C’è stato un tempo in cui un orologio non era un accessorio moda. Chi ne sceglieva uno non lo faceva per mostrarlo su Instagram, dietro lauto compenso. Anche perché a volte un orologio può salvare la vita, specialmente se sei un astronauta.
Viviamo tempi complessi, in cui gli influencer hanno scosso la nostra fiducia in tutto ciò che vediamo (almeno se possediamo ancora un cervello funzionante).

Non tutto ciò che si vede addosso ai personaggi che si guadagnano da vivere con i like (e i lauti ingaggi dei brand per indossare i loro prodotti) sembra così attraente, almeno ad un occhio critico. Difficile giurare sulla sua qualità: in tempi in cui si corre qualche rischio pure a dare un morso a un pandoro, sicuramente non affideremmo la nostra vita ad uno strumento, perché ce lo mostra una tizia con la bocca a cuore, o un tale con le sopracciglia a forma di gabbiano. Almeno noi, your mileage may vary.
Quando la Nasa scelse Omega Speedmaster
Quando la Nasa si mise in testa di spedire degli uomini in trappole metalliche, verso le immensità dello spazio, e poi sulla Luna, si pose anche il problema di quale orologio mettergli al polso. I computer sono una bella cosa e di solito funzionano, ma i saggi ingegneri che lanciavano razzi da Cape Canaveral sapevano che non sempre tutto va come dovrebbe. Un computer può perdere la connessione, fulminarsi. Non è una situazione da augurarsi, ma nel caso è bene avere al polso qualcosa che fa tic-tic, e lo fa meglio di qualsiasi altra cosa al mondo.
Grazie al cielo, è il caso di dire, Instagram non esisteva ancora. Gli ingegneri Nasa decisero quindi di mettere tecnicamente alla prova i migliori cronografi esistenti al mondo, orologi-strumento concepiti per le competizioni motoristiche, e vedere come si sarebbero comportati nello spazio, in condizioni estreme. Dovevano funzionare da -18°C a +93°C, temperature a cui qualunque uomo sarebbe morto, ma il suo orologio doveva continuare a funzionare. Lo stesso valeva per i test in ambiente umido contro la corrosione e per le prove di shock in accelerazione e decelerazione, e per torture test ad alta e bassa pressione.
Ma non solo: l’orologio doveva essere leggibile e pratico, oltre che preciso e indistruttibile, perché a poco serve uno strumento perfetto che non comunica a prima vista le sue misurazioni. I secondi possono essere vita o morte, come si sarebbe presto visto.
Gli ingegneri Nasa si procurano i migliori modelli commerciali esistenti al mondo (volevano cose affidabili e ripetibili, non prototipi unici al mondo e fatti su misura).
Molti parteciparono: Rolex, Hamilton, Longines-Wittnauer. Omega vinse, e che fosse una vittoria con pieno merito si sarebbe scoperto presto.
Il momento della verità
L’11 aprile 1970, quando venne lanciato l’Apollo 13, le missioni Nasa erano già atterrate due volte sulla Luna. Dopo il primo tragico disastro dell’Apollo 1, nel 1967, tutto aveva funzionato ragionevolmente bene. Anche gli Omega Speedmaster avevano funzionato senza intoppi. Ma nello spazio il loro ruolo era rimasto quello di fascinosi orologi da polso.

La terza missione lunare (e settima spaziale) avrebbe avuto una storia completamente diversa. Quando la navicella era nello spazio ormai da due giorni, un serbatoio di ossigeno esplose.
Era il tipo di incidente per cui gli astronauti si erano addestrati senza tregua: quello dove tutti i piani e tutte le barriere tecnologiche saltano, una navicella va alla deriva nello spazio senza guida e senza strumenti. Sono quei momenti in cui, se hai avuto la fortuna di sopravvivere, solo la old technology analogica può salvarti la pelle.
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Tiranti meccanici, occhio, istinto e l’orologio che hai al polso sono le uniche cose che hai per rientrare sulla Terra. Sono quei momenti in cui è bene che il tuo cronografo sia stato scelto da ingegneri poco sensibili ai colori di moda e al consenso dei fan.
14 secondi per non morire
Sulla Terra, dove i computer, per quanto primitivi, funzionavano ancora, era stato calcolato l’unico modo per mettere l’Apollo 13 in traiettoria di rientro. Occorreva un’accensione precisa, di 14 secondi netti dei motori. 14 secondi esatti, non una frazione di più ne una di meno, altrimenti la navicella non avrebbe bucato l’atmosfera con l’angolo esatto. Quello che non ti fa rimbalzare nello spazio, né prendere fuoco.

Jack Swigert si incaricò di fare il cronometrista dell’operazione azionando il suo Speedmaster. Jim Lovell avrebbe guidato la navicella con quello che rimaneva dei comandi, senza strumenti, avendo l’orizzonte terrestre come unico riferimento.
Vecchia scuola di piloti d’aeronautica: tanto “manico”, il migliore strumento possibile e la speranza che le sorprese, almeno per questo viaggio fossero finite. Non era certo che avrebbe funzionato, ma funzionò.
L’Apollo 13, guidato alla vecchia maniera, come se fosse il Fokker del Barone Rosso, tagliò la superficie dell’atmosfera esattamente con l’angolo necessario per salvare la pelle a tutti.
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I tre astronauti (oltre ai già menzionati, della missione Apollo 13 faceva parte anche Fred W. Haise, Jr., con l’incarico di guidare il modulo lunare), ricevettero in premio la vita. Anche l’Omega che gliel’aveva salvata ebbe il suo premio, poche settimane dopo la conclusione della missione: il Silver Snoopy award. La medaglia che va a chi con il suo comportamento, eroismo, intelligenza e precisione, ha saputo fare la differenza nello spazio.
Quella tra vita e morte non è una differenza da poco.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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