Un attore che ha rotto tabù e creato il suo mito era anche un uomo che non nascondeva la verità. Soprattutto a sé stesso.
Oggi è abbastanza normale essere “controcorrente. Atteggiarsi a persona fuori dagli schemi, capace di affrontare lo stigma del diverso è diventato un refrain trito e, a volte, anche un po’ stucchevole.

E’ un comportamento endemico soprattutto tra coloro che fanno spettacolo. Il che, per carità, non è un male. Anzi. La cultura procede infrangendo canoni fissi e cristallizzati. Se così non fosse suoneremmo ancora il clavicembalo o reciteremmo poesie in rima.
È altrettanto evidente, però, che nel passato il prezzo da pagare per la diversità era più salato rispetto ad oggi.
Yul Brynner
Ne abbiamo già parlato, qui sulle pagine di Boomerissimo, di questo straordinario attore, nato nel 1920 in una città che è stata a lungo sinonimo di lontano e sconosciuto, Vladivostok. Fondata nel XIX secolo nell’estremo oriente russo, al confine con Cina e Corea, è stata a lungo il quartiere generale della Flotta Siberiana della Marina Russa. Un luogo non particolarmente ameno, da cui Yul ancora bambino si trasferì, con la madre e la sorella, prima in Cina e poi a Parigi.
Artista circense, musicista, attore prima di teatro e poi anche per il cinema, Yul Brynner era considerato un sex symbol, anche per la caratteristica che tutti gli altri attori dell’epoca avevano sempre cercato di nascondere, l’assenza di capelli.
C’è una lunga storia a Hollywood (e non solo) di parrucchieri di toupet e creatori di posticci per star incapaci di affrontare la perdita che, secondo l’antico adagio, solo il pavimento arresta. In molti casi erano anche le major a premere per il rattoppo, nel timore che i beniamini del pubblico tricoticamente rarefatti non attraessero abbastanza spettatori paganti al cinema.
Ma Yul Brynner non era uomo che si impressionava facilmente. Lui, che i capelli ancora li aveva, decise di rasarli e creò un tipo.
Coraggioso fino in fondo
Era un uomo coraggioso il russo con antenati mongoli naturalizzato statunitense e non solo per aver affrontato Steve McQueen sul set de I magnifici sette. Steve McQueen era un attaccabrighe, ma Brynner era solido abbastanza da resistere ai suoi attacchi.
Ma anche i grandi crollano. Inciampano su un difetto, una debolezza. La debolezza di Brynner erano le sigarette. Aveva cominciato a fumare a dodici anni e fumava cinque pacchetti al giorno, certo della sua invincibilità. Smise soltanto nel 1971.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta ed oltre, era permesso, ai produttori di tabacco, fare pubblicità alle sigarette, magnificandone il valore in termini di status symbol e tacendo i danni. Ma tacerli non ne impediva gli effetti.
Nel 1983 fu diagnosticato all’attore un cancro ai polmoni, inoperabile. Brynner sapeva bene che l’unico da imputare per la malattia era lui stesso. Continuò a recitare in teatro nel musical che lo aveva reso famoso, The King and I, fino a quando le cure invasive glielo permisero.
In un’intervista alla trasmissione “Good Morning America” del gennaio del 1985 Brynner fu molto chiaro e diretto circa la sua malattia. Brynner morirà il 10 ottobre dello stesso anno.
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Secondo il New York Times, era intenzione dell’attore registrare uno spot contro il fumo, per salvare qualche vita, lui che non era riuscito a salvare la propria. Non fece in tempo.
L’American Cancer Society, d’accordo con la vedova dell’attore, decise di realizzare il suo desiderio usando stralci della sua ultima intervista. Lo spot andò in onda nei primi mesi del 1986, quando l’eco della sua morte non era ancora spento. Guardarlo dava la sensazione che Brynner parlasse dall’aldilà. L’impatto sul pubblico fu dirompente ed anche televisioni europee decisero di trasmetterlo.
Farebbe ancora effetto adesso? Forte lo è. Giudicate voi.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it


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