Lester Young tirava colpi da KO, e lo faceva sottovoce. Una sera a Central Avenue incontrò Dexter Gordon.
Per noi che siamo nati quando il jazz era già moderno è stato abbastanza difficile comprendere la scossa che Lester Young ha portato a questa musica. Una scossa portata a modo molto suo, con il suo caratteristico e felpato low profile.

Spesso si paragona il mondo del jazz a quello della boxe e dei lottatori. Un mondo competitivo, spesso addirittura brutale, in cui le gerarchie si stabiliscono, prima ancora che con la vendita dei dischi e con il consenso dei critici, attraverso scontri muscolari e duelli rusticani. La jam session è quello che per un giocatore di basket sono i playground di periferia, o per un pugile le strade fuori dalla palestra. Per arrivare ai quartieri alti devi saperti difendere con le unghie e con i denti, passare sopra, annientare (in senso sportivo) il tuo avversario. Poi, semmai, c’è posto per il cameratismo.
La rivoluzione soft di Lester Young
In questo mondo brutale e macho, il Lester Young degli anni ‘30 rappresentava già solo con la sua personalità, qualcosa di estremamente diverso. Non sgomitava, non si imponeva, parlava a bassa voce e anche il suo sassofono alludeva, invece che ululare. Era timido.

Ma erano gli altri che cominciavano a fare silenzio quando parlava lui. Era arrivato a Kansas City da New Orleans zitto zitto. Musicista in una famiglia di musicisti, aveva lasciato la batteria per il sax tenore, decisamente più pratico e più veloce da smontare (un requisito essenziale, per essere libero di inseguire le ragazze alla fine dei concerti). E Kansas City, negli anni della Grande Crisi era l’unica città d’America a vibrare di vita, jazz, locali notturni. Una scena rumorosa e, appunto, competitiva, nella quale il giovane Lester si era fatto strada camminando come un granchio a marcia indietro.
Non aveva annunciato grandi rivoluzioni, non era roba sua. Faceva semplicemente il contrario di quello che tutti i tenorsassofonisti del suo tempo avevano imparato a fare da Coleman Hawkins. Suonava quieto, nasale, rilassato. Non menava pugni, non alzava la voce, non era il suo stile. Non ne aveva bisogno. Presto, chiunque capiva qualcosa di jazz ebbe chiaro che Lester era “The President”, anzi Prez. Tra i ragazzi che tendevano l’orecchio per sentirlo suonare, dall’uscita di servizio dei locali, tra quelli che studiavano e riproducevano ogni solco dei suoi dischi, c’era un certo Charlie Parker. Lester non aveva combattuto, o almeno non se ne era accorto. Ma aveva vinto lo stesso.
A mezza generazione di distacco
Per gente come me, un eterno studente di sassofono, che continua a studiare con una certa fatica, all’età in cui Dexter Gordon decise di andarsene in pensione, il jazz continua a essere una cosa meravigliosa. Ma diciamoci la verità: è da un bel pezzo che in giro non succede più molto.
Forse è bene così, ma quei decenni turbolenti tra gli anni ‘30 e ‘50 erano un’altra cosa, da questo punto di vista. Lester non aveva fatto ancora in tempo a mandare in pensione lo swing (cosa che del resto non era nelle sue intenzioni), che Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Monk e una generazione di musicisti tanto rispettosi del passato quanto rivoluzionari, avevano già cambiato tutto. Il bebop era stato un calcio negli stinchi per chi non aveva saputo o voluto adattarsi. A parte le questioni tecniche, aveva portato una energia brutale, sorprendente, che non si poteva ignorare. Aveva fatto piazza pulita delle melanconie e dei cliché commerciali, aveva anche bruciato la vita a molti. Per quei musicisti che stavano cambiando tutto, Lester Young era un modello musicale e vitale. Facevano cose diverse, ma dentro di loro si agitava lo spirito di Prez.
A mezza generazione da loro c’erano i fratelli minori, più giovani solo di qualche anno. Quando ancora erano quasi dei bambini avevano scoperto Lester Young, ne avevano studiato e copiato i dischi, frase per frase. Poi, non ancora adolescenti avevano preso in faccia il pugno del bebop, e avevano ricominciato a studiare da capo sui dischi di Bird, ritrovando a volte le frasi di Lester, che Parker aveva digerito e rielaborato in modo del tutto nuovo. Tra quei giovani c’era gente come Dexter Gordon , Wardell Gray, Gene Ammons. Dei bopper junior, se così vogliamo dire, che si davano battaglia e crescevano in un jazz che non aveva ancora del tutto cambiato pelle.
Dexter Gordon e gli “Unholy Four”: la fusione del nocciolo
Dexter Gordon viveva in California. Dopo inizi promettenti nelle orchestre di Lionel Hampton e di Louis Armstrong, scelse di vivere la sua vita e combattere per la sua musica, che poi era quella di Charlie Parker.
Era ancora un mondo di grandi orchestre e a raccogliere un po’ di quei giovani esaltati, che suonavano musica spericolata vivendo una vita che non lo era di meno, ci penso “Mr B.”, Billy Eckstine. Nella sua Big Band ad un certo punto del 1945, quando Parker stava ancora incidendo solo le primissime cose, si formò una specie di centrale atomica di talenti. Il suo nucleo, che presto avrebbe raggiunto temperature da Sindrome Cinese (e di conseguenza fuso) era la sezione dei sax, gli “Unholy Four”: Dexter Gordon, Gene Ammons, Sonny Stitt e Leo Parker. Scusate se è poco. Erano quattro, pensavano e suonavano e talvolta finivano fuori di testa come uno.
Del carattere dei jazzisti vi abbiamo già detto. Sono fatti per mettersi al tappeto, naturalmente in amicizia. Sono fatti per studiarsi, copiarsi, reinventarsi, sorprendersi e colpirsi sotto la cintura, continuamente. Avevano un tragitto comune e valigie piene di frasi di Parker e di Lester, che avrebbero usato come clave da darsi in testa, dalla mattina alla sera. O meglio dal pomeriggio, quando si svegliavano, alla notte inoltrata.
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Ma la boxe è anche guerra psicologica e Gene Ammons, il più solitario degli Unholy Four si era inventato qualcosa che riusciva a mandare Dexter Gordon fuori dai gangheri. Dexter suonava, Gene Ammons gli si metteva dietro, e ripeteva le sue stesse frasi, il suo stesso assolo, nota per nota. I due finirono per litigare, per questa e altre questioni. Il nocciolo aveva fuso definitivamente e le loro strade si divisero, con qualche strascico di acredine.
Lester Young e il pianto di Dexter
Era un Dexter Gordon solo, che stava per cominciare uno dei periodi più difficili della sua vita, quello che incontrò Lester Young, una sera, in un locale probabilmente di Central Avenue, dove Dexter era di casa e Lester frequentemente in visita.
Una leggenda, un maestro di maestri come Lester Young e un giovanotto ancora in procinto di esplodere, ma che tutti i vecchi Cats tenevano già d’occhio. A dividerli c’era solo una generazione, ad unirli quella strana carriera piena di battaglie.
Lester si avvicinò a Dexter e gli disse che aveva saputo dei conflitti con Gene Ammons. Era come un vecchio amico che ti invita a vuotare il sacco, così dopo starai meglio. Gordon non aveva bisogno di altro e si lasciò andare ad una tirata, su quanto non riusciva più a sopportare quel sassofonista dispettoso che gli si piazzava dietro e ripeteva i suoi assoli, nota per nota. Una cosa da mandarti ai pazzi.
Lester non era un chiacchierone, non si ricordava nulla e nessuno capace di fargli perdere la calma. Qualcuno copiava Dexter. Prez avrebbe potuto non dire niente. Invece sussurrò
“E quindi?”
–Lester Young
Dexter si rese immediatamente conto. Stava parlando all’uomo i cui dischi aveva imparato nota per nota, e suonato frase dopo frase nei suoi assoli. E non solo lui. Tutto il mondo del jazz era Lester, persino Charlie Parker era Lester. A Lester non era mai fregato assolutamente nulla. Lui invece non era ancora niente, e già si abbandonava a una scenetta di gelosia. Aveva appena fatto una immane figura da idiota.
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Nella sua biografia-autobiografia “Sophisticated Giant”, Maxine Gordon racconta che Dexter, ogni volta che ricordava questa storia, si metteva le mani sulla faccia e singhiozzava, come la prima volta. Così era Lester. Uno che tirava colpi da ko, e lo faceva sottovoce.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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