Sidney Bechet aveva un carattere meno melodioso e immacolato del suo splendido suono di sax soprano. Se non lo conoscete, vale la pena di farlo adesso.
Adoro Sidney Bechet. Quando cominciai a pensare che il jazz sarebbe stato una parte importante della mia vita, i miei riferimenti erano tutt’altri. Bopper come Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Thelonious Monk (no, Miles Davis no, è stato un “acquired taste” molto successivo).

Mi piaceva la loro musica sfacciata e rivoluzionaria, mi affascinava la loro vita movimentata. Louis Armstrong, Sidney Bechet, i giganti di quella prima generazione, stavano un passo indietro, un po’ stinti in una fotografia in bianco e nero e costretti dall’etichetta “jazz tradizionale”, che sulla mia rivista preferita, Musica Jazz, aveva una sezione apposita con uno specialista apposito che ne recensiva i dischi (se la memoria non mi inganna, era Giorgio Lombardi).
Che quel mondo fosse meno zuccheroso di quanto poteva apparire in prospettiva, me ne ero accorto leggendo Milton “Mezz” Mezzrow, e col tempo avrei capito che tra i momenti caldi del jazz di New Orleans e Chicago e la rivoluzione del bop passano solo vent’anni. Che ti sembrano un paio di vite quando hai quattordici anni, ma appena un battito di ciglia quando cominci ad aver accumulato qualche compleanno in più. Quanto lontano vi sembra il 2005, adesso?
Lo schiaffo di Bechet
Lo schiaffo di Sidney Bechet mi arrivò quando cominciai a suonare pure io il sassofono. Un sassofono che mio padre mi aveva comprato, pur ammonendomi che sarebbe stato del tutto inutile suonarlo a meno che lo suonassi meglio di quel tizio di cui gli avevo chiesto di disegnarmi un ritratto: Charlie Parker.
Sidney Bechet, Petite Fleur – Boomerissimo.it
Io avevo ambizioni di jazzista ma in quelle prime fasi era già molto fare emettere al mio corno dei barriti qualunque. Mi aiutavo frequentando qualche studente un po’ meno alle prime armi di me, tra cui uno che suonava già discretamente il sax contralto, ma puntando alla musica leggera, alla banda, al liscio. Cose deprecabili per un purista (seppur incapace) come me. Tra i suoi dischi di sax leggero (o presunto tale) ne aveva uno di Sidney Bechet. Sbam.
Ascoltavo e riascoltavo “Petite Fleur”, un brano melodico, bellissimo. Apparentemente quasi semplice. Se era evidente perché non riuscissi a suonare le melodie di Charlie Parker, una specie di overdose di note dissonanti sparate a raffiche sincopate dal ritmo imprevedibile, una musica come quella di Bechet ti metteva davanti ai tuoi limiti nel modo più spietato.
Un suono pauroso, largo, caldo che all’inizio faticai a riconoscere come un sax soprano (per me il soprano era lo sgradevole strumento che gente come Coltrane e talvolta persino Sonny Rollins imbracciavano per essere alla moda, irritandomi perché non stavano suonando il tenore, il sax giusto). Poche note, spaventosamente esatte, che ti commuovevano per la loro inevitabilità.
Da allore Petite Fleur e Bechet sono sempre rimasti con me, segnando ogni momento dei miei progressi (?) al tenore, e restando sempre sideralmente lontani, e senza scuse.
Un genio turbolento
A conoscere meglio la vita, oltre che quelle ultime opere del glorioso autunno di Bechet, si sarebbe potuto scoprire che l’uomo aveva molto più da offrire che un suono caldo, avvolgente e una grazia tradizionale che a un giovanotto dei primi anni ‘80 sembrava meravigliosamente fuori del tempo.

Come molti musicisti di jazz (ma non per esempio Louis Armstrong) Bechet veniva da una famiglia della classe media, aveva ricevuto in regalo il suo primo strumento all’età in cui noi tapini cominciavamo a maneggiare una penna biro, e si era in breve affermato come una stella del jazz di New Orleans, prima di trasferirsi a Chicago, dove le sue prime registrazioni del 1923 fecero epoca, precedendo di poco quelle che avrebbero segnalato Louis Armstrong al mondo. A venticinque anni era già l’equivalente di una rockstar ma pochi mesi prima che i suoi nuovi 78 giri lo rendessero un personaggio di rilievo universale, nel 1922, Bechet era già in tournee oltre l’oceano, agitando di persona (è il caso di dirlo) la scena musicale.
Nel settembre del 1922, Bechet si trovò coinvolto in un incidente che segnò l’inizio dei suoi guai con la legge. Mentre si trovava a Londra, fu arrestato per una rissa con alcune donne in una stanza d’albergo (le cronache non riportano di più, e l’immaginazione galoppa indisturbata). Fu espulso seduta stante dal Regno. Nei registri di polizia britannici, evidentemente confusi dal creolo clarinettista-sassofonista Bechet è descritto com un uomo dalla “carnagione olivastra”. Si beccò una condanna a 14 giorni di carcere come aperitivo all’espulsione. Sulla nave che lo portava verso la costa francese, il giovane musicista mostrò il suo disprezzo verso l’isola che lo rispediva al mittente gettando in mare tutti i suoi soldi britannici. Un gesto di sfida che ci dice molto sia del carattere poco logico, che di quanto quella concatenzione sfortunata di eventi lo avesse alterato e contrariato.
A Parigi lo aspettava una città turbolenta quanto lui, nel pieno della febbre che seguiva la tragedia della prima guerra mondiale. Tra i suoi locali e i suoi bar ciondolava la “generazione perduta” di Hemingway e di Scott Fitzgerald, nei suoi caffé ribolliva un’america esotica, turbolenta, spesso piena di whisky. Il giovane Sidney ci si trovò benissimo. Era una delle star della notte, e proprio a Parigi sarebbe tornato dopo una nuova guerra mondiale, per incidere tra le altre cose proprio quel Petite Fleur che sarebbe diventato decenni dopo una specie di mia piccola ossessione.
Ma a questo punto una nuova guerra sembrava ancora lontana, o quantomeno nessuno sembrava preoccuparsene. A far volare qualche colpo di arma di fuoco fuori programma ci pensò proprio la crescente star creola.
Nel 1928, al Bricktop Café di Parigi, una lite dai contorni piuttosto confusi con il banjoista Gilbert “Little Mike” McKendrick si concluse a colpi di pistola: fu Bechet a sparare verso il banjoista ma a essere colpiti furono invece degli spettatori del tutto innocenti. C’è chi dice che il fatto sia accaduto a causa delle divergenze, ancora una volta, attorno a una donna.

Diversa è la versione di Bechet, che sostiene che il crimine non sia stato colpa sua, se non per una leggera perdita di controllo dovuta al carattere irruento.
“Stavo cercando di sparare a un musicista che mi stava insultando e soprattuttostava criticando il mio modo di suonare. Lo sfidai a duello e gli dissi: “Sidney Bechet non suona mai l’accordo sbagliato”.
–Sidney Bechet
Sfortunatamente una delle pallottole partite dalla sua pistola colpì una signora lì presente, e la ferì. Anni dopo, Bechet si sentiva ancora innocente, ingannato e messo in mezzo dall’altro musicista. Cionondimeno si beccò 15 mesi di carcere, di cui 11 scontati nel penitenziario di Fresnes.
Lo scrittore Luis Aragon, un grande fan del jazz e di Bechet in particolare, intevenì pubblicamente a sua difesa. Il che non impedì alla Francia di espellere per la seconda volta il turbolento jazzman, che dovette fare ritorno, e non per sua volontà, negli Stati Uniti.
A New York e dintorni Bechet trascorse gli anni rivoluzionari della nascita del bebop, senza farsene sfiorare minimamente. Aveva creato la sua musica, e non sarebbero stati quattro sbarbati che si vestivano in modo sballato a fargliela cambiare.
Finita la guerra, dimenticate la sua sparatoria, sepolta da eventi ben più tragici, Bechet riuscì ad approdare di nuovo a Parigi nel 1949, e a trascorrere gli ultimi dieci anni di una vita straordinaria.
E sì, anche a incidere quello strordinario disco che avrebbe lasciato senza parole un ragazzo lontanissimo nel tempo e nello spazio. Un ragazzo ormai cresciutello che ancora si interroga oggi sulla magia di quel sax soprano. Forse l’unico soprano che mi sia mai piaciuto per davvero. Che puoi riconoscere anche in sottofondo, mentre ti bevi un bicchiere di vino pensando a tutt’altro.
Largo, spaventosamente grande, non quella specie di oboe stridulo e nasale che ho imparato a detestare quando è venuto di moda dagli anni ‘60 in poi.
Il soprano di Bechet era unico per davvero. Forse perché aveva il fuoco dentro?
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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