Miles Davis è stato un gigante che aveva una sola paura, quella di invecchiare. E a volte la paura può giocare brutti scherzi.
Si può non amare Miles Davis? La risposta non è semplice perché, da un lato, quasi tutti quelli che lo conoscevano personalmente sono riusciti a non-amarlo con estrema facilità. Credo che si possa dire senza timore di apparire prevenuti che Miles Davis non era, e non si è mai sforzato di essere, un uomo simpatico.

Da un altro punto di vista, non amare musicalmente Miles Davis è praticamente impossibile. Persino per uno come me, che ha sempre avuto qualche diffidenza per le sue pose, le sue spacconate, il suo desiderio feroce di essere sempre a-la-page.
Un genio del blending
Ma simpatia o no, la musica resta lì. Quasi tutta la grande musica di Miles è stata fatta da altri, ma questo poco importa. Per come la vedo io, Miles Davis è forse l’ultimo di quei grandi capo orchestra che sapevano fondere in un insieme tutto loro, una babele di voci, talenti, genio e follie, che invece venivano da altri.
L’arte del blender, dello chef, dell’uomo che sceglie e combina. Il suo talento è combinare talenti altrui: un filo rosso importantissimo del jazz. E se all’ultimo Miles la parola “jazz” andava stretta, tutto preso com’era ad apparire moderno e contemporaneo, poco mi importa.
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Lo amo quanto amavo quella vecchia pubblicità Ballantine’s. “l’armonia di un concerto di Whisky”. Tante idee diverse, che vengono da tante parti, mescolate con sapienza, ben etichettate e ben vendute possono fare un grande e leggendario brand, come è stato certamente Miles Davis.
L’improbabile amore
Miles Davis, per chiunque si occupa di jazz è una figura centrale e titanica. Non credo che i suoi sforzi di accreditarsi verso pubblici più giovani e più larghi, abbiamo poi prodotto quei grandi risultati.

Noi vecchi arnesi jazzistici abbiamo sempre fatto lo sforzo di digerirci e talvolta persino farci piacere le sue avventure semirock, le sue collaborazioni pop (per parlare delle cose migliori del Miles Davis post-jazz). Per gli altri, per tutto quel pubblico moderno, fusion, progressive del “c’è solo una grande musica”, che Miles ha inseguito con impeto Jovanottistico nella sua fase senile, non credo che Davis abbia contato poi molto. È stato una spezia, un vecchio jazzista interessante che veniva a mettere il bollino al tuo disco. Miles ci ha fatto pure un po’ di soldi, che è sempre una buona cosa.
Ma per quanto si sia agitato per uscire (con risultati alterni) da una scatola che non sentiva più adeguata alla sua grandezza universale, Miles è stato e resterà un gigante del jazz, non della world music, del progressive rock, della dance, né di altro.
Detto questo, un giorno, successivo al 1969, l’anno che gli fece buttare a mare il secondo quintetto per abbracciare strade nuove, Miles Davis fu interrogato su quale fosse secondo lui il gruppo più grande della scena musicale.
L’uomo che aveva suonato con Charlie Parker, con Coltrane, con Thelonious Monk, con Sonny Rollins, Gil Evans, Dizzy Gillespie, Cannonball Adderley, Bill Evans, Gerry Mulligan, e praticamente ogni altro, parlò:
“Earth Wind & Fire.
Miles Davis
They have everything in one band”.
Miles non risparmiò parole per definire la loro grandezza. E, intendiamoci, sono forti gli Earth Wind and Fire. Sono sicuramente dei musicisti con granitiche palle, su questo non ho il minimo dubbio.
Per quanto boomer non ho mai aspirato ad essere un vecchio babbione scandalizzato per le contaminazioni, le novità (gli EWF non sono più una novità da circa cinquant’anni, ma lo erano ancora abbastanza quando Miles pronunciò la sua sentenza).
Mi diverto ad ascoltare anche gli Earth Wind & Fire, di quando in quando. Non sono un talebano. Mi piace Bob Marley. Mi piacque un po’ pure Rovazzi, figuriamoci. Anzi gli Earth Wind & Fire, li sto sentendo pure adesso su Spotify, scrivendo questo pezzo. Fanno una musica favolosa.
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Ma quando Miles tirava di queste bombe sparaflashanti, tanto per fare vedere quanto era sempre ggiovane e alla moda, rischiava di assomigliare un po’ a quelle cantanti meravigliose che, a forza di tirarsi la pelle per restare giovani fuori tempo, hanno finito per trasformarsi in maschere del teatro kabuki.
A essere lì sarebbe venuta voglia di avvicinarsi idealmente all’odioso vecchiaccio malmostoso, per battergli una amichevole pacca sulla spalla.
“Certo, certo Miles…” *PAT PAT* “Ora posa il fiasco, però”
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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