James Hunt era un pilota di carattere: aveva molti difetti e almeno altrettanti pregi. Quel giorno a Montecarlo fuse il motore e perse il Gran Premio, ma non il buonumore.
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Non so cosa noi boomer abbiamo esattamente contro i risvoltini. Fatto sta che esiste un conflitto profondo, che forse è dovuto al fatto di essere cresciuti quando i pantaloni si portavano a zampa d’elefante. O a qualche altra motivazione psicologica che al momento mi sfugge.

Certo è che quella che ci piace immaginare, e che forse è stata davvero, l’epoca d’oro della Formula 1, è stata il trionfo di chi era cresciuto sporcandosi le mani con getti carburatori, motori elaborati male, mezzi agghiaccianti, spesso pericolosissimi, che rombavano, inquinavano. Veicoli sporchi e decisamente diversi dai monopattini elettrici e dalle microcar sostenibili sognate oggi (e lungi da noi l’intenzione di prendercene gioco) dai giovani di Friday for Future.
1977, James Hunt e il Gran Premio di Montecarlo
Se quest’epoca ha un simbolo, questo è James Hunt,. Molto genio e almeno altrettanta sregolatezza. Vale la pena di ricordare che nel 1977 James Hunt si presentò al via del mondiale da avventuroso e fresco campione del mondo. Aveva vinto l’edizione del 1976 in condizioni straordinarie e rocambolesche. Fu il mondiale funestato dall’incidente a Lauda, che tornò in pista miracolosamente nel finale della stagione. Il titolo, fu strappato da Hunt per un solo punto e con infinite polemiche, solo all’ultimo Gran Premio, sotto la pioggia torrenziale di Fuji.
L’anno dopo, a Monaco, dopo cinque gare, Hunt si presentava in grave ritardo di classifica, inseguendo Scheckter e Lauda e combattendo, più che contro ogni altra casa, con le difficoltà di un carattere tanto talentuoso quanto difficile da amministrare.
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Le prove non andarono benissimo. Ma in gara Hunt tirò fuori la grinta: dopo pochi giri sul tortuoso circuito cittadino, l’abilità manovriera (se non vogliamo dire l’incoscienza) dell’inglese lo proiettava già in vista della testa, all’inseguimento di Scheckter e appaiato con l’eterno rivale, Niki Lauda. Fu una gran corsa per l’inglese, che sentiva profumo di rivincita e di difesa del suo titolo. Almeno finché il suo motore, sotto la pressione degli eventi e di un piede pesante come pochi, si fermò di botto. Era saltata una valvola, fine della corsa.
Il carattere si vede nei momenti bui
Chi segue i Gran Premi ha visto molti piloti scaraventare il casco, inveire con commissari e meccanici, chiudersi in un mutismo rancoroso nel camperone del team, in occasioni del genere.

Ma James Hunt, nel bene e nel male, non era un pilota come gli altri. Era fine maggio, e appunto su Monaco splendeva un bel sole. La baia azzurra era fitta di yacht e guarda caso uno era quello del suo amico Barry Sheene, campione del MotoGp, inglese. Altro genio non facile da amministrare.
Hunt approfittò della vacanza anticipata, indossò i suoi shorts attillati migliori (no risvoltini, appunto), e raggiunse Sheene sulla sua barca, dove dimenticarono i fastidi della pista prendendo il sole e stappando qualche birra (ci scommettiamo, anche se in foto c’è solo Coca Cola). Le immagini che rimangono di quel pomeriggio di Monaco sono la testimonianza di un altro mondo, di un’altra epoca. E di piloti un po’ diversi dai fashion blogger computerizzati (e bravi, per carità) che si danno battaglia oggi.
Era la leggenda della Formula 1. L’intelligenza, quando c’era, era naturale. Il carattere pure, specialmente se era il carattere di James Hunt.
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Un saluto a James Hunt, che un altro mondiale non lo vinse mai più. E che è morto prima del tempo, lasciandosi dietro pochi rimpianti e moltissimi debiti. Un campione che ha avuto vita breve, ma che ha vissuto giornate così.
Antonio Pintér


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