Una strage la cui dinamica non è mai stata chiarita completamente e che ha continuato ad uccidere.
Sono passati più di trent’anni dal giorno in cui un rogo ha messo fine al sogno di David Koresh.

Ha segnato la fine anche della sua vita e di tutti coloro che hanno rifiutato di lasciare il compound di Mount Carmel dove la setta dei Branch Davidian viveva secondo le regole del novello messia.
L’assedio
Quando il 28 febbraio del 1993 gli agenti dell’ATF si presentarono al compound di certo non avevano idea che quello sarebbe stato l’inizio di un assedio che sarebbe durato cinquantuno giorni.

Cinquantuno giorni di trattative, discussioni, il miraggio di un’apertura con soluzione pacifica per finire con l’inferno. L’FBI, l’ATF e le forze dello sceriffo schierati con i carri armati, come per una battaglia in piena regola, sul sacro suolo americano, con il benestare dell’allora presidente Clinton. E così sia. God bless America.
In quei lunghissimi giorni, Mount Carmel divenne anche il punto di raccolta di ogni sorta di curiosi e fanatici, un po’ come succede in autostrada quando c’è un incidente. Le auto rallentano anche in direzione contraria per tentare di vedere, di scorgere il dettaglio, lo schianto, il fuoco, il sangue. Un’attenzione morbosa che può risultare altrettanto pericolosa.
I curiosi, però, fortunatamente, venivano bloccati ben prima del compound, per l’esattezza tre miglia prima. Avevano scelto una collina, per avere una visuale migliore. Cosa si aspettassero di vedere, per cosa facessero il tifo, se per la soluzione pacifica o per un conflitto a fuoco in perfetto stile texano, non possiamo saperlo.
Tra le persone accorse per essere testimoni dell’evento c’era anche un ragazzo, tale Timothy McVeigh.
Timothy McVeigh
A venticinque anni Timothy era già un veterano, aveva combattuto nella prima guerra del golfo. Osservando le manovre da quella collina, Tim sempre di più si schierava con i Davidiani e contro l’operato delle forze messe in campo dallo stato federale.
Cominciò a vendere adesivi con slogan incoraggianti del tipo “Temi il governo che ha paura delle armi” o anche “quando le armi diventeranno fuorilegge, lo diventerò anche io”.
Suprematista bianco, aveva cominciato a maturare posizioni antigovernative quando la sua domanda per entrare nelle United States Army Special Forces venne rifiutata.
Il 19 aprile del 1993, il giorno della fine per Waco, Timothy non era su quella collina a guardare. Era in Michigan, a casa di James Nichols, guardò l’epilogo in TV come milioni di americani. Piangeva Tim, per quelle vite perdute, ma di rabbia. Cominciò ad elaborare la sua vendetta, vendetta che avrebbe portato a termine due anni dopo, con il fratello di James, Terry, a Oklahoma City.
McVeigh si convinse che il governo avesse intenzionalmente lasciato morire i Davidiani. La questione del fanatismo religioso non era importante, secondo lui il governo federale aveva tradito il secondo emendamento, il sacrosanto diritto dell’americano di detenere e usare armi. Tornò in pellegrinaggio a Mount Carmel per osservare quanto rimaneva del compound e pianificò la vendetta per l’accaduto.
Vendetta che eseguì esattamente due anni dopo, il 19 aprile 1995, in quello che sarebbe diventato il più grave atto di terrorismo interno per gli Stati Uniti. Tim e Terry James noleggiarono un camion Ford F-700 dove posizionarono la bomba, costruita con 2.300 kg di fertilizzante a base di nitrato d’ammonio, 540 kg di nitrometano liquido (un solvente) e 160 kg di Tovex, un esplosivo usato nell’industria estrattiva. Vittime, volevano tante vittime.

L’edificio prescelto fu l’Alfred P. Murrah Federal Building che ospitava quattordici agenzie federali. McVeigh parcheggiò il veicolo e innescò la miccia. L’esplosione fu devastante. L’edificio di nove piani venne distrutto. Per terra rimase un cratere largo nove metri e 168 morti, tra cui 19 bambini.
Catturato quasi per caso, McVeigh con orgoglio raccontò il motivo alla base dell’attentato. Non espresse mai rimorso per quanto aveva fatto, anzi secondo quanto scritto dall’Associated Press, l’attentatore non poteva non sapere che all’interno dell’edificio vi era un asilo nido, nonostante quanto da lui dichiarato successivamente ed espresse anche rabbia per non essere riuscito a radere al suolo l’intera costruzione:
“Damn, I didn’t knock the building down,”
Condannato alla pena di morte tramite iniezione letale, l’esecuzione ebbe luogo l’11 giugno del 2001. McVeigh aveva 33 anni.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it


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