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Armstrong Storia Ebraica

Louis Armstrong, una bellissima storia ebraica

Portava al collo una stella di David, aveva una mezuzah alla porta, sgranocchiava matzah. Alla sua amicizia con gli ebrei di New Orleans, Louis Armstrong sentiva di dovere tutto. A cominciare dalla sua prima cornetta. 

Louis Armstrong non è stato un ragazzo fortunato. Era nato nero nel 1901, a New Orleans, in mezzo alla più feroce segregazione razziale. Era nato in una famiglia difficile e sgangherata, come spesso lo sono quelle che si misurano con la povertà assoluta.

Armstrong Storia Ebraica
Louis Armstrong e la stella di David che ha portato al collo tutta la vita – Boomerissimo.it

Abbandonato dal padre il giorno stesso della sua nascita, cresciuto in mezzo a difficoltà immense da sua nonna, il piccolo Louis venne su nei quartieri più difficili, più disperati, più criminali di una metropoli spietata. Occorre togliersi dagli occhi la patina della nostalgia. Il mondo che sembra sempre più dolce, attraverso la lente del tempo, specie se non lo abbiamo vissuto. La New Orleans in cui quel bambino praticamente orfano stava crescendo non era diversa dalla Scampia o dai quartieri di East Hollywood che hanno divorato le vite di tanti ragazzi senza nessuna prospettiva. 

Abbandonata la scuola, Armstrong cresceva per le strade di “Battlefield”: tutte le probabilità erano contro di lui. Il fatto che da lì sia uscito l’uomo a cui il jazz (e quindi la musica occidentale del ‘900) deve forse più che a chiunque altro, e poco meno di un miracolo. 

Louis Armstrong e gli ebrei di New Orleans

In quelle strade pericolose e disperate, insieme ai neri, viveva un altro gruppo etnico confinato ai gradini più bassi della scala sociale. Un nucleo di famiglie ebree esuli dalla Lituania, che era allora parte dell’Impero Russo. 

Louis Armstrong storia ebraica
Louis Armstrong e gli ebrei di New Orleans – Boomerissimo.it

Vivevano ai margini della società, oltre i binari della ferrovia. Vivevano male, vittime del pregiudizio dei bianchi, protestanti o cattolici che fossero (che gli ebrei siano dei “colonialisti bianchi” è una innovazione di introduzione recente, una nuova versione dell’antisemitismo che l’Europa e l’America dell’inizio del XX secolo non avevano ancora inventato).

Vivevano male, ma vivevano felici, e si sentivano persino fortunati perché venivano dai progrom, dalle cacce all’ebreo, che erano del tutto normali nella Russia zarista. Una discriminazione che non era fatta solo di odio e di segregazione, ma nella quale era normale lasciarci la pelle, quando una folla inferocita invadeva il tuo villaggio, decisa a “farsi giustizia”, con scene di orrore che ci ha riproposto in altre zone del mondo anche la storia recentissima, e che è meglio non ricordare.

Tra quegli ebrei di New Orleans, ai margini dei margini della società, tra quella gente che viveva l’esclusione come lui, ma la viveva con ottimismo, rimboccandosi le maniche, il piccolo Armstrong trovò un modello che gli era istintivamente e simpatico, e che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. E loro trovarono in quel ragazzino nero, pieno di iniziativa, una specie di parente acquisito, uno di loro. Lo chiamavano “cugino Louis”. Ben presto la famiglia Karnofsky, che aveva un piccolo business di straccivendoli, chiesero una mano al “cugino Louis”: avrebbe dovuto fare lo strillone per il loro carretto di cianfrusaglie. Senza quel lavoretto, Satchmo non ci sarebbe mai stato. 

La prima tromba di Louis Armstrong

“Cugino Louis” che mancava di una famiglia tutto sua, la trovà tra i Karnofsky, con cui cenava, con cui cantava le ninna nanne russe alla culla del piccolo David. Si dice che qualche melodia e armonia di quei canti abbia finito per emergere anche nella sua musica. Si sono citati esempi. 

Louis Armstrong storia ebraica
La prima cornetta di Louis Armstrong – Boomerissimo.it

Forse è storiografia romantica, ma di certo c’è che se Louis Armstrong cominciò a suonare la tromba fu merito e conseguenza del suo lavoro di aiuto-straccivendolo. Fu Morris Karnofsky, l’imprenditore di casa a regalare ad Armstrong la sua prima tromba: una tromba di latta. Una specie di vuvuzela, di quelle che adesso si usano negli stadi. Era emersa da qualche cantina o qualche mucchio di immondizia e Karnofsky pensò che avere “cugino Louis” che richiamava l’attenzione del quartiere a suon di pernacchioni amplificati, quando passava il suo carretto, potesse essere una buona cosa per gli affari. 

Louis non solo ripagò il dono gettandosi con entusiasmo nell’impresa, ma diventò una specie di virtuoso della tromba di latta: riusciva persino a trarci delle melodie, con qualche acrobazia. 

I clienti del carretto furono il primo pubblico entusiasta del piccolo Armstrong, che evidentemente aveva trovato una strada. Un giorno, ad un banco di pegni, Morris vide una cornetta sgangherata, costava 5 dollari. Una follia. Ma anticipò al giovane talento, che era caduto in adorazione per quello strumento, un po’ della sua paga, il resto ce lo mise il ragazzino un tanto al mese, come gli avevano insegnato in quelle famiglie, dove ogni centesimo era prezioso, ogni spesa andava pianificata, e i pochi soldi disponibili non andavano sprecati nelle taverne, ma investiti per migliorare il futuro, per studiare, per incrementare gli affari poco a poco.

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Con i suoi rudimenti di etica ebraica e 50 centesimi al mese, Armstrong entrò infine in possesso della cornetta, e il resto è storia. 

“Amerò il popolo ebraico per tutta la vita”

Dalla sua infanzia tra i Karnofsky, Armstrong ha tratto un amore e un rispetto che non lo hanno abbandonato mai, e di cui parlava volentieri. 

Louis Armstrong, storia ebraica
Attivismo sociale ebraico, 1909 – New York City. “Abolish Child Labor!” Yiddish and English. Courtesy Library of Congress – Boomerissimo.it

Ha anche lasciato un lungo memoriale che parla proprio di questo, scritto negli ultimi mesi di vita, quando un cuore capriccioso lo aveva fatto ricoverare in un ospedale che è una delle maggiori istituzioni ebraiche di New York. 

Per tutta la vita portò al collo una stella di David, che gli aveva regalato il suo primo manager, Joe Glaser, ebreo come i Karnofsky e come lo era diventato, almeno nel cuore, lo stesso Armstrong.

Louis Armstrong, storia ebraica
“Non serve essere ebreo per amare Levy’s” – Boomerissimo.it

Armstrong conosceva la vita ebraica, aveva persino attaccata alla porta una mezuzah. Amava sgranocchiare come snack il pane azzimo che gli ebrei mangiano soprattutto a Pasqua, per ricordare la fuga dall’Egitto (io, in verità, come Armstrong, lo mangio tutto l’anno: è molto meglio dei cracker). 

Abbiamo sempre pensato al largo sorriso di Satchmo come un tratto gioioso del suo essere profondamente afroemericano. Non è esagerato dire che quel sorriso, quella volontà di vivere con positività anche le prove più difficili, il profondo rispetto che Satchmo ha sempre offerto al suo pubblico e ai suoi colleghi, vengono anche dal suo “lato ebraico”. Da un modo di vivere che aveva imparato ad amare in quella famiglia di New Orleans che lo aveva un po’ adottato e avviato verso la vita, con una tromba e con un sorriso. 

“You don’t have to be jewish to love Levy’s” diceva una vecchia pubblicità americana di un pane, che ha le sue origini scritte nel nome. Raffigurava un ragazzo nero con un largo sorriso e una fetta di pane di segale in mano. 

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Un ragazzo nero che aveva trovato qualcosa di ebraico da amare.  È successo a Louis Armstrong, il “cugino Louis”. Ed è stata una fortuna per tutti.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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