James Hunt, forse il pilota più irruento, passionale e istintivo che abbia calcato le piste di Formula 1 scelse un orologio che era il contrario di lui. Una scelta stupefacente che ci racconta un lato del suo carattere che forse non abbiamo conosciuto abbastanza
C’è stato un tempo in cui la Formula 1 è stata un crogiolo di passioni, talvolta di follia. Un mondo in cui si ragionava, forse, tra ingegneri e motoristi. Dove un pilota aveva una, e una sola, missione da compiere: premere l’acceleratore e mettere il muso davanti a chiunque altro.

Questa Formula 1 mitologica, i cui eroi assomigliano più a cavalieri che a programmatori e contabili era fatta di gente che sfidava la morte ad ogni giro, e purtroppo spesso la trovava. Questo circus ha un simbolo che ha vinto una stagione sola, ma ha segnato la storia delle corse per sempre: James Hunt.
Era quello che sembrava, forse
Affascinante, perennemente a torso nudo (almeno a giudicare dalla sua eredità fotografica), dai capelli lunghi, magnetico per le donne quanto temibile per i suoi compagni d’avventura (che gli affibbiarono il nomignolo di “Hunt the Shunt, per il suo stile di guida follemente aggressivo), James Hunt aveva l’aspetto di una divinità nordica della tempesta e del tuono.
La passione debordante per la velocità (e per molto altro) ce l’aveva scritta una figura che aveva tutto per essere mitica. E in una personalità che chiamava adorazione, più che tifo ragionato.
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Era nato per correre, James Hunt, questo londinese classe 1947 che dell’understatement e della sottigliezza british non aveva nulla. Passionale, determinato e ribelle, era partito dagli sport della racchetta, prima di scoprire che, per quanto avesse la stoffa del campione su un campo da tennis, quello sport silenzioso e misurato non era fatto per lui.
Anche i motori inizialmente sembravano essere il campo sbagliato. Aveva cominciato guidando trattori ancora da bambino, e ancora troppo gracile per innestare le marce nei ruvidi mezzi degli anni ‘50. Ma le macchine erano un mondo diverso. Presa la patente a diciassette anni e un giorno, il giovane James gettò per sempre la racchetta e scoprì il suo grande amore (quasi altrettanto grande di quello per la birra e per le donne): le corse in auto.
Fuori dagli schemi
Dalla prima discesa in pista, non ancora ventenne, a bordo di una Mini, James Hunt si dimostrò quel pilota fuori dagli schemi e poco amico della logica, che avrebbe finito per strappare a Niki Lauda il mondiale del 1976, in mezzo al diluvio fatale di Fuji. Qui Hunt col suo terzo posto ottenuto di pura incoscienza, su una pista allagata, tra forature e caos ai box, strappò il titolo a un Lauda ferito, che alzò bandiera bianca a causa delle condizioni impossibili. Lauda fece quello che chiunque, tranne James Hunt, avrebbe fatto al posto suo. Hunt domò i fulmini e conquistò la sua leggenda.
Non altrettanto felice fu il suo esordio sulla piste. Deciso sin dal primo giorno a travolgere con l’entusiasmo qualsiasi regola e qualsiasi ragionevolezza, Hunt si presentò alla partenza della sua prima corsa con una Mini che non aveva nulla di regolare. Un rapido esame dei commissari lo fermò al palo della sua prima corsa, squalificandolo, e cominciando nel modo peggiore quella carriera di alti e bassi, di trionfi e sconfitte totali che avrebbe fatto di James Hunt un mito intramontabile, a dispetto di un palmares non poi così ricco (un mondiale e dieci vittorie in carriera).
Rolex Datejust 1601: l’opposto di James Hunt
Sregolato quanto geniale, James Hunt aveva bisogno di trovare almeno da qualche parte un contrappeso, una personalità in grado di equilibrarlo almeno parzialmente. Se la sua turbolenta vita amorosa non riuscì in questo compito, un altro amore, freddo come l’acciaio e prezioso come l’oro avrebbe almeno in parte raggiunto l’obiettivo: il suo Rolex Datejust.

Non un orologio sportivo, non uno di quegli “strumenti” che Rolex ha dedicato alle discipline estreme. Tantomeno un cronografo pensato per le corse, come il Daytona che aveva sedotto Paul Newman qualche anno prima.
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No, James Hunt, un uomo che amava il divertimento più che il lusso, la gioia più che l’esibizione di ricchezza, finì per trovare la sua controparte nel classico modello da polso che Rolex aveva introdotto nel 1945, per una clientela di eleganti (e diciamocelo, un po’ noiosi) uomini d’affari. Gente che si supponeva dovesse sbirciare il proprio sobrio segnatempo seduta su una poltrona di pelle da presidente, e non sul seggiolino di una monoposto, con centinaia di cavalli pronti ad esplodere sotto il sedere.
L’orologio dei banchieri e dei presidenti
Il Rolex Datejust era l’espressione della precisione elvetica (e questo va da sé), ma anche dell’eleganza e della formalità, tutte cose che in altre forme James Hunt ha sempre frequentato molto poco.
Con la sua finestrella della data a ore 3, con il suo mix di metalli, con il più classico e sobrio dei bracciali Jubilee, il Rolex di James Hunt era qualcosa di più di un simbolo di successo. Era un alter ego, silenzioso e discreto. Che però Hunt non smetteva mai di mostrare, pieno di orgoglio,, in giro per i box. Ci restano molte foto di queste esibizioni innocenti del nuovo giocattolo. Una delle quali vede come coprotagonista un ineffabile Gilles Villenueve, che non sembra poi così impressionato dal Datejust che Hunt gli mostra.
Il James Hunt che non abbiamo mai visto
La combinazione tra orologio e proprietario, a prima vista semplicemente bizzarra, è in realtà decisamente affascinante, e rivela tratti di James Hunt che forse la leggenda ha ingiustamente messo in ombra.
La passione e il coraggio sono molto nel mondo delle corse. Ma senza un’attenzione maniacale alla precisione delle manovre e dei gesti che ti fanno guadagnare i preziosi centesimi di secondo che separano il trionfo dalla delusione, un pilota capace di vincere un mondiale non esisterebbe. Anche questo è stato James Hunt, e non solo questo.
Selvatico, indomabile, bellissimo, James Hunt è stato anche uno stile. Uno stile informale, forgiato sulla sua personalità. Ma certamento uno stile potentissimo, che era la chiave del folle amore che il pubblico provava per lui.
Si può dire che Hunt fosse un uomo elegante? Probabilmente no. Ma l’eleganza, in fondo, è fatta per chi non ha la personalità di imporre le sue scelte e la sua immagine. Cosa che James Hunt ha fatto come pochi altri, facendo di se stesso un logo, una griffe, che ancora ammiriamo molti anni dopo la sua scomparsa.
C’è molto da amare in tutto quello che abbiamo visto, conosciuto, letto, immaginato di James Hunt. Ma c’è anche una faccia nascosta dell’eroe, quella che la sera fa il conto con i millesimo di secondo, quella che progetta le sue vittorie affinando il suo mezzo fino all’ultimo millesimo di millimetro.
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Dietro il dio del volante c’è un uomo che forse non abbiamo conosciuto e riconosciuto abbastanza. Per averne un’idea, per gettare uno sguardo oltre quella porta che James Hunt ha sempre tenuto quasi chiusa, occorre guardare allo spiraglio che ci offre il Rolex che si era scelto. Un imprevedibile Rolex Datejust 1601.
Antonio Pintér


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