Wayne Shorter è morto. Aveva quasi novant’anni e ha voluto lasciarci, con uno di quei colpi di testa un po’ malvagi che divertono chi è avanti con gli anni. Ci ha fatto male, ma lo dobbiamo perdonare. Fu lui a non perdonare un altro grande sassofonista quando un giorno, a Lecco…
Quando i grandi artisti muoiono è sempre difficile tenere a freno la retorica. Nel momento drammatico della dipartita, sotto la luce dell’ultimo riflettore, almeno per qualche ora o qualche giorno, tutti diventano leggende, caposcuola, pietre miliari, giganti.

C’è però chi lo è stato davvero, e non ci sono altre parole per definirlo. E lo è stato persino silenziosamente, senza clamore, senza trovate comunicative. Solo con la sua musica: un potente flusso cangiante e torrenziale che è durato decenni. Che ha cambiando il mondo intorno senza pretendere di essere niente altro che straordinaria, profonda, stupefacente musica.
Wayne Shorter, l’energia pulita
Wayne Shorter è stato un musicista così. E per questo la sua perdita è tanto più lancinante. Qualunque cosa abbia fatto, dai primi dischi da solista, all’esplosione muscolare con i Jazz Messengers di Art Blakey, al “nuovo quintetto” di Miles Davis (dove prese il posto di un certo John Coltrane), ai dischi Blue Note degli anni ’60, ai Weather Report, tutto di Wayne Shorter ha illuminato il mondo e lo ha cambiato.

Non è stato solo un sassofinista: è stato una fonte di energia, luminosa, pulita, stupefacente. La fusione nucleare, prima che nella scienza, è arrivata nel sassofono di Wayne Shorter, uno strumento tagliente e brillante, dal suono personalissimo, che reggeva una concezione musicale che sapeva essere tutto insieme: modernissima e familiare, profondissima e popolare. Bop, hard Bop, Jazz d’avanguardia, Rock. Wayne Shorter ha frequentato e cambiato tutto, senza lasciare dietro di sé nulla che fosse come prima.
Ti piace questo articolo? Sostieni Boomerissimo cliccando qui.
Era il vizio di quest’uomo gentile, che ti colpiva allo stomaco facendoti spalancare gli occhi solo con la sua musica, fatta di purissimo genio, senza scarto né scorie.
Archie Shepp, il vulcano che erutta
Non siamo tutti uguali e se c’è un musicista che a Wayne Shorter è assomigliato poco, quello è Archie Shepp. Archie Shepp: più teatro, più messaggio, più impegno politico che musica. E non ce ne voglia chi adora Archie Shepp. Forse anche lui riconoscerebbe che il suo grido, che spezzò il jazz della metà degli anni ’60 era un fenomeno non solo musicale. Era un’urgenza di emancipazione razziale e politica, necessaria quanto ingombrante. Sotto il dashiki, la corta tunica africana, con cui Shepp suonava, sotto il suo lamento straziante, c’era anche musica. Anche. Perché quando la febbre della lotta passò, quando persino Shepp mollò la tunica africana e il grido di rivolta per indossare la giacca blu, il cappello, e farsi tradizione, anche la musica si restrinse un po’.

Erano diversi Wayne Shorter e Archie Shepp: uno aveva la luminosità assoluta di un raggio laser, l’altro era un grido doloroso e sporco. Shorter era chirurgico e gentile, Shepp ruvido caratterialmente, ululante, sputacchiante. Sì, sputacchiante. Dal suo sax usciva di tutto: urla africane e del ghetto, dolore, fuoco, saliva.
Ti piace questo articolo? Sostieni Boomerissimo cliccando qui.
Il mondo del jazz non è gigantesco. Ma i due hanno vissuto a distanza siderale, la massima che fosse possibile tenere. Finché un giorno si sono incontrati, a Lecco, per un festival degli anni ’70.
Lo sgarbo
Anche in questa occasione i due ebbero modo di mostrare la loro totale distanza. Di Wayne Shorter gli organizzatori non ricordano quasi nulla, tale era il suo ordine e la sua disciplina. Tutto l’opposto Archie Shepp, che fece dannare tutti uscendo inferocito dal lussuoso Hotel Duomo che gli era stato assegnato (come a tutto il resto della compagnia) per stabilirsi a spese degli impresari all ‘hotel degli sceicchi e delle rockstar: il Principe di Savoia. Archie Shepp non la finì lì. contestò la cena, salì da solo sul pullmann. Ma soprattutto, durante il viaggio che portava i musicisti a Lecco, Shepp si rese conto di avere dimenticato il suo sax al Principe. Lo strumento era rimasto là, nello sfarzo del più costoso degli hotel milanesi, mentre il festival si avvicinava. Non un problema da poco.
Ti piace questo articolo? Sostieni Boomerissimo cliccando qui.
Con dolore di Wayne Shorter, o forse dovremmo dire con vero e proprio orrore, diventò presto chiaro che a meno di distruggere del tutto l’evento, l’unica soluzione era che il lindo, perfetto, praticamente sterile sassofono di Shorter, fosse prestato al petulante e sputacchiante sporcaccione che se l’era dimenticato in albergo. Nessun musicista ama mettere in bocca il sax di un altro. Ma il tenore di Wayne Shorter nelle mani e nelle fauci di Archie Shepp è una di quelle perturbazioni della forza che è difficile superare.
E Wayne Shorter non la superò. Con tutta la mitezza e la dolcezza di cui era fatto, quello sgarbo non lo perdonò mai.
Antonio Pintér


Rispondi