Thelonious Monk era chiamato “Genius of Modern Music” e nessuno avrebbe meritato questa definizione più di lui. Da un uomo del genere sarebbe stato inutile aspettarsi una testa normale. Anche il suo rapporto con le auto era dissonante e scaleno come lui.
Thelonious Monk, pochi lo sanno, non era nato come pianista di jazz. Riesce difficile immaginarlo ascoltando il suo suono singolare, che molti hanno associato a quello di un campanaccio.

Un suono personalissimo, inconfondibile. E una tecnica altrettanto efficace, dietro l’apparenza della non-esistenza. Ma certamente una tecnica che a nessuno verrebbe in mente di definire accademica.
Non c’è nulla di prevedibile in Thelonious Monk
Thelonious Monk, dice chi di piano se ne intende, non teneva le dita arcuate come un pianista “normale”. Percuoteva i tasti con i suoi ditoni dritti e piatti, che colpivano come spatole, o come bacchette di una percussione, dando al suo pianismo un ché di stonato e lamentoso, che ben si accompagnava al suo modo di comporre, altrettanto imprevedibile e “storto”.
Era insomma difficilissimo immaginare che Thelonius (Il cui singolare nome l’ufficiale di anagrafe aveva trascritto un po’ a casaccio come “Thelious”) si fosse accostato al suo strumento come pianista classico. Eppure è proprio così.
Trasferito ancora giovanissimo a Manhattan con la sua famiglia, il giovane Thelonious abitava nella 63esima strada, nello stesso quartiere in cui viveva James P. Johnson. Ma a 10 anni fu Simon Wolf, pianista austriaco che gravitava nell’orbita della New York Philarmonic a prenderlo sotto la sua ala. Monk studiava il fior fiore del repertorio classico: Bach, Beethoven, Mozart, e persino Liszt e Rachmaninov.
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Chi scrive pagherebbe veramente molto per sentire il piccolo Monk interpretare quel repertorio. Fatto sta che a dodici anni le vibrazioni di Monk, il magnetismo del jazz, l’ombra di James P, Johnson scacciarono i fantasmi incipriati delle sale da concerto, e Monk prese a fare quello che era nato per fare: il jazz.
La carriera di un genio diverso
Chi l’ha sentito suonare da giovanissimo, definisce il suo genere “hard swing”. Un pianismo jazz che si rifaceva ad Art Tatum, al suo illustre vicino di casa James P.Johnson e che sin dai primi vagiti cercava di oltrepassare i confini di quel jazz sontuoso, perfetto, ballabile e commerciale che aveva riconquistato la scena, passata la grande crisi del 1929.

Per qualche anno il giovane Monk covò la sua rivoluzione sotto la cenere, in localini e jam session in cui si accompagnava ad altri irrequieti innovatori che si riunivano a New York. Sottotraccia, senza clamore, quel giovanotto sconosciuto era diventato il pianista residente del Minton’s Playouse. La fornace che avrebbe attirato con la sua luce Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Fats Navarro, e da cui, serata dopo serata, jam session dopo jam session, sarebbe nata la rivoluzione del bepop.
Un’auto comprata e persa per sempre
L’ascesa di Monk cominciò negli anni ‘40 e si mosse in parte all’unisono con il trionfo del bebop. Ma in parte no. Monk era diverso anche da quello. Mentre Parker e Gillespie diventavano divi, lui pestava ancora tasti e componeva in seconda fila. E quando il bebop consumò la sua fiamma e cominciò a passare di moda, la grandezza di Monk diventò sempre più evidente ed universale.
Nel 1956 Thelonious Monk era a tutti gli effetti uno strano gigante della musica. Silenzioso, chiuso in se stesso, fuori dagli schemi. Ma nonostante tutto americano. E come tale si rese conto di avere bisogno di un’automobile. Immaginare Thelonious Monk in un autosalone americano è quasi altrettanto difficile che immaginarlo eseguire Rachmaninov, eppure entrambe le cose sono successe. Da quell’autosalone Monk riemerse con un’automobile che almeno in parte, e per quanto possibile, gli assomigliava. Una grande Buick bianca e nera come una tastiera.
Com’è, come non è, la mente di Monk non doveva essere modellata su quella del tipico proprietario di auto, che custodisce gelosamente il suo bene e lo lustra la domenica. Monk aveva una macchina e tanto bastava. La chiamò affettuosamente (?) “Scarafaggio Pezzato” (Piebald Beetle).
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C’è da scommettere che non sempre si ricordasse di averla, e che di rado prendesse le precauzioni appropriate. In ogni caso, la Buick durò solo pochi mesi nel possesso di Monk, dopodiché venne rubata, da qualcuno che certamente era più interessato a lei di quanto potesse esserlo il dissonante genio del jazz.
Non aveva più le “vibrazioni” giuste
Proprio quando Monk dava (con sollievo?) la sua macchina per definitivamente dispersa, il dipartimento di polizia di New York City dette una inaspettata prova di efficienza: la ritrovò e gliela restituì.

Che il ritorno di quell’oggetto non sia stato per Monk fonte di grande gioia, ce lo racconta suo figlio. T.S. Monk.
“Fu restituita in condizioni perfette. Ma mio padre disse che le “vibrazioni” dell’auto erano cambiate, e non la guidò mai più”
— T.S. Monk
Finì così lo “Scarafaggio Pezzato”, a far compagnia a Liszt e a Rachmaninoff. A quelle cose che avevano avuto il loro momento e la loro funzione. Ma ora non avevano più il suono giusto. Semmai lo avevano avuto, per lo strampalato e fantastico “Genius of Modern Music”
Antonio Pintér – copyright Boomerissimo.it®


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