Ci sono auto che hanno saputo incutere terrore per le loro terrificanti prestazioni sportive. La NSU Prinz faceva paura per un altro motivo, specialmente quand’era verde bottiglia. La più temibile.

Se siete stati bambini o ragazzini ad un certo punto degli anni ’70, sapete bene di che cosa parliamo. Le Giulia potenziate, con i fari asportati, le versioni Abarth delle utilitarie più popolari, le Fulvia coupé, erano tutti mostri che mordevano la strada e facevano paura sui nastri autostradali ancora a due corsie.
Per non dimenticare
Ma c’era un’ altra auto che faceva paura in situazioni diverse, quando passeggiavi con i tuoi amichetti. E lo faceva per ragioni molto diverse. Che fosse in moto o parcheggiata a bordo strada poco importava. La maledizione della Prinz non si poteva evitare.
Era un’ auto francamente bruttarella. Nella nostra idea di ragazzini nessuna persona sensata avrebbe mai potuto pensare di pagare dei soldi, e pure tanti (perchè un’ auto, per quanto economica, costa cifre fuori dalla portata anche immaginativa di un ragazzino) per quel mostriciattolo. Noi avevamo le Fiat 127, 128. Qualcuno dal babbo esterofilo poteva avere una Opel Kadett o una Ford. Si vociferava che qualche compagno di scuola che abitava nelle “case belle” avesse persino la Mercedes. Uno era stato messo alla berlina perché suo papà, in preda a manie di grandezza di era comprato la Ford Granada, per scoprire che non entrava nei box dei nostri condomini, progettati da una cooperativa per gente che di problemi economici non ne aveva, ma nemmeno era previsto si comprasse un ciabattone del genere, da telefilm americano.
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La Ford Granada finì parcheggiata per strada e lì vicino a quel ferro da stiro macchiato dalla disgraziata si poteva vedere abbastanza spesso un’ altra macchina, una delle poche colpite da una disgrazia ancora più grave: essere una Prinz.

La Prinz non era solo orrenda, e su questo erano tutti d’accordo. Era talmente brutta da portare sfiga. Magari qualcuno di noi, di tendenza più razionalista, pur nella giovane età, non si sarebbe sentito di dirlo ad alta voce. Ma quando appariva la Prinz, c’era poco da fare, la ragione salutava e toccava correre immediatamente ai ripari con gli scongiuri. E siccome nessuno voleva che gli rimanesse attaccata la disgrazia fusa nell’essenza stessa di quella automobile, la sfiga occorreva passarla a qualcun altro.
“Tua senza ritorno”
Se la vedevi per primo, il segno del destino era fatale. Ma potevi rimediare passandolo al vicino. Lo toccavi e gli dicevi “Tua!”. Adesso erano affari suoi gestirsi la sfiga della Prinz, tu te ne eri liberato. Troppo facile per essere vero.

Al primo “tua”, qualcuno si trovava con la patata bollente, ovvero la Prinz rovente addosso. Cosa poteva fare? Passarla a sua volta a qualche malcapitato che non si era allontanato in tempo. Eh sì, perché la sfiga della Prinz era visibile, palpabile, portava da subito all’isolamento sociale. “Tua!”, ti diceva toccandoti qualche bastardo, e immediatamente eri solo. Lui con un salto si allontanava e solo qualche invornito perso nei suoi pensieri sarebbe rimasto a portato di Prinz. Eri solo come un appestato, ché nemmeno il Covid e la peste bubbonica.
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La Prinz scatenava il panico, la gente scappava, il pomeriggio tranquillo diventava subito peggio di giochi senza frontiere. Dovevi acchiappare subito qualcuno a tutti i costi. E la cosa peggiore era che, semmai riuscivi a passarla, la maledizione poteva pure tornarti indietro, e tanta fatica per liberarsene sarebbe diventata inutile.
Per questo qualche genio inventò una soluzione di singolare eleganza. Bastava aggiungere poche sillabe e l’incubo del rinculo della Prinz si poteva dissolvere: “tua senza ritorno!”. Chi lo diceva era libero, intoccabile, vaccinato dalla Prinz.
Perché proprio la Prinz
Perché proprio lei era così disgraziata? Perché, tra tante macchine che non erano certo uscite come capolavori dalla penna del progettista, proprio alla Prinz era toccata questa nomea allucinante?

Non lo sapremo mai. A parte la bruttezza, indubbia, indiscutibile e sicuramente di altissimo livello, che toccava gli apici nel colore più deprecato, il verdone, la Prinz (fa ancora paura dirlo) non era poi così male, come macchina. C’era di peggio. La Prinz la faceva la NSU, marchio tedesco poco noto, che i più colti (quelli che vivevano nelle vecchie riviste motoristiche dei padri) sapevano avere forti radici motociclistiche.
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Di altre macchine note la NSU non ne faceva, se si eccettua la Ro80. Di quelle ce n’era una sola nel quartiere. E i soliti sapientoni sussurravano che quella berlina da gente che guida col cappello avesse sotto il cofano un motore unico, rotativo. Un esempio di avventurismo tecnologico (comunque malriuscito) che si faticava a collegare con l’orrore della Prinz.
La Prinz: meno brutta di come la si dipinge
La Prinz nasce dalla crisi della moto e dello scooter, i mezzi di prima motorizzazione del boom, che anche in Italia avevano fatto la fortuna di Vespa e Lambretta.
Su questi mezzi il marchio tedesco NSU aveva puntato molto, fino a costruire per ragioni di immagine il micidiale “Delphin” che avrebbe conquistato numerosi record di velocità in pista. Ma negli anni ’50 la stagione dello scooter come mezzo di massa era ormai chiaramente alla fine. NSU si lancio nel mondo dell’automobile, portandosi dietro un’eredità motoristica riconoscibile.
I propulsori che avrebbero finiti per motorizzare la prinz erano di origine motociclistica. Due NSU Max (un motore che aveva sensazione nei primi anni ’50) accoppiati e ovviamente raffreddati ad aria.
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La potenza non era esuberante nella prima serie, appena 20CV. Ma la Prinz che abbiamo conosciuto, e che in Italia fece “i numeri” era la Prinz4, nata nel 1961. Per quanto possa apparire incredibile, quella Prinz appena nata appariva almeno a qualcuno slanciata e bella. Solo a fine carrierà la sua “prinzità” sarebbe finalmente diventata chiara. E divenne addirittura leggendaria dopo la fine della produzione, nel 1973.
Eppure la Prinz era una buona macchina. Il suo motore, meccanicamente singolare, aveva il pregio della silenziosità. La carrozzeria, trattata con accuratezza tedesca non arrugginiva e non si bucava come era tipico delle più fascinose italiane, che dopo qualche anno tendevano a mantenere solo rare isole di lamiera originale, incontaminata.
Aveva il difetto di prendere fuoco con una certa facilità, a causa della disposizione meccanica. Ma pare che il problema si potesse evitare con una corretta manutenzione. Qualche maligno imputa però a tale caratteristica la nomea di “portasfiga”.
Gran macchina la Prinz, insomma, a sentire i supertecnici. E sarà sicuramente così. Ma nel caso ne passi una, e vi troviate nei nostri paraggi, sarà irrimediabilmente “Tua!”. Anzi, per sicurezza, considerato lo scatto memo pronto di quanto fosse a una quaranticinaquina d’anni fa, sarà “TUA SENZA RITORNO!”.
Voi, poi, fate un po’ come volete.
Antonio Pintér
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