L’uomo che come pochi altri ha cambiato la musica jazz è stato spesso accusato di essere leggero e disimpegnato, non abbastanza militante. La sua corsa presidenziale nel 1964 racconta una storia diversa.
Dizzy Gillespie era un ragazzo nero del sud. Non veniva da una famiglia disastrata, né apparteneva alla borghesia nera come altri che sarebbero stati suoi illustri colleghi (Dexter Gordon o Miles Davis, per nominarne un paio).

No, il giovane John Birks nacque in mezzo alla musica, da un padre bandleader. Sin dalla primissima infanzia imparò a giocare con le note, e immediatamente a studiarle. A 4 anni prendeva già lezioni di pianoforte.
Quegli studi infantili non ne fecero mai un pianista. Ma grazie alla capacità di maneggiare il suo ingombrante secondo strumento, Dizzy ci ha regalato la session più indimenticabile della storia del jazz, sostituendo il pianista titolare di Charlie Parker (escluso per ragioni sindacali). È quel Dizzy tornato per pochi minuti al piano che ha permesso la nascita di Koko.
Dizzy il cinese
Presto, il piccolo John Birks avrebbe presto lasciato il piano per la tromba, all’inseguimento di un Roy Eldridge captato per caso alla radio. Sin dai primi passi negli anni ‘30, in quelle grandi orchestre che erano macchine spettacolari perfette, dove la disciplina contava non meno del talento, avrebbe dato prova della sua esuberanza caratteriale e della sua irrequietezza musicale. Quella esuberanza che gli avrebbe dato il soprannome “Dizzy”.
Corre voce che Cab Calloway, uno dei suoi primi datori di lavoro, detestasse i suoi esperimenti musicali. I primi accenni di modernismo bebop che stavano nascendo in quel momento per Calloway erano “musica cinese”, incomprensibile. I due non potevano capirsi e non si sa bene se sia stato l’humour singolare di Dizzy, oppure le sue avventurose uscite in assolo, a determinare il brusco licenziamento del 1941. Uno di quei momenti di passaggio in cui il vecchio (per quanto buono) si separa dal nuovo, e gli permette di nascere. Una tentata, quanto fallita, uccisione del figlio, se così vogliamo dire.
Dizzy trovò altre strade, prima con Earl Hines, poi con Billy Eckstine, che aveva deciso di fondare una big band capace di proporre proprio quella nuova musica. Impresa disperata: mettere insieme una quindicina di boppers, con tutte le loro follie e dipendenze si sarebbe rivelata un’impresa suicida, non solo per Eckstine ma per altri illustri bandleaders come Woody Herman, che inseguendo quella chimera trovarono la bancarotta.
Dizzy il “regolare”
Nonostante il nome alludesse a un certo grado di follia, la stranezza di Dizzy aveva poco o nulla a che fare con le dipendenze da alcool e narcotici che affliggevano i suoi colleghi, e stroncarono molte vite. Era una follia positiva e professionale, che cercava (e nel corso di una lunghissima carriera ha sempre trovato) un rapporto di complicità col pubblico.
Dizzy sapeva alcune cose che avrebbero contribuito molto alla longevità del suo successo: i contratti vanno scritti e letti con attenzione, i musicisti vanno pagati, ai set è meglio presentarsi, se possibile puntuali. Era in questo il contraltare assoluto del suo perfetto partner musicale: Charlie Parker. Molte volte la professionalità, la ragionevolezza, l’organizzazione e il fiuto commerciale di Dizzy salvarono Bird. Molte, ma non abbastanza.
Nel 1964, il momento in cui avvengono i fatti che questo articolo racconta, Bird era morto da quasi dieci anni, appena 35enne. Gillespie aveva ancora davanti decenni di splendida carriera.
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La ragionevolezza di DIzzy, la sua ferrea volontà di essere un professionista rivoluzionario, ma anche organizzato e ben pagato, non un artista maledetto, avrebbero contribuito ad una immagine ingiusta, di Gillespie come artista meno impegnato, meno militante. Tornava su di lui quell’ombra di malevola cattiveria che aveva tormentato, altrettanto ingiustamente, Louis Armstrong. In certi ambienti politici e jazzisti il divertimento, la capacità di intrattenere, una certa leggerezza, sono vissuti come una colpa. C’è tutto un mondo del jazz che vive la sua passione in modo minoritario, masochistico e tormentoso. Un mondo che gente come Dizzy non sarà capace di capirla mai. E sai quanto gliene cale, a gente che il jazz se l’è inventato e reinventato, magari più volte.
Dizzy il presidente
Nel 1963 Dizzy Gillespie aveva da tempo smesso di essere un giovane leone. Era un energico e giovanile senatore, che mescolava l’eredità del suo bebop con suggestioni afrocubane (che aveva peraltro scoperto quasi subito) ed esperimenti di quella che molto tempo dopo si sarebbe chiamata world music.
Mescolava il classico con il nuovo, con l’Africa. si batteva per i diritti civili, tendeva l’orecchio a quello che si stava smuovendo in America, insieme a musicisti impegnati come Max Roach ma anche a gente come Duke Ellington, che i suoi messaggi li aveva sempre lanciati con la musica, senza mescolarla con la politica.
Così, un po’ per il suo tipico amore per il paradosso, un po’ perché quando faceva una cosa, Dizzy amava farla seriamente e bene, Gillespie finì per lanciare una sfida che nessun musicista, nemmeno il più arrabbiato e militante, aveva mai pensato di osare: l’assalto alla poltrona di presidente degli Stati Uniti.
La cosa cominciò per scherzo, con il suo agente che, in vista della imminente campagna presidenziale, fece realizzare qualche scatola di distintivi “Dizzy for President”, come strumento pubblicitario paradossale. Ma era il 1963, e mentre la campagna per i diritti civili di Martin Luther King (e di tutte le anime spesso in conflitto della comunità nera) si scaldava sempre più, Dizzy decise di lanciarla sul serio, quella sfida, e di presentarsi come candidato indipendente, con una sua squadra di governo e un programma.

Nel 1964 le cose erano diventate talmente serie che ben 25 stati ospitavano uffici di volontari, decisi a cercare di portare Dizzy sulla scheda, per sfidare il presidente in carica Johnson e il candidato che i repubblicani avrebbero scelto. Gillespie riarrangiò “Salt Peanuts” come suo inno elettorale, lanciò la sua campagna da un concerto di Monterey, pubblicò anche il disco “Dizzy for President” per sostenere il suo progetto (un disco meraviglioso che potete ascoltare in questo articolo). Purtroppo i suoi supporter fallirono nel portarlo sulla scheda in California, e da lì il progetto abbandonò il mondo reale per tornare nel sogno e nel paradosso. A parte gli incassi dei contributi, che finirono tutti ad associazioni per la giustizia e l’equaglianza razziale (Congress of Racial Equality e Southern Christian Leadership Conference, per la precisione).
Il governo di Dizzy
Nel corso della sua campagna, Dizzy annunciò di voler cambiare nome alla “Casa Bianca”, facendola diventare Blues House e annunciò un governo che per un appassionato di jazz non può che essere un sogno: Duke Ellington Segretario di Stato, Max Roach ministro della difesa, Charles Mingus ministro della pace, Peggy Lee ministro del lavoro e Miles Davis segretario della Cia.

Il suo programma era centrato sulla pace, sul disarmo (un programma che vedeva lontano, in un momento in cui la guerra del Vietnam muoveva appena i primissimi passi).
Il programma economico prevedeva l’abolizione delle tasse e la loro sostituzione con un’entrata volontaria: gli introiti delle lotterie. Ma non mancavano gli obiettivi controversi, come l’educazione e la sanità pubbliche, libere e gratuite. Una questione spinosa in America, che là è rimasta utopistica anche sessant’anni dopo (e forse lo sta diventando pure qui).
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Quella di Dizzy fu una campagna ironica, giocosa, ed estremamente seria. Diceva cose importantissime, senza mai dimenticare di essere divertente. Una campagna che avrebbe potuto fare solo Dizzy Gillespie.
Peccato che il Presidente del Bop non sia diventato presidente e basta.
Antonio Pinter – Copyright Boomerissimo®


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