la sua formula definitiva formando il quartetto con il sassofonista Charlie Rouse, uno che non si spaventava per qualche battuta di meno o di troppo, né per gli interventi scampananti e gli accenti imprevedibili in background. “Brilliant Corners” è l’album che ha fondato il mito di Monk presso il pubblico. Se quello strambo pianista è diventato una delle figure titaniche della musica, lo dobbiamo anche a un brano con le battute “sbagliate”, e alle forbici di Orrin Keepnews, che hanno rappezzato Brilliant Corners e ci hanno permesso di ascoltarlo su disco. A volte le leggende nascono così, tutte sbagliate.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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