Negli anni Settanta l’indipendenza delle donne aveva il suono del rombo di un motore. Soprattutto nella provincia italiana.
Mai avuto auto in famiglia, la prima che ho guidato è stata quella dell’autoscuola. Sono una specie di pioniera, la prima ad aver guidato in casa mia. Mio padre non aveva la patente, all’epoca in una città di provincia non ne sentiva il bisogno. In più, mio padre e mia madre erano stati cresciuti in famiglie con reali ristrettezze economiche.

La carne a tavola per mia madre era una rarità e mio padre si faceva qualche chilometro a piedi in campagna per andare a scuola, accompagnando i fratelli più piccoli. Quando si sono sposati hanno tirato un po’ il fiato, ma era nel loro DNA risparmiare ed evitare spese inutili. L’auto era una di quelle.
Automobili
Non erano stati contagiati dalla febbre del Boom economico. Erano rimasti con la fame di chi era nato in campagna a tirar su dalla terra il sostentamento e chi era figlia di famiglia numerosa senza altri possedimenti se non sè stessi. Risparmiavano, sempre. Tranne che sul cibo. Doveva essere una sorta di ferita di guerra, una sindrome da stress post-traumatico che li spingeva a scegliere sempre la frutta migliore, il formaggio migliore. E sapevano scegliere. Io ho ricordi sensoriali di certi sapori che non sono più riuscita a ritrovare o a replicare.

Ho saputo di essere una non-abbiente abbastanza presto, non sono mai stata povera, ma niente colpi di testa. Da quando l’ho capito, ho dovuto fare i conti con l’idea che se qualcosa di diverso volevo dovevo conquistarmelo a morsi. Non sempre ci sono riuscita, per mio demerito, per scarsa convinzione, ma ci ho provato.
L’automobile è stata una di quelle cose. Guardavo quelle dei miei zii e mi rodevo per il fatto di non averne una in famiglia. I miei zii hanno posseduto alcune delle auto più iconiche della storia. Chi il maggiolino, consigliato da mio nonno, certo della inettitudine dello zio alla guida, chi il GS Citroen, dopo essersi giocato un gomito in un incidente con una Lancia Fulvia e chi faceva il figo su e giù per Foggia con una Simca.
Ma il mio pallino non erano quelle, ammiravo, anzi mi venivano “fuori gli occhi”, davanti alla macchina dell’auto di una delle amiche di mia zia, quella “piccola”.
Auto emancipate per donne (vere) emancipate
Mia zia (piccola) viveva ancora in casa quando ero infante e, abbastanza spesso, mi portava in giro con lei. Mia madre era rigida, mia zia avvolgente, raccontava le favole, si truccava e si agghindava ed era un piacere, uno spettacolo, guardarla mentre lo faceva.
Capitava che l’accompagnassi a far visita alle sue amiche, un po’ perchè le faceva piacere e un po’ perchè era una valida scusa per alzarsi e andare, “sai, la bambina…, è tardi”. Così non si offendeva nessuno.
Tra le sue amiche c’era una coppia di ragazze, donne che vivevano insieme dopo la morte del padre di una delle due. Per la Foggia degli anni Settanta era una situazione anomala. Due cugine nate in Argentina e, ahiloro, ritornate in età adulta in patria. Forse c’era una storia un po’ più pruriginosa dietro, ma io ero piccina e non fui in grado di capirla.
Erano due donne straordinarie. Amavano gli animali in modo reale, raccoglievano randagi (di cui Foggia era piena all’epoca e trattati malissimo, spesso li trovavi uccisi per strada), che curavano e amavano, seppur brutti e storpi. Una delle due era professoressa di pianoforte, di quelle dure e pure. Solo Bach. Guai se le chiedevi di suonarti una canzone, ti metteva alla porta senza remore. L’altra era informatore scientifico. Girava per medici e ospedali in tutta la provincia e tra le due era quella che guadagnava meglio. Per il suo lavoro doveva spostarsi in macchina. E che macchina aveva? Una Seicento? Una Cinquecento? Una Bianchina? Niente di tutto questo. Guidava una fantastica, affascinante Fiat 850 Sport Coupé, bianca.
Diventavo pazza quando mia zia si faceva accompagnare da qualche parte dalla sua amica e mi portava con lei. Non era un’auto, era un modo di essere.
Fiat 850 Sport Coupé
La Fiat 850 Sport Coupé ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’automotive italiano.
Nella vivace Italia degli anni ’60, ancora sull’onda dell’ottimismo del boom, la Fiat, sempre attenta alle esigenze del mercato, creò una versione ancora più accattivante e potente della già popolare 850 Coupé. Nacque la Sport Coupé, un gioiellino di design e ingegneria.
Il cuore di questa belvetta era un motore da 903 cm³, capace di erogare ben 52 CV. Per gli standard odierni non è un gran che, ma all’epoca era una potenza considerevole per un’auto di quella taglia. Era in grado di fare oltre 145 km/h facendo mangiare la polvere a rivali più blasonate.
Ma non era solo questione di potenza. La Sport Coupé era un concentrato di innovazioni: freni a disco anteriori, alternatore al posto della dinamo, pneumatici radiali Pirelli Cinturato. Dettagli che la rendevano un’auto all’avanguardia.
Il successo fu immediato e travolgente. In soli tre anni, dal 1968 al 1971, ne furono prodotte circa 200.000 unità. E non solo in Italia: la versione spagnola, prodotta dalla SEAT, si fece valere anche nei rally, dimostrando che sotto quel design accattivante si nascondeva un’anima sportiva.
La Sport Coupé era un vero e proprio oggetto del desiderio. La sua linea aerodinamica “a forma K”, i doppi fari anteriori e posteriori, la coda squadrata con spoiler integrato… Ogni dettaglio era studiato per far girare la testa e far innamorare i possibili acquirenti. E gli interni non erano da meno, con quel cruscotto in legno e la strumentazione “racing” facevano sentire ogni guidatore un pilota in erba.
Purtroppo segnò la fine di un’era. Fu l’ultima piccola coupé a motore posteriore della Fiat, prima del passaggio alla trazione anteriore con la 128 Coupé.
Ti piace Boomerissimo? Sostienci con una piccola offerta cliccando qui
Ma io all’epoca ignoravo tutte queste caratteristiche. Per me era solo bella, figa, diversa e la guidava una donna, come me.
Quando la mia auto attuale, una Golf che ho amato e amo, mi dirà addio per consunzione, eviterò di prendere una di queste nuove, perfettissime auto ibride tutte uguali, supposta-shaped. Prenderò un’auto vintage. E in pole position c’è lei, la Fiat 850 Sport Coupé, con la sua voglia di osare. Un’auto che continua a farmi sognare, anche a distanza di oltre mezzo secolo.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


Rispondi