Sono in molti a subire il fascino di segnatempo titolati e preziosi, anche leader politici apparentemente duri e (quasi) puri
Secondo fonti accreditate quali l’Uppsala Conflict Data Program (UCDP), l’Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED), e organizzazioni come le Nazioni Unite, Emergency, Medici Senza Frontiere e Human Rights Watch attualmente al mondo sono in corso qualcosa come 56/59 conflitti. Parti armate che si fronteggiano con perdite militari e civili e il loro corollario di devastazione.

Sempre secondo i dati disponibili oltre due miliardi di persone (24% della popolazione mondiale) vivono in contesti segnati dalla guerra.
Media e conflitti
Secondo l’ONU, il WFP, l’OXFAM, Save the Children, l’International Rescue Committee e innumerevoli altri istituti di ricerca il paese che sta vivendo la crisi più grave è il Sudan.

I dati usati per certificare questo non invidiabile primato sono i seguenti. Il Sudan è l’unico paese al mondo con carestia dichiarata dall’ONU con 637.000 persone in condizioni di fame. Il paese non ha più infrastrutture, il che significa che sistema sanitario, educativo, elettrico non esistono più. Entro la fine del 2025 è previsto un collasso economico del 42%. La sua situazione porta alla destabilizzazione di Chad, Sud Sudan, Etiopia ed Eritrea e relativa minaccia alla sicurezza internazionale. Riguardo al numero di persone bisognose di assistenza il Sudan supera tutti gli altri conflitti, ma, soprattutto, riceve molto meno supporto rispetto ad altrii. Il settore nutrizionale è finanziato solo al 12%, costringendo le organizzazioni umanitarie a ridurre o sospendere le operazioni. I media dimenticano nei telegionali, carta stampata e on line di prestare attenzione a queste persone, che tali sono. Uomini, donne e bambini. Ci sono conflitti che meritano maggiore attenzione e militanza. Perché evidentemente anche la sofferenza ha un colore è più “spendibile” se è di una certa parte e assicura un ritorno di immagine per chi la cavalca. Io sono scettica e malfidente di natura. Non credo alle giuste cause, alle persone dure e pure che per stare meglio devono odiare qualcuno e/o seguire tout court qualcun altro. La geopolitica è territorio infido.
Leader e orologi
Ecco che appunto, se dovessimo giudicare la bontà di alcuni leader e la loro relativa adesione ai principi dichiarati, guardando certi sfoggi ed ostentazioni di oggetti di valore nonché status symbol staremmo freschi. Da Che Guevara, a Fidel Castro, fino ad Arafat sono stati tutti fan e portatori sani di Rolex. Mai acquistati personalmente dicesi, ma opportunamente regalati.
Il leader incontrastato e ormai defunto dell’OLP, Yasser Arafat, era solito indossare un Rolex Datejust. Secondo T.D. Allman, che trascorse quaranta ore con Arafat e ne pubblicò il resoconto su Vanity Fair nel febbraio 1989 in un pezzo intitolato “On the Road with Arafat”, il leader possedeva nulla se non un orologio di valore:
‘It’s a Rolex,’ he told me when I asked him, ‘and works well.’ Then he laughed and said, ‘But I don’t want to do propaganda for them.’”
In effetti il buon Yasser si faceva un vanto di possedere nulla, se non qualche uniforme di ricambio e la sua distintiva kefiah. La realtà, pare fosse leggermente diversa.
Yasser Arafat
Il suo nome, Yasser, significa in arabo ricco, agiato, ma per sé stesso aveva scelto un nome diverso, preferiva farsi chiamare Abu Ammar, che significa “padre costruttore”, con tutte le ironie del caso. Diceva di vivere solo per la causa, di aver sposato la Palestina. Sappiamo che ad un certo punto cambiò idea.
Oriana Fallaci di lui disse: “Arafat è brutto… e non so come facciano i suoi amici (e i suoi nemici) a ricambiarne i baci”. Nonostante non fosse particolarmente attraente dal punto di vista estetico non difettava di carisma. Nonostante i suoi proclami di lotta, l’uomo aveva una vera e propria ossessione per la sua immagine. Arafat indossava sempre la sua kefiah che divenne il suo marchio distintivo. Secondo alcuni testimoni, era solito dire che la piegava in modo da evocare la cupola della moschea Al-Aqsa di Gerusalemme, mentre la parte laterale formava una mappa della Palestina pre-1948. Un lavoro. Yasser, il ricco, l’agiato, lo era davvero. La rivista Forbes lo classificava sesto tra i leader mondiali più ricchi, con un patrimonio di 300 milioni di dollari, mentre i servizi segreti israeliani stimavano 1,3 miliardi. Il Fondo Monetario Internazionale scoprì che Arafat aveva spostato 900 milioni di dollari di fondi pubblici su conti da lui controllati personalmente. Arafat aveva compreso quanto il denaro fosse determinante politicamente. Garantiva consenso, un certo grado di lealtà in una società, quella palestinese, faziosa e difficilmente controllabile. Come accennavo prima, l’uomo devoto solo alla Palestina, nel 1985 cambiò idea. Arafat conobbe Suha Tawil e cinque anni dopo si sposarono. Lei aveva 27 anni e lui 61. Il matrimonio non fu semplice. Ad un certo punto Suha e la loro figlia Zahwa, si trasferirono a Parigi dove vissero una vita lussuosa.
L’eredità (non spirituale)
Quando morì nel 2004, forse avvelenato, si aprirono speculazioni sulla sua immensa eredità.
Il rapporto del ministro delle finanze palestinese Salam Fayad rivelò che Arafat controllava:
- 23% del casinò di Gerico (valutato 28,5 milioni di dollari)
- 20% di una compagnia telefonica tunisina (50 milioni)
- Una società del cemento da 55 milioni che controllava le importazioni nei Territori
- 13 conti bancari per un totale di 73 milioni
- Monopolio del gasolio che rendeva circa 1 milione di dollari al mese
Non risultavano proprietà immobiliari, perlomeno non intestate direttamente a lui. Secondo un ambasciatore arabo, Arafat depositava il 75% dei fondi nella filiale della Banca Araba di Zurigo e il resto ad Amman. Mohammad Rashid, consulente finanziario del leader, avrebbe avuto le chiavi di questi conti. Peccato che sia sparito. La moglie lasciò Parigi per la Tunisia (da dove fu espulsa nel 2007) per poi trasferirsi a Malta. In Tunisia, Suha aveva investimenti stimati in 40 milioni di dollari prima di essere espulsa per questioni sia personali che finanziarie. Le autorità tunisine le revocarono la cittadinanza dopo controversie sui suoi affari. Secondo alcune fonti la vedova riceve una “pensione” di 12.000 dollari al mese, mentre secondo altri i palestinesi le avrebbero offerto un vitalizio di 22 milioni di dollari all’anno per mantenere il silenzio su alcune questioni delicate.
Zahwa, la figlia, è l’erede di una fortuna stimata in 8 miliardi di dollari. In una delle più grottesche contraddizioni del sistema, Zahwa continua a ricevere sussidi dall’UNRWA come “rifugiata palestinese” nonostante il suo patrimonio miliardario. E il Rolex di Arafat? Sparito anche quello, o forse altrettanto occultato come il luogo dove si nasconde Rashid, o i conti non rintracciati dell’uomo che come disse ancora Oriana Fallaci “che il suo popolo lo tiene nella merda. Dalla merda lo toglie soltanto per mandarlo a morire, a uccidere e a morire”. E il Sudan? Sudan? Cosa?
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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