Il campionario di noi boomer è ricco di automobili da dimenticare, o da ricordare, a seconda di come si siano vissute.
Non ho storie mirabolanti su auto o viaggi vissuti a quattro ruote da raccontare. La mia storia è quella di una famiglia in cui l’automobile non è mai entrata. Succedeva anche questo a noi boomer di provincia.

Non sono nata in una grande città, ma in una città di provincia e per di più al sud, nella fattispecie, Foggia, capoluogo del nord della Puglia.
Quando ero piccola non ho mai sentito l’handicap di vivere in una famiglia a due piedi e non a quattro ruote.
Pochi erano i posti che non fossero raggiungibili camminando (parliamo della città, ovviamente) e per quelli che non lo erano ci si affidava alla “circolare” (leggi autobus). Ricordo ancora il bigliettaio seduto all’ingresso con il dito “gommato” per meglio staccare il pezzettino di carta. Il prezzo, francamente non lo ricordo.
Certo, bisognava armarsi di pazienza e fatalismo. Andare alla fermata era un atto di fede. Prima o poi qualcosa sarebbe passato, ma proprio prima o poi.
Quello che ci aiutava era che i tempi erano più rilassati. Non c’erano mille e più mille incombenze da portare a termine in posti distanti tra loro. Tutto si svolgeva nelle centinaia di metri del quartiere. Casa, scuola, alimentari, edicola, parenti, tutto era a portata di passeggiata. In vacanza si andava in treno. Sveglia all’alba per andare a prendere il cavallo di ferro e occupare i posti migliori. Data la levataccia notturna avremmo anche potuto mettere noi il treno sui binari.
La modernità che avanza(va)
Col tempo qualcosa cominciò a cambiare. Giovani zii comprarono case in quartieri nuovi e distanti (per la nostra concezione del tempo) e fu costruito un nuovo e moderno nosocomio in quella che allora era praticamente campagna.
Qui iniziammo a risentire della nostra non motorizzazione. Andare a far visita ai parenti nonché ammalarsi in modo serio comportava un disagio accessorio, raggiungere la destinazione oltre le colonne d’Ercole.
Ci toccava, in queste occasioni, elemosinare passaggi da qualche parente di buon cuore e buon tempo. La me bambina viveva questi viaggi in macchina con sentimento contrastante, la gioia di fare qualcosa di nuovo e… il mal d’auto. Il solo odore dell’interno di un’auto, magari rovente per essere stata sotto il sole, mi ribaltava lo stomaco.
Bello era, di contro, grazie alla pluralità di zii, poter visitare diverse automobili. Poi c’era il rituale di portare a far vedere a tutti il parentado l’auto nuova.
La Simca 1000
Ed è in questo rituale che ho conosciuto la Simca 1000. Il giovane zio, fresco di nuovo acquisto, portò la fiammante vettura in processione affinché fosse vista ed apprezzata.
Ed eccola lì, grigio metallizzato, che a noi sembrava un vero gioiello.
La Simca 1000 è stata una delle vetture di punta della casa automobilistica francese, prodotta tra il 1961 e il 1978.

La genesi della simpatica automobile risale agli anni ’50, quando la Simca decise di sviluppare un’auto compatta e accessibile per il mercato di massa. Il progetto iniziò nel 1957 sotto la guida dell’ingegnere italiano Dante Giacosa di Fiat, il “Grande Fratello” della Simca di quegli anni
Inizialmente aveva un motore a 4 cilindri da 944 cc e una potenza di circa 32 cavalli ed una velocità massima riferita di 120 km/h. Successivamente, vennero introdotte versioni con motori di cilindrata maggiore, tra cui un 1.1 litri da 50 cavalli e un 1.3 litri da 59 cavalli. Il cambio era a 4 marce sincronizzate, ma udite, udite, i sincronizzatori erano stati realizzati dalla Porsche.
Aveva un po’ “la faccia cattiva” per via della finta presa d’aria e degli scalini longitudinali sui lati del cofano che proseguivano anche in coda, sul cofano motore.

Gli interni erano adeguati ad una compatta dell’epoca. Il design dell’abitacolo era semplice ed essenziale, con una plancia dei comandi funzionale e una disposizione pratica degli strumenti (leggi: c’era un tubo). Ma a noi, che eravamo piccoli, sembrava bella come un’astronave…
Antonietta Terraglia – Copyright Boomerissimo.it


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