Avere 19 anni e perdersi la registrazione più leggendaria della storia del jazz, con Charlie Parker. Davanti allo spartito Miles Davis si spaventò, come un ragazzo normale.
La cosa va ovviamente tutta a mio demerito. Ma Miles Davis per me è stato, come direbbero gli americani, un “acquired taste”.

Di lui ho ascoltato molto, ovviamente. Ho letto anche molto. Lo ammiro enormemente come musicista di straordinaria intelligenza, che sconfina nella furbizia (una dote che Bird non ha mai avuto). Ma non sono mai riuscito a innamorarmene. Detto ciò, se c’è un momento della carriera di Davis che suscita in me una grandissima simpatia, è quella registrazione che non ha mai fatto. Quel momento di terrore in cui anche un mostro di intelligenza (e di spocchia) come lui ha rivelato, in fondo, di essere umano.

Correva l’anno 1946 e il giovane Miles, appena diciannovenne, era stato da poco cooptato nel quintetto di Charlie Parker. E questo nonostante il fatto che il giovanotto, pur dannatamente promettente, non assomigliasse per niente ai trombettisti che stavano mettendo a ferro e fuoco il jazz, ribaltandolo, si direbbe oggi, come un calzino.
No, Davis non era Dizzy Gillespie, non era Fats Navarro, non era un mostro di tecnica e una mitragliatrice di sovracuti impossibili. E siccome era anche molto intelligente, non si sforzava di apparire nulla del genere. Per essere un trombettista bop suonava poche note, piano, scegliendole bene e rifiutandosi di entrare in una competizione con pesi massimi di quel tipo che, sul piano atletico, lo avrebbero schiacciato come un moscerino. Chissà se sia stata questa razionalità cartesiana, questo tipo di pensiero laterale, ad affascinare Parker, che in fatto di esibizione tecnica muscolare non aveva nulla da temere da nessuno.
Oltre i limiti dell’umano
Ad ogni modo Parker, che pure aveva scelto Miles Davis sapendo come suonava, dimostrò di fregarsene ampiamente dei desideri e delle attitudini del suo giovane pupillo. Un conflitto tra case discografiche lo aveva portato a fondare il suo quintetto senza Dizzy Gillespie. Toccava al nuovo giovanotto essere all’altezza. Lui per la prima registrazione aveva già qualche idea. E poco male se Miles avrebbe dovuto tirarsi un po’ il collo.

Quel giorno fatale del 1946, negli studi Savoy, Parker estrasse dalla sua borsa qualcosa che fece sbiancare il suo nuovo giovane compagno di quintetto. Su quei fogli appena scribacchiati c’era “Cherokee” un brano famoso, che serviva spesso da ring ai musicisti bop per sfidarsi. Preso alla velocità mostruosa che Parker aveva in mente, quegli strani accordi diventavano quasi impossibili da seguire. Se volevi provarci era a tuo rischio: quello di essere massacrato, tra gli sghignazzi dei presenti. Il mondo del jazz in questo è sempre stato simile a una sfida di bulli di strada. Molti erano caduti così, nei locali della 52esima strada, e al Minton’s. Per rendere il suo debutto da leader unico ancora più interessante, Parker aggiunse a Cherokee un intricato arrangiamento, che avrebbe funzionato da ciliegina, per dimostrare chi era il più forte.
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Miles era lì per una giornata memorabile, che avrebbe dovuto segnare il lancio della sua carriera. Invece, posò semplicemente la tromba e disse “no”. Di Ko Ko (il nome che Parker aveva dato alla sua nuova versione di Cherokee) si rifiutò di suonare anche solo una nota. Non era il caso di presentarsi al mondo con una figura da cioccolataio…
Il trionfo di una normale session fallimentare
A quel punto, mentre i produttori scalpitavano, i tecnici tecnicavano e Miles incrociava le braccia, fu chiaro che quella session nata per essere storica, si stava svolgendo secondo i classici schemi di una sghemba giornata di bebop.
Il pianista designato, Bud Powell, era scomparso (le fonti non sono concordi nella spiegazione delle ragioni). Il pianista sostituto, un vicino di casa di Bird, non aveva i tesserini sindacali a posto: il rappresentante della associazione musicisti di New York gli impedì di suonare. La cosa si faceva decisamente complessa: il nuovo quintetto di Parker era ormai ridotto a un trio, con Max Roach e Curley Russell.
Salvati da Dizzy Gillespie
Nella sua disgraziatamente breve vita, Charlie Parker e le sue follie sono riusciti ad esasperare quasi tutti. Non era un uomo facile, ancora meno lo erano le sue abitudini e le sue dipendenze. Gillespie è sempre stato un uomo diverso, sicuramente più organizzato e con una visione più chiara e lungimirante della vita e della carriera. Per Parker esisteva solo il prossimo chorus, il resto non contava quasi niente. Quel giorno, come spesso avvenne, fu Dizzy a tirarlo fuori dai guai.

Savoy incideva senza di lui, proprio a causa dei suoi nuovi contratti. Ma Dizzy non aveva intenzione di perdersi la prima incisione da leader del suo amico, ed era lì da spettatore, a sentire. Capì molto presto che, se non si fosse dato una mossa, non ci sarebbe stato da sentire proprio niente. Pur di incidere qualcosa i produttori, superarono le loro faide con la concorrenza. Dizzy prese la tromba che Miles non aveva nessuna intenzione di suonare, ci infilò il suo bocchino e prese posto al piano. Più o meno se la cavava anche con quello, e non era un ragazzo che temeva brutte figure come il suo giovane collega.
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Suonò l’introduzione alla tromba poi, con estrema noncuranza la posò e suonò pure il piano, accompagnando Charlie Parker nel suo memorabile volo. La magia era fatta.
Quella sessione completamente folle ha dato a noi Ko Ko e l’immortalità a Bird, per un break e un assolo che ottant’anni dopo, o quasi, nessuno ha ancora smesso di analizzare e smontare. Stiamo ancora cercando di capire quale segreto si celi nella sua perfezione frattale. La prima volta ti colpisce come un cazzotto in pieno muso. Non capisci più niente. Ma lo puoi rallentare, guardare al microscopio, per scoprire architetture e meraviglie che l’orecchio nudo non è in grado di cogliere. Ma che Parker fu in grado di immaginare prima e suonare poi. È un miracolo di grandi strutture e di dettagli invisibili che si potrebbe definire la Notre Dame del Bebop. Sullo sfondo (ma nemmeno troppo) c’è Dizzy. Che non poteva suonare e non appare nella formazione ufficiale, ma ha permesso a quel capolavoro di esistere.

Miles Davis resta catalogato alla voce “non pervenuto”: l’immortalità sarebbe arrivata anche per lui. Ma non quel giorno, in cui se la fece sotto. Come un ragazzo normale.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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