Quella di Dexter Gordon era davvero una “uncommon family”. Incredibilmente, le sue gesta sono state cantate persino da Bob Marley
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Come sia avvenuto che un ragazzino delle medie si sia innamorato del jazz di Charlie Parker (e non solo, ma ora sarebbe troppo dispersivo sfogliare l’album dei miei eroi, che da quei tempi non si è poi spostato di molto), l’ho raccontato in questo articolo. In sostanza fu colpa di mio padre e dei suoi audiolibri. Dexter Gordon, invece, me lo sono trovato da solo.

Per quanto possa apparire assurdo, Arrigo Polillo, nell’opera che mi ha traghettato negli inferi del jazz, non ne fa menzione. Lo scoprii alla radio, in una trasmissione di Adriano Mazzoletti. La storia di quell’incontro è singolare perché Dexter (che non conoscevo assolutamente, se non di nome) avrebbe dovuto suonare in un concerto con Duško Gojković. Ma il trombettista balcanico, invece che sul palco e nell’etere si presentò al microfono di Mazzoletti, raccontando che non aveva nessuna intenzione di suonare con Dexter, perché le sue condizioni non erano tali da “farlo sentire sicuro”. O qualcosa del genere.
Suonò Dexter da solo, e il suono del suo sassofono, proprio il suono, la densità delle sue note, quelle frasi fluide e rotonde, sostanziose, mi incantarono in modo tale da farmi capire che il jazz aveva almeno ancora un gigante che stava suonando qui e ora. E come.
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Il resto lo scoprii disco dopo disco. Se non ho ascoltato tutto quello che sia mai stato registrato, ci vado abbastanza vicino. Forse la storia del jazz ha giganti appena più grandi di Dexter Gordon. E dico forse. Ma nessuno che sia più mio, a cui mi senta più intimamente legato dal punto di vista musicale e, uso una parola grossa, umano.
Buffalo Soldier, il mio
Non c’è moltissimo che mi interessi e che mi piaccia davvero al di fuori della musica che secondo Paolo Conte le donne odiano così tanto. Ma qualcosa c’è e se penso ad un altro qualcuno che almeno per un periodo della mia vita mi ha fatto compagnia, e che segna un momento tutto sommato importante del mio percorso, quello è Bob Marley. Per motivi che non saprei spiegare, e temo per intercessione di una cassetta piratata, mi imbattei a un certo punto in questo simpatico giamaicano che faceva una musica che non mi dispiaceva, e che dopo un po’ diventò un’ossessione per me e per gli altri.
In una piazzetta di Maddaloni, paesino del casertano nel quale svolgevo il servizio militare, c’era un juke box. In quel juke box c’era Buffalo Soldier. Il mio soldo di militare di leva finì praticamente tutto lì, in quella piazzetta: equamente diviso tra le monetine che servivano ad alimentare Buffalo Soldier, all’infinito, e quelle che servivano per ordinare le birre che sorseggiavo ascoltando Buffalo Soldier.
In quel luogo, in quel momento della mia vita, non c’era praticamente nulla che mi interessasse più che dondolarmi leggermente, facendo trasportare le mie fantasie da Buffalo Soldier, in quelle brevi ore che mi separavano dal ritorno in caserma.
Il Buffalo Soldier di Dexter Gordon
Era il 1984, a quel tempo Dexter Gordon non era ancora diventato universalmente famoso con il film Round Midnight.
Soprattutto era ancora vivo e vegeto, e nessuno aveva ancora pensato di scrivere una sua biografia. L’ha fatto la sua ultima moglie (che a quell’epoca non l’aveva ancora conosciuto). Non ero quindi assolutamente in grado di sapere che esisteva un legame profondo tra quella canzone da cui non mi era possibile liberarmi e Dexter, l’amico-fratellomaggiore (molto maggiore) che sentivo di avere da qualche parte.
Una “uncommon family”
È stato leggendo le prime pagine della biografia, scritta con amore e anche con piacevole distacco dalla moglie che l’ha accompagnato nell’ultimo tratto della sua vita, che ho fatto una scoperta che, come si suol dire, mi ha fatto cadere la pipa di bocca.

Quella di Dexter Gordon non era, come tante famiglie di jazzisti, una famiglia di piccoli artisti di vaudeville spiantati. Un padre medico (il secondo medico nero di Los Angeles) con clienti importanti nel mondo del jazz. Da parte di madre, una storia particolarissima: una famiglia di neri del Madagascar, trasferita in Francia per ragioni religiose (erano cattolici perseguitati), transitata dal Canada e quindi nei territori del nord e dell’Ovest. Avevano viaggiato su quei carri trainati da muli delle epopee del west. Nel 1882, a 17 anni, la stessa età in cui Dexter si sarebbe arruolato nell’esercito del jazz, suo nonno Edward Baker (che aveva americanizzato il nome dall’originario Boulanger), si arruolò invece nella cavalleria degli Stati Uniti. Doveva avere un certo talento musicale perché diventò rapidamente primo trombettiere del 9° cavalleria.

Era un soldato nero. La Guerra Civile era ancora vicina e la fine delle segregazione ancora molto, molto lontana. Diventò parte di quei reparti neri che stazionavano a ovest del Mississipi, lontani dalle città in cui non sarebbero stati graditi. Diventò, insomma, un Buffalo Soldier. Un cowboy nero, un soldato a cavallo in quei reparti che controllavano gli immensi territori dell’Ovest e la cui missione era tenere a bada i nativi e controllare che non fuoriuscissero dalle riserve a cui erano stati destinati.
La controversa eredità dei Buffalo Soldiers
Gli afroamericani hanno sempre amato pensare che questo nome, inventato dai nativi americani per definire i soldati neri che stazionavano nei loro territori, avesse qualcosa di amichevole. Che nascesse dal rispetto per la loro fierezza.

È persino possibile che sia così: molti di quei soldati si fermarono in quei territori selvaggi, allevarono lì le loro famiglie, in mezzo agli indiani. Contribuirono a far nascere quel mito di fratellanza che Bob Marley avrebbe finito per cantare, ipnotizzando anche me.
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Possibile, ma non del tutto certo. O, diciamolo pure, improbabile. Nel 1994 un francobollo dedicato con le migliori intenzioni al ricordo dei Buffalo Soldiers, sollevò proteste energiche tra i leader nativi americani. Uno di loro, Vernon Bellencourt, dichiarò che quel nome non aveva nessuna intenzione di essere amichevole, né rispettoso.
“Chiamavamo così quelle unità di saccheggiatori a cavallo solo a causa della loro pelle scura e per la texture dei loro capelli (che evidentemente ricordava ai nativi il pelo del bisonte NdA)
–Vernon Bellancourt, American Indian Movement”.
Un altro sogno romantico infranto.
Edward Baker, un uncommon Buffalo Soldier
Ad ogni modo Edward Baker, il nonno di Dexter Gordon, non fu uno di quei soldati che si fermarono nello sconfinato ovest, lontani da una società che non aveva posto per loro.
Proseguì la carriera militare, diventò capitano. Nel 1913 per i suoi atti di eroismo a Cuba, durante la guerra ispano americana, fu uno dei primissimi afroamericani decorati con la Medal of Honor. Promosso nuovamente e trasferito nelle Filippine, quando si congedò era il militare nero più alto in grado di tutto l’esercito degli Stati Uniti. Una figura leggendaria, la cui foto campeggia a tutt’oggi sul frontespizio di un libro di testo dedicato alla storia dei soldati neri negli Stati Uniti.
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Questa era la famiglia decisamente poco comune che ci ha dato un genio, ancora meno comune, come Dexter Gordon.
Né io né Bob Marley ne sapevamo nulla, e forse è stato bene così. Forse il grande giamaicano avrebbe scritto Buffalo Soldier in modo diverso, e sarebbe stato veramente un disastro.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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