Georges Simenon e il suo paradosso amoroso: l’uomo che creò il più fedele investigatore della letteratura mondiale nascondeva una personalità ossessiva tra scrittura compulsiva e ricerca infinita tra le lenzuola.
Ci sono cose che un bambino non deve sapere. Ma forse (il dubbio è d’obbligo parlando di Simenon e dei suoi racconti) Georges Simenon ha cominciato a scioglierne alcuni enigmi ben prima di noi, diciamo così, comuni mortali.

“Dall’età di tredici anni e mezzo ho avuto 10.000 donne”: così confessava Georges Simenon a Federico Fellini (un altro uomo da record nella specialità) in una delle interviste più scandalose della storia letteraria del Novecento. Simenon, il creatore del commissario Maigret, il poliziotto più casto e fedele della letteratura mondiale, nascondeva una vita sessuale così smisurata da far impallidire persino Casanova. A Simenon mi legano molte cose, sin dall’età dei pantaloncini cortissimi, quando a malapena sapevo leggere, e più che altro decodificavo qualche sillaba di Topolino. Mio padre, come qualcuno sa, è stato la faccia di Maigret sulle copertine di innumerevoli libri Mondadori. Maigret ne ha attraversato, forse determinato, la parabola artistica, dalle prime copertine pittoriche degli anni ‘60 (quelli che lui definiva “i maigret brutti”) fino alle copertine sintetiche, moderne, al limite dell’arte d’avanguardia, che a volte papà realizzava su carta di quaderno, disegnando con i pennarelli, incollando oggetti sulla carta. Mio padre è stato Maigret e Maigret è stato mio padre. Quando ancora non avevo raggiunto l’età per l’asilo, la domenica andavamo a Porta Genova a vedere passare i treni dal ponte di ferro, o alla Darsena, a osservare le chiatte. Mi spiegava che eravamo nel mondo di Maigret e io sicuramente annuivo e probabilmente aspettavo di capire di che cosa stesse parlando. Dipingeva centinaia di copertine di gialli, spesso meravigliose. Ma non li leggeva. Simenon era l’unico giallista di cui aveva letto tutto, e che amava, e conseguentemente finii per amarlo anche io. Non mi fu difficile. Cominciai anche a scrivere un libro giallo. E lì fui immediatamente stoppato. Potevo scrivere, ma allora dovevo rifarmi a modelli ancora più alti. L’opinione dell’augusto genitore era che la rielaborazione artistica è sempre in qualche misura inferiore all’originale. E quindi, se volevo essere una specie di Simenon dovevo leggere e rielaborare materiale ancora più nobile. Più o meno come facevano lui, e Simenon (appunto). Una faticaccia.

Quello che non mi fu spiegato (e che avrei trovato sicuramente interessante in quella pre-adolescenza in cui cominciavo a sospettare l’esistenza dell’universo femminile) era un’altra fonte dell’ispirazione e della vena letteraria di Simenon: la bulimia amorosa, l’appetito insaziabile per il contatto fugace o meno, con l’altra metà del cielo. Non ci avrei capito molto di più che di chiatte e di treni a vapore, ma forse l’avrei trovato un terreno ancora più meritevole di esplorazione delle (pur fantastiche) brume parigine.
Un genio un po’ ossessivo
Mi intendo poco di psicologia, ma così a prima vista tenderei a classificare Georges Simenon tra gli affetti da una forma lieve (?) di mania compulsiva-ossessiva. Lo era nella quantità di carta che sin da giovanissimo aveva cominciato a riempire di scritte minute che diventavano libri polizieschi di consumo, uno dopo l’altro, spesso senza nemmeno la sua firma. Si calcola che in tutto abbia scritto 450 libri; la metà sotto pseudonimo, prima del successo. Un ritmo da maniaco, ma che evidentemente non soddisfaceva del tutto la sua urgenza di comunicare, visto che aveva il suo parallelo speculare nel sesso.
“Non sono un maniaco sessuale, ma sento il bisogno di comunicare”
Georges Simenon
Simenon lo spiegava candidamente a chi lo interrogava sulla sua ossessione per le donne. Per lui fare sesso non era un vizio, ma “come respirare”: una necessità fisiologica che praticava “tre volte al giorno, tutti i giorni, per evitare di ammalarsi”. È una cura che apparentemente ha funzionato piuttosto bene, assicurandogli una vita tanto lunga che, è il caso di dirlo, piacevole.
Simenon e le sue pipe – Boomerissimo.it®
Ho avuto diversi amici con la sindrome del Don Giovanni e mi sono sempre divertito molto a psicanalizzarli. In genere quello che si trova dietro la necessità impellente di segnare sul calcio del fucile una tacca dopo l’altra è una necessità di conferma. Vogliamo assicurarci di essere uomini, di essere sempre i re della foresta (cosa che può cominciare a diventare patetica e ancora più ossessiva con il passare degli anni). In alcuni casi si possono rintracciare traumi da rifiuto molto giovanili (un mio buon amico sosteneva di non potersi tenere a freno perché le ragazze del suo paese erano state troppo avare di attenzioni nelle prime fasi della sua vita adulta). In altri casi emerge una smania di dominazione molto tipicamente mascolina (oggi si definisce “mascolinità tossica”). Sono molte sindromi diverse ma tutte collegate da un sintomo caratteristico: nessuno (o quasi) di questi conquistatori inveterati ammette mai di ricorrere all’amore a pagamento. Resta dunque un mistero il fiorire, che non conosce crisi, della professione più antica del mondo. Ma torniamo a Simenon, che in questo era indubbiamente un uomo diverso. Con le sue ossessioni, ma molto tipicamente sue. Otto delle sue diecimila conquiste erano prostitute, come confessò nella già ricordata intervista con Fellini, anche se lui preferiva chiamarle “professioniste”. Le altre duemila? Domestiche, cantanti come una giovanissima Josephine Baker, ballerine, spogliarelliste, cameriere. Nessuna di loro era un trofeo (a parte forse la Baker, da cui desiderò di essere scelto e sedotto, fino a riuscirci), ma “solo un’igiene di vita” come respirare. Come, appunto, parlare, comunicare. Solo che per lui questa comunicazione avveniva in modo tattile, accarezzando una coscia, un sedere di donna. Magari anche fugacemente, rubando un momento “tra una porta e l’altra”, nel suo ufficio di scrittore.
Tre donne ufficiali
Alla teoria infinita di donne da un momento, un battito di ciglia, un respiro, si contrappone un elenco di donne ufficiali che pur essendo più lungo della media non è comunque troppo fuori dall’ordinario: tre mogli.

La prima, Tigy, era una pittrice. Si sposarono nel 1923, ma abbastanza presto le necessità comunicative e respiratorie dello scrittore finirono per logorare i rapporti. Benché fosse ricco di fantasia e alcuni dei suoi racconti non siano proprio un modello di verosimiglianza, Simenon non mentiva (troppo) in materia d’amore. Quando la prima moglie lo sorprese in casa, a letto con Boule, la domestica-amante, lo scrittore non si sforzò di negare l’evidenza (del resto sarebbe stato difficile), ma mise tutte le carte sul tavolo.
“È un’abitudine che dura da vent’anni, e non solo con Boule”
– Georges Simenon
La seconda fu Denyse, la segretaria canadese che sposò nel 1950. Lei era una donna diversa e dalle vedute decisamente più aperte. L’unica con cui il grande belga abbia condiviso sia sesso che amore (almeno a sentire lui). Denyse non solo era perfettamente a conoscenza delle forme di espressione di Georges, ma le condivideva. Un menage da filmino, che però come spesso succede trovò i suoi limiti nella reale natura umana, per cui tre è difficilmente il numero perfetto. Il secondo matrimonio sprofondò nell’alcol e nelle scene di gelosia, finché non affondò del tutto. Il terzo matrimonio fu quello giusto, forse perché a quel punto l’anziano romanziere aveva raggiunto la pace dei sensi. Teresa Sburelin, governante friulana (e non vogliamo sapere di più) fu promossa a moglie e gli restò accanto per oltre vent’anni fino alla morte, nel 1989. Era ormai la stagione delle coccole, delle piccole attenzioni e della tenerezza, e su questo non nacquerò conflitti, o perlomeno non insanabili.
La confessione a Fellini
Nella sua confessione a Fellini che stava preparando Casanova si trovano quasi tutti gli indizi che permettono di ricostruire l’interessantissima relazione tra Simenon e le donne. Fellini, lo sappiamo, e lo abbiamo raccontato proprio qui su Boomerissimo, non amava molto la personalità del dongiovanni seriale, che aveva soprannominato “lo stronzone”.
Lo amava talmente poco che il suo film, prima di arrivare all’oscar, rischiò più volte di naufragare. Amò invece, o così dobbiamo pensare, la figura candida di Simenon, la sua ricerca senza fine che non riguardava una donna, ma “la donna”. Un amore insaziabile ma tutto sommato onesto per l’astrazione femminile, e anche qui chi ha avuto un po’ di esperienza della vita (come gli scriventi, se non altro per ragioni anagrafiche), potrà rintracciare tra le sue conoscenze persone capacissime di amare, anche illimitatamente e sinceramente, una donna alla volta, anche se talvolta solo per pochi minuti. Un tratto che le donne spesso percepiscono e che possono essere in grado di amare altrettanto sinceramente, ben conoscendolo. Anche se talvolta cadendo nell’illusione catastrofica di essere l’ultima, la donna definitiva. A questo punto di un racconto del genere, generalmente si usa tirare le fila per concludere che l’ossessione amorosa del tipo di cui Georges Simenon era sicuramente affetto sia una forma patologica, che maschera il vuoto, la paura della morte, o chissà che cos’altro. Che la bulimia sessuale, separata dall’amore, non può che essere l’espressione di uno squilibrio, qualcosa da curare. E può anche essere che sia così. Può anche essere che la creazione più duratura di Simenon, un commissario che ama le gioie della carne nelle forme di un buon bicchiere, di un buon pasto, del fumo della pipa, ma che appare praticamente asessuato, un uomo che vive a costante contatto con gli ambienti che attiravano Simenon come un moscone al miele, che vede il fascino femminile, e ne distingue le sottigliezze, le varianti, senza mai cadere nella minima tentazione, sia il riflesso di ciò che Simenon avrebbe voluto, ma non è stato capace di essere.

Può essere, ma forse non è stato così. Forse ci sono uomini che restano per tutta la vita curiosi, che hanno la necessità di provare a toccare, di assaggiare, di sentire anche diecimila volte lo stesso brivido, in diecimila variazioni anche solo impercettibilmente diverse. E sono più che contenti così. Potrebbe essere un enigma da affidare al Commissario Maigret. Ma anche nel caso rischierebbe di essere uno di quelli in cui il commissario preferisce tenere per sé la soluzione, accendendosi l’ennesima pipa e fingendo di non avere trovato, per stavolta, la verità.
Antonio Pintér – copyright Boomerissimo.it ®


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