Charlie Parker è il genio che ha trasformato il jazz e, molto più modestamente, la mia vita. Molto si è scritto di lui, della sua musica e della sua vita, bruciata da appetiti insaziabili. Ve ne raccontiamo uno che fa sorridere, e che illumina un lato meno conosciuto, e molto umano, di questa figura titanica.
Non sono la persona più adatta per parlare di Charlie Parker. Quando avevo 12 anni mio padre tornò a casa con cinque audiolibri di cui aveva disegnato le copertine. Lui di jazz non sapeva nulla, e tantomeno voleva saperne. Pensò che magari potessero interessare a me. Li ascoltai con curiosità, finché nel quarto arrivò Charlie Parker. Parker, Monk, il Minton’s… da allora la mia vita non è stata più la stessa.

Di Parker ho ascoltato e letto tutto quello che era disponibile in italiano a quell’epoca, e non era in fondo poco. La sua musica, che in teoria avrebbe dovuto essere un jazz intellettuale e difficile, penetrava le mie orecchie e il mio cuore con facilità ridicola. Pensavo di sapere tutto e ovviamente mi affascinavano i suoi eccessi, non ultimi quelli sessuali che, nella mia immaginazione di ragazzino avevano qualcosa di meraviglioso ed eroico. Prima veniva la musica, finii per farmi comprare anche un sassofono, ma insieme c’era lui, il mio eroe e il mio mito.
Perché Charlie Parker si chiamava “Bird”?
Una domanda a cui tutta la letteratura che leggevo non dava una risposta pienamente soddisfacente era perché Charlie Parker venisse chiamato Bird (o Yardbird, nelle prime formulazioni del celebre nickname).

Ovviamente nella mia fantasia adolescenziale, a tutto ciò non era estranea la bulimia sessuale di Parker e il suo clamoroso e devastante successo con le donne. Ma non ho mai trovato conferme di rilievo a questa interpretazione. Le altre spiegazioni avevano un che di esoterico, la libertà con cui Bird volava sugli accordi, svettava nel cielo della musica, and so on.
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Ok, ma pur giovane e ingenuo ero già sufficiente smaliziato da sentire a naso come lo slang nero dei jazzisti dovesse avere molti più punti di contatto con l’umorismo semplice e terricolo “di strada”, che con le elucubrazioni intellettuali dei musicologi, che mi hanno sempre convinto poco. Non ero nero, non vivevo né ad Harlem né a Kansas City, non mi scambiavo pacche sulla spalla con quei tipi, ma sentivo chiaramente che il loro modo di pensare e di parlare aveva ben poco in comune con i saggi di Gunther Schuller e simili (che pur leggevo avidamente e discutevo con i miei amici: ci ritrovavamo apposta mezz’ora prima che suonasse la campanella di inizio delle lezioni).

Ho lasciato in un cassetto l’irrisolto quesito per tutto questo tempo. Ha lavorato in background, è uscito dai temi più urgenti della vita. Ma ora che la seconda media è indubbiamente e irrimediabilmente lontana mi è capitato di inciampare in una spiegazione che al mio orecchio suona ben più credibile di tutte quelle lette fino ad ora.
L’amore di Charlie Parker per il pollo
Per i tre lettori di Boomerissimo che non dovessero saperlo, Charlie Parker nasce a Kansas City nel 1920, in una classica e sgangherata famiglia nera del suo tempo, e in una città baciata dalla fortuna (quantomeno musicale) di essere il feudo del gangster John Pendergast, che riuscirà a tenere in efficienza la sua vita notturna, i suoi locali e le sue orchestre di jazz mentre il resto dell’America sprofonda nella crisi del 1929. Il ragazzo cresce con le orecchie appiccicate alle pareti del Reno Club, dove suonano l’orchestra di Count Basie e la sua stella, Lester Young e convince sua madre, che già fatica a sbarcare il lunario facendo le pulizie, ad indebitarsi per comprargli un sassofono scassato. Uno di quei piccoli gesti che hanno cambiato la storia del mondo.

Il giovane Charlie studia il suo sassofono per 12, o secondo qualcuno 15, ore al giorno, portando i vicini alla disperazione. Ma con amore quasi altrettanto vorace ama qualcosa di molto più semplice e immediata soddisfazione: il pollo. Il piatto più amato dai neri del sud (e ovviamente non solo). Per il giovane Parker, eccessivo in tutto, anche il pollo è un’autentica ossessione. Fritto, a pezzi, nei mille modi in cui viene preparato dalle sue parti è qualcosa che ama e divora con tale smisurata passione da guadagnarsi già allora (quando la sua maestria di sassofonista è ancora tutta da venire) il soprannome di “Yardbird” (uccello da aia, pollo). Solo in seguito il soprannome verrà abbreviato in Bird, e collegato ai suoi voli melodici e armonici.
La testimonianza di Clyde Bernhardt
Clyde Bernhardt, trombonista, è stato un amico di Charlie Parker ai tempi di Kansas City, suonavano insieme nell’orchestra di Jay McShann, dove Parker mosse i primissimi e ancora un po’ incerti passi.. Nella sua autobiografia, Bernhardt ha raccontato di un viaggio in macchina con il giovane e ancora acerbo altosassofonista.

Ai margini della strada, mentre si spostavano da un concerto all’altro, Parker notò un pollo schiacciato, appena investito da qualche altra macchina. Colpito dalla visione del suo piatto preferito, già a metà strada verso le griglia, Parker riuscì a convincere tutti gli altri riluttanti passeggeri del mezzo a fermarsi e a portare il pollo ad una vicina tavola calda, per farselo cucinare. Fu in quel momento, almeno secondo Bernhardt che l’amore per il pollo di Charlie Parker divenne leggendario, e gli venne appiccicato il soprannome “Yardbird”, che significherebbe appunto “pollastro” o qualcosa del genere.
Un soprannome che gli è rimasto attaccato per tutta la vita. Una vita sfortunatamente breve e bruciata da un appetito devastante, insaziabile e distruttivo per la musica, per la vita e per cose molto più devastanti di un secchio di pollo fritto.
Arte e biografia sono cose che bisognerebbe riuscire a non mischiare. Io non ci sono mai riuscito ed ascoltando Bird ho sempre sentito risuonare dentro di me anche un uomo che non si può non amare, per la sua passione assoluta e devastante, la sua vitalità autodistruttiva. Cose che avrebbe preferito non trasmettere, anche se purtroppo lo ha fatto.
No, gli uomini e la loro arte non si possono separare. Ma ascoltando il prossimo assolo micidiale di Bird, uno di quelli che ancora adesso fanno cadere la pipa di bocca, proviamo anche a ricordare Charlie Parker come genio musicale con una passione divorante… per il pollo.
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Forse anche lui sarebbe contento così.
Antonio Pintér


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