Ci sono molte leggende sul drammatico schianto di Davis del 1972, e una sola certezza. Da quella notte nascono alcuni dei nastri peggiori che Miles abbia mai inciso: nessuno ha mai voluto pubblicarli. Noi ve li raccontiamo.
Non scopriamo nulla dicendo che Miles Davis non è quasi mai stato un uomo gradevole e alla mano. Dagli esordi ai suoi ultimi anni, uno strano mix di complessi di superiorità e di inferiorità ha lasciato il segno sui colleghi e su chi lo conosceva da vicino. Talvolta anche sui semplici spettatori dei suoi concerti, disprezzati e maltrattati con ferocia, specialmente negli ultimi anni.

Eppure chi, come me, passa alcuni dei suoi pomeriggi ad ascoltare e riascoltare la musica migliore di Davis, cercando di analizzare e di risuonarla, non può che essere colpito da una caratteristica ben più importante del carattere, per un musicista. Miles Davis è un uomo che è stato capace di spingere il buon gusto fin dove il buon gusto raramente arriva.
C’è tanto, tantissimo genio nel buon gusto di Miles. Nella sua capacità di scegliere, di selezionare, di togliere, e di far risplendere quello che rimane.
Cattivo carattere e gusto perfetto, c’erano entrambe le facce di Davis anche nell’amore per le macchine veloci. Per la sua splendida Ferrari degli anni ‘60 e poi per quella incredibile Lamborghini Miura degli anni ‘70, in un assurdo color ramarro elettrico che solo il Miles rock avrebbe potuto permettersi.
Una Lamborghini verde finita malissimo, e che per poco non si portò via pure il genio di Davis, intrappolato nei suoi rottami fumanti.
Verità e leggenda di un incidente quasi mortale
La Lamborghini Miura era sicuramente la macchina giusta per un Miles Davis che aveva deciso di non invecchiare da jazzista. Che era rimasto stregato dalle folle di Woodstock e aveva deciso che anche lui sarebbe dovuto diventare un’icona e un idolo delle masse. Un personaggio, oltre che un artista, che si doveva vedere da lontano, in uno stadio e non nell’atmosfera quieta e protetta di un jazz club. Davis nel 1969 decise di osare, di abbandonare i suoi completi da sartoria per vestirsi da rockstar, e suonare il nuovo jazz elettrico.

Così era la Miura, la macchina nata dalla ribellione di Ferruccio Lamborghini allo strapotere di Enzo Ferrari e dei suoi classici capolavori, a cui era obbligatorio inchinarsi, specialmente se eri uno che fabbricava trattori.
La Miura doveva essere uno schiaffo, una macchina rivoluzionaria, e lo fu. Un motore centrale da 12 cilindri ne faceva l’auto sportiva più veloce del suo tempo, capace di volare a 280 Km/h. La linea era arrogante, geometrica: rompeva col passato, non omaggiava nessuna tradizione, dava brutalmente nell’occhio. Specialmente se la verniciavi in un assurdo colore verde che esprimeva tutta la furia iconoclasta di un decennio nato per rovesciare tutto.
Purtroppo, in una notte piovosa del 1972 fu proprio la Lamborghini di Miles a rovesciarsi, o meglio ad andare brutalmente in frantumi, contro un muretto della West Side Highway di New York. Narra la leggenda ispirata da Miles che Davis, sempre in bilico tra una dipendenza e l’altra, un uomo che viveva più di notte che di giorno, si sia addormentato al volante del suo bolide, polverizzandolo contro la rampa di uscita all’altezza della 125esima strada.
Un pilota molto sballato e molto fortunato
Forse questa storia sarebbe passata agli archivi come Miles voleva raccontarla, se quella notte, ad accompagnare quella Lamborghini non ci fosse stato un amico, abbastanza fortunato da non rimanere coinvolto nello schianto, e anche abbastanza lucido da prestare a un Miles fuori di sé i primi soccorsi.

La storia raccontata anni dopo da James Glickenhaus, regista, produttore cinematografico, nonché appassionato di Ferrari è abbastanza diversa. Giunto all’altezza dell’uscita che portava ad Harlem, Davis, che procedeva in terza corsia a circa 100 Km/h, si lanciò in una svolta a gomito, di 90 gradi, attraversando il nastro d’asfalto e puntando verso la rampa. Per quanto il Miles nel pieno possesso delle sue facoltà fosse un buon pilota e la sua Miura una grandissima macchina, la folle manovra non riuscì. La Lamborghini terminò la sua corsa in uno schianto, sotto gli occhi di Glickenhaus, che ebbe la prontezza di fermarsi, per correre a prestare soccorso al trombettista intrappolato nel rottame.
Lo spettacolo che si presentò ai suoi occhi fu agghiacciante. Miles Davis aveva entrambe le gambe spezzate, le ossa avevano stracciato i pantaloni di pelle. All’interno della ex Lamborghini, un grosso sacchetto di cocaina sfondato aveva riempito la macchina di polvere bianca, mentre un altro era ancora intatto.
Il primo pensiero di Miles
Miles Davis era vivo per miracolo, ma non sembrava preoccuparsene molto. Era invece preoccupato per la Lamborghini. Nell’unico sprazzo di lucidità di quella situazione, temeva seriamente che si fosse danneggiata. Ma la ragionevolezza si esauriva lì: Miles insisteva per uscire per dall’abitacolo, era preoccupato, voleva per verificare i danni (in realtà, della macchina non rimaneva quasi nulla).
Glickenhaus dovette fare qualche sforzo per convincere il genio fuori di sé che con quelle gambe non sarebbe andato da nessuna parte. Usò il vistoso foulard di Miles per tamponare le ferite e fermare l’uscita del sangue. Gettò in un canaletto i sacchetti di cocaina e si sforzo di ripulire alla meno peggio l’abitacolo, grazie all’acqua che stava piovendo a fiumi.
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Contro ogni probabilità, tutte le manovre funzionarono. Miles salvò la pelle, e non finì in carcere ma in ospedale. Solo la Lamborghini verde ramarro aveva finito per sempre di vivere.
La musica peggiore mai incisa
Miles Davis sopravvisse al momento di follia di quella notte, anche se ferito e traumatizzato. Dolorante, impossibilitato a camminare, ancora più scostante e probabilmente più intossicato del normale, si chiuse nella sua cantina per oltre un anno. Non usciva di casa ma suonava e registrava, registrava, registrava. Ore e ore di incisioni sull’orlo di una crisi di nervi, e probabilmente oltre. I pochissimi che hanno ascoltato quei nastri li hanno definiti “pretty raw” (piuttosto crudi, sconclusionati).
Alla fine della sua lunga e dolorosa convalescenza, Miles trovò il coraggio di tornare nel mondo normale, e di ricominciare a suonare in pubblico e in sala. Donò la montagna di nastri a Sal Barone (che di Glickenhaus era molto amico, ed era anche il capo meccanico della sua collezione e team da corsa).
Doveva essere davvero musica piuttosto cruda, e ancora più inascoltabile della produzione di Miles di quegli anni, che già toccava livelli di astrazione e di entropia non comuni.
Nonostante fossero circondati di leggenda, e probabilmente un succoso affare economico, indipendentemente dalla loro qualità artistica, nessuno ha mai avuto il coraggio di pubblicarne nemmeno un estratto. Né prima né dopo la morte di Miles Davis, quando la proverbiale permalosità del musicista non avrebbe più potuto rappresentare un ostacolo.
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Quelle ore di incisione “pretty raw” sono davvero la musica peggiore che Davis abbia mai inciso? È praticamente certo, anche se probabilmente non avremo mai la prova definitiva. Difficilmente qualcuno li ascolterà mai.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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