Era un’auto dalla cattiveria nascosta, geniale e irrispettosa. Era l’auto di un paese sempre sull’orlo della bancarotta, e che da un fallimento era nata.
Tutte le famiglie hanno le loro figure mitologiche. Alcune sono divinità maestose, che con il loro eroismo hanno cambiato destini, spostato le montagne e il corso dei fiumi. Altre sono figure minori, ma importanti. Magari dei simpatici diavoletti con la coda appuntita, che punge. Qualcosa di molto simile ad uno scorpione.

Uno scorpione, come quello che stava sul muso di una certa 500, che per quasi tutto il resto, sembrava una 500 normale. La guidava un vecchio (ma allora giovane) amico ungherese di mio padre. Erano entrambi in un nuovo paese, stavano facendo con entusiasmo la loro strada per reinventarsi una vita. Mio papà non guidava, Gudich sì. Ed era lui che lo portava in giro il sabato e la domenica, insieme a quella ragazza che sarebbe presto diventata mia mamma, a spasso per le curve e per i colli di quell’Italia nuovissima e bellissima.
Un’auto per gli anni ‘60
Gudich guidava la sua 500 come un predatore. Si avvicinava lentamente alla coda di qualche berlina che si credeva più grossa e più potente, senza dare nell’occhio. E quando era a portata di affondo, premeva a fondo l’acceleratore, la piccola 500 usciva dalla scia, sorpassava a tutta velocità la panciuta vettura che la precedeva. Mia mamma rideva, mio papà avrà esclamato qualcosa in ungherese. Gudich dal finestrino mostrava le corna alla preda appena umiliata. Già italianizzato e integrato al massimo.
Era l’Italia degli anni ‘60, e il suo spirito stava tutto in quella vetturetta pepata che Carlo Abarth si era inventato, prendendo come base la più improbabile delle automobili allora in circolazione: la piccola, modesta, lentissima 500 Fiat.
L’utilitaria per eccellenza, l’automobile in cui nessuno, a parte Carlo Abarth avrebbe mai potuto vedere un possibile temperamento sportivo.
Ma era un’auto progettata bene, da quel geniaccio dell’ingegner Dante Giacosa, che con Abarth aveva già lavorato, e proprio nelle corse. Era destino che i due si dovessero reincontrare.
Un fallimento fortunatissimo
A raccontare la storia di Carlo Abarth, dei suoi colpi di genio, dei suoi crolli, delle sue ripartenze, ci vorrebbe un romanzo a puntate. Nel 1946 di quel romanzo erano stati già scritti capitoli avvincenti, ognuno diverso dall’altro.

Albergatore, profugo, imprenditore, pilota di moto, inventore, ingegnere e poi genio del marketing e della pubblicità. Abarth era già stato tutto questo quando nel 1946 si trova a guidare la scuderia Cisitalia, che Ferry Porsche aveva voluto fondare in Italia. Insieme ad Abarth c’è un team di ingegneri agguerritissimo, Hruska, Giacosa. Creano una vettura da corsa formidabile con un motore improbabile, quello della Fiat 1100. I risultati sportivi sono eccellenti, quelli economici meno. Nel 1949 Cisitalia fallisce e Abarth ottiene come liquidazione le macchine da corsa, qualche cassa di pezzi di ricambio. E anche una marmitta rivoluzionaria, che esalta il rombo del motore e aumenta le prestazioni. È il patrimonio con cui nasce la Abarth squadra da corsa, che corre e che vince. E che soprattutto dà lustro al nome, Abarth, che nel frattempo ha già concepito un nuovo progetto.
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Quei ricambi e quelle marmitte servono alle grandi macchine sportive. A metà anni ‘50 comincia a montarle persino la Ferrari. Ma si stanno avvicinando gli anni ‘60 e Abarth ha già in mente la sportiva per tutti. Macchine piccole, apparentemente inoffensive. Ma cattive come scorpioni, che tirano fuori la loro punta velenosa quando meno te lo aspetti. Nel 1956 mette gli occhi sulla 600, che diventerà Abarth 750 GT, l’anno dopo c’è la vera svolta. Il colpo più grande è quello della più minuscola delle Fiat: la 500.
550 Abarth, la 500 velenosa
Al Salone di Torino del 1957 Abarth presenta l’idea che vale una vita, anche se in serie ancora limitata. Una 500 elaborata, potenziata, dalla cilindrata aumentata di 50cc, ipercarburata con un doppio Weber e dotata della “infernale” marmitta Abarth. È un trionfo, non solo di critica. Ai cronometri, le 550 Abarth battono 28 record di velocità sulla pista di Monza, girando alla folle media di 111 Km/h.
Fiat comincia a capire che quel preparatore geniale ha davvero in mano qualcosa. Nel 1963 nasce la 595, ulteriormente potenziata. Ma che soprattutto nasce da una collaborazione ormai strettissima tra la Fiat e il piccolo costruttore viennese naturalizzato torinese pure lui. Ha abilmente costruito la sua nuova fabbrica a pochi chilometri da Mirafiori, riceve le 500 ancora da finire, e le completa con tutto quello che le renderà le “sue” scorpioncine: cruscotto con contagiri e altra strumentazione sportiva, coppa dell’olio alleggerita, volante a tre razze, marmitte, carburatori. E ovviamente il motore personalizzato Abarth, che “respira” grazie al portellone posteriore semiaperto, tenuto fermo dai caratteristici tiranti di gomma.
Nel 1964 nasce la 595 SS, che raggiunge la velocità da brivido di 130 Km/h, tetto sfondato da versioni ancora più sportive e “tirate”: la 695 SS Assetto Corsa, la 695 SS Competizione, alla ricerca di prestazioni sempre più estreme. Ormai la 500 viaggia a 140 chilometri l’ora. Che forse oggi fanno ridere, ma provate a farli in quella scatola di tonno, grossa più o meno come oggi lo sono quelle vetturette che si guidano senza patente, o quando la patente te l’hanno tolta.
È una vera epopea, che inventa una nuova categoria di automobili e che Fiat vuole fare fortemente sua. Ci riuscirà nel 1971, quando Abarth decide di non rifiutare l’ennesima offerta. Gli anni ‘60 sono finiti, la 500 anche. È ora di godersi la meritata pensione.
Niente più macchinette rombanti, tanto ambiziose quanto improbabili. Il mondo cambia, è l’ora di nuovi sogni. Eppure la 500 Abarth è destinata a rinascere, molti anni dopo.
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Forse un po’ inchiattita rispetto alla sua magrissima epoca d’oro. Niente più corna dal finestrino. È diventata una cosa molto più elegante e trendy. Ma lo scorpione sul cofano, almeno quello, c’è sempre.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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