Com’è nato Kind of Blue? Com’è stato inciso? È un mistero che dopo 60 anni continua ad affascinarci tutte le volte che lo ascoltiamo. Eppure Miles Davis, lo considerava un “esperimento fallito”. Come è stato possibile?
Chi ogni tanto ha l’avventura o la perversione di leggermi da queste parti sa già che Miles Davis non è la mia “Cup of Tea”. Eppure è il jazzista di cui ho scritto di più, molto più di miei eroi assoluti come Sonny Rollins, o di jazzisti che mi sono molto più simpatici, e spesso più gradevoli da ascoltare, come Dexter Gordon.

Già qui si comincia ad entrare nel paradosso di Miles Davis, un musicista che ha occupato la scena, cambiandola innumerevoli volte. Che dovevi considerare, analizzare, un po’ pure copiare, persino se lo trovavi odioso, e la sua musica tutto sommato non ti faceva volare via i calzini dai piedi. Per anni ho ascoltato il poker degli album del quintetto con Coltrane, pensando a quanto mi piaceva quel Coltrane, molto più di Miles Davis. Oggi sono diventato un po’ meno stupido ma il paradosso di Davis resta, e Kind of Blue è uno dei suoi gironi più oscuri. Oscuro anzitutto perché lì la grandezza, per una volta, ti colpisce in piena faccia. Ascolti le sciabolate violente di Coltrane, e soprattutto di Cannonball Adderley eppure, in quel caso non puoi non sentire Miles. Che suona anche la tromba, ma più per gentilezza. La sua opera in questo caso è il suono di tutti, anche quello di Adderley. Che non credo abbia mai suonato meglio di così e in modo, in fin dei conti, meno cannonballiano (si dirà così?).
Un progetto senza progetto
Il mistero di Kind of Blue si infittisce se pensiamo che non è solo l’album che tutt’oggi vieni considerato il migliore mai inciso (siccome non sono un ottimista naturale, tendo a non aspettarmi nuovi Charlie Parker e nuovi Thelonious Monk, quindi dubito che la classifica cambierà in futuro).

Ma anche quello che ha saputo produrre più qualità, più genio, più tutto con il minimo sforzo possibile (a parte essere i musicisti che erano lì in quei due giorni). Una cosa molto da Miles, in fin dei conti, che si è portato a casa il più grande disco di ogni tempo senza prove, senza arrangiamenti, senza elaborare grandi teorie, mettendo insieme quattro accordi in croce, lasciando fare quasi tutto agli altri, e alla fine storcendo pure il naso per il risultato.
Come andò? Immaginate di entrare in uno studio di registrazione in una tranquilla giornata di primavera del 1959. Sei musicisti si preparano a incidere un nuovo album, senza sapere che stanno per creare un capolavoro destinato a rimanere nella storia. John Coltrane, Cannonball Adderley, Bill Evans, Paul Chambers e Jimmy Cobb. Atmosfera rilassata, quasi distratta. Nessuno pensa di essere lì per creare un capolavoro che cambierà la storia. È sufficiente fare retta a Miles, e cercare di capire cosa diavolo ha in mente.
Il suono di Miles in un album
Cosa rende Kind of Blue così speciale? Innanzitutto, il suo approccio. Davis dà un bel calcio nel sedere alla complessità del bebop, lo stile che aveva contribuito a creare e che sicuramente aveva creato lui, per esplorare nuove strade. Siamo già alla vigilia della rivoluzione del free jazz, altri come Art Blakey e Wayne Shorter stanno semplificando il bop rendendolo più muscoloso e “duro”. Davis annusa nell’aria qualcosa di completamente nuovo e lo crea sulla sua tela, usando gli artisti che ha davanti come colori puri: il rosso, il giallo, il nero, il verde e naturalmente il blu.

Li getta sulla sua tela senza avere fatto nessuna prova, sottoponendo loro delle composizioni completamente nuove. Sono brani costruiti su pochi accordi, che lasciano all’improvvisazione uno spazio immenso, nel quale sarebbe facile perdersi, specialmente quando sei abituato a un modo di comporre completamente opposto. I musicisti lanciano i loro colori sulla tela in modo sorprendente, creando una profonda ricchezza emotiva in un’atmosfera sospesa, quasi ipnotica.
La chimica tra gli artisti è palpabile in ogni nota. Non è un album inciso tutto al primo take, come il fraintendimento delle note di copertina ha fatto credere per molti anni (per smentire la leggenda sarebbe bastato ascoltare il fischio di Miles che ferma Freddie the Freeloader, insoddisfatto di quello che sta sentendo). Non è un album di “first takes” ma è un album in cui la spontaneità conta più della perfezione calligrafica.
Ti piace Boomerissimo? Sostienici con una piccola donazione a questo link
Proprio in Freddie The Freeloader sentiamo Miles che entra due quarti prima rispetto ai due sassofonisti, alla prima esposizione del tema. Errore? Voglia di gettare il sasso nello stagno? Qualunque sia la risposta, l’inciampo di Davis mette in difficoltà persino uno che sbagliava poco, come Cannonball Adderley, che si impappina ed entra qualche battuta dopo. Poco male, stavolta il take verrà accettato così e stampato, e al diavolo i perfezionismi.
Un capolavoro paradossale
Non è solo un grande album jazz. È diventato un fenomeno culturale che ha travolto i confini di genere. È uno dei dischi più venduti della storia del jazz, con milioni di copie acquistate in tutto il mondo. Ed è, come ricordavamo prima, il migliore disco mai inciso, secondo molte classifiche (e lasciamo perdere se abbiano un senso oppure no). Già questa coincidenza tra quantità e qualità non è comune.
Ma il vero paradosso è che questo disco quasi magico, che persino chi non è troppo innamorato di Miles Davis deve riconoscere come un capolavoro assoluto, un’alchimia mai raggiunta prima e forse mai dopo, per Miles Davis era un “esperimento fallito”. Nella sua autobiografia, spiegò che l’album non era riuscito a realizzare pienamente i suoni che aveva in mente prima della sessione.
Ti piace Boomerissimo? Sostienici con una piccola donazione a questo link
Meglio così. 60 anni dopo siamo ancora qui ad ascoltarlo. E dopo averne consumati i solchi analogici e digitali infinite volte, ancora riesce a caderci il bicchiere di mano. Chissà a quali catastrofi casalinghe dovremmo rimediare adesso, se Miles fosse riuscito a realizzare il suo disegno “pienamente”.
Meglio non pensarci, e continuare a godersi quell’esperimento fallito, col minor danno possibile.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


Rispondi