Cosa succede quando muore un amico? Molti hanno avuto questa esperienza drammatica. A me è successo con qualcuno che in qualche inspiegabile modo faceva parte della mia vita. Un amico che ho incontrato una volta sola, durante una delle sue ultime, drammatiche notti.
Chiariamo subito che questo non è un articolo investigativo o di gossip, che intenda gettare luce sulla terribile fine di Chet Baker, quella notte del 15 maggio 1988 ad Amsterdam. Le circostanze della sua morte, del suo volo da una finestra d’albergo, sono poco chiare. Il protagonista non potrà mai più essere d’aiuto. Si possono fare ipotesi, ma nessuna ha mai avuto il beneficio di una prova circostanziale definitiva.
Sappiamo che è morto, e non è morto bene. Lavorava ormai poco e non era mai riuscito a liberarsi dalle sue dipendenze: eroina, alcool, e tutto quanto potesse capitargli a tiro. Così è vissuto, così è morto, e nessuno potrà mai davvero dirci come. Fu in una di quelle ultime notti che Chet Baker mi apparve davvero come un angelo, quell’unica volta in cui l’ho incontrato per davvero.
Il mio amico Chet
Da quando sono ragazzo, da quando sentii per la prima volta uscire da un mangiacassette il suono del sassofono di Charlie Parker, anche io, come molti altri ragazzi eccessivamente ricchi di immaginazione, ho vissuto in un mondo fantastico, nel quale molti di quei musicisti che mi facevano compagnia con i loro dischi, erano in realtà molto di più. Compagni di vita, amici, gente che forse capiva le mie stranezze, o avrebbe potuto farlo, meglio di molti altri che mi erano vicini in carne e ossa. Io ascoltavo loro, li leggevo. Loro forse, da qualche parte, ascoltavano me. Erano la mia realtà.

Io suonavo il sassofono, o quanto meno cercavo di farlo. E molti di quei compagni di strada e di vita erano sassofonisti. Nel loro suono, nel loro modo di parlare con lo strumento, sentivo qualcosa che mi era vicino, che capivo. La tromba era una cosa diversa. Era solo musica. A meno che quella tromba la suonasse Chet Baker. Nelle sue note così pulite, così innocenti, così dolci, così cantabili, così agli antipodi di quasi tutto il resto che ascoltavo, si sentiva qualcosa di doloroso, se sapevi sentirlo. Non c’era nulla di espresso, di esplicito. Ma anche senza aver mai letto nulla sulla vita di Chet Baker, sulle sue traversie, sulla sua lotta, i suoi arresti, sulle botte che gli avevano spezzato i denti e quasi la carriera un giorno del 1966, Chet Baker raccontava. E io lo ascoltavo.
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È stato detto che Chet Baker avrebbe potuto essere James Dean, Frank Sinatra e Bix Beiderbecke, tutto in una sola persona. Qualcuno lo detestava, come Miles Davis, perché era bianco, perché suonava senza pensare e senza progettare, perché gli era finito inspiegabilmente davanti in alcuni referendum del Down Beat degli anni ‘50.
Molti altri lo hanno amato, hanno diffuso su di lui le storie più incredibili, ne hanno fatto un mito e un’icona, innocente e maledetta. Uno di questi miti era che Chet non sapesse leggere la musica, che suonasse a orecchio come alcuni giganti di New Orleans. Un’altra leggenda falsa. Chet amava che la musica gli entrasse dentro, amava suonarla dopo che se ne era imbevuto, e non perché l’avesse imparata su un pezzo di carta. Ma lo sapeva fare benissimo, e lo aveva fatto a sazietà, suonando in bande militari che non erano meno esigenti di una big band, dal punto di vista dell’educazione formale e della lettura a prima vista.
Chet Baker avrebbe potuto dare la paga a molti, ma non aveva più voglia di farlo, e non ne aveva nemmeno bisogno. Chiudeva gli occhi, ascoltava, e diventava musica. E quella musica era in grado di oltrepassare i generi, di farsi ascoltare da gente che di jazz non voleva sapere nulla. Oppure da me, che di jazz ne ascoltavo, ma di tutt’altro tipo.
Avevo moltissimi dischi suoi, sia quelli che aveva inciso da giovane e bello in California, sia quelli incisi da vecchio, spesso dal vivo. Quelli italiani, faticosi, biasciati, meravigliosi. Non avevo mai avuto bisogno di leggere una sua biografia per sapere tutto di lui.
Non sapevo questioni irrilevanti, pratiche. Per esempio non avevo la minima idea di dove vivesse nel 1988, quando insieme ai miei amici decisi di fare una lunga gita ad Amsterdam.
Vivevamo giornate bohemienne, dormendo in parecchi in uno stanzone, per risparmiare più soldi possibile. Soldi che investivamo in panini con le aringhe, biglietti di museo e in prodotti tipici locali, di cui Amsterdam rappresentava la mecca. Quelle prime giornate di libertà di un gruppo di ventenni, erano quindi giornate abbastanza confuse, in cui spesso non era facile distinguere la realtà dalla fantasia.

E fu così che una sera a un Bancomat, in una nicchia del vialone che guarda alla stazione, una specie di Via Vittor Pisani di Amsterdam, mentre maneggiavo quelle banconote forestiere, mi sentii vicino un’ombra francamente sospetta e sgradevole, che mi mise paura. Una specie di barbone, che avevo sentito prima dall’odore, e solo dopo dalla presenza. Un odore che non descriverò, perché non sarebbe rispettoso, ma che arrivava alle narici anche in quella notte piuttosto fredda.
Mi girai per vedere chi era che armeggiava vicino a me, nel momento in cui stavo per mettere al sicuro i miei pochi soldi. Vidi un uomo disfatto, sofferente, niente affatto minaccioso, che aspettava semplicemente il suo turno, senza rendersi conto che aveva rotto quella distanza di comfort che a un bancomat è sempre bene tenere, a meno di vivere in una realtà completamente altra.
Mi girai, e vidi accanto a me, addirittura quasi troppo vicino, Chet Baker. Lo guardai meglio perché sinceramente non ero sempre in condizioni di perfetta lucidità in quei giorni, e avrebbe potuto essere solo una fantasia, che un lampo di luce più chiara avrebbe dissolto. Invece la luce che illuminò la faccia di quel vecchio sofferente, irsuto, tremante e puzzolente, illuminò proprio Chet Baker.
Chet Baker al bancomat, di notte, accanto a me. Io e lui da soli.

Sono momenti che a volte immaginiamo. Pensiamo sempre di sapere perfettamente come ci comporteremo, se mai avvenissero. Diresti a Chet Baker quanto lo ammiri. Quanto ci sia nel mondo che gli ha reso la vita impossibile qualcuno, di cui lui nemmeno sospetta l’esistenza, che lo stima immensamente, forse lo capisce. Penseresti di abbracciarlo, quantomeno di chiedergli un autografo, di stringergli la mano. Almeno.
Ma Chet Baker non era in un momento in cui avrebbe potuto apprezzare nessun tipo di conversazione. L’occhio era spento. L’uomo era assente, faticosamente rivolto dentro se stesso. Non era uno che avrebbe capito, o apprezzato, in quel momento, nessun tipo di effusione amichevole. Era solo, non voleva essere altro. Ritirai i miei soldi e lo guardai maneggiare il Bancomat, come avevo fatto io poco prima. Rimasi lì e lo vidi infilarsi i soldi in tasca e allontanarsi dalla luce di quella nicchia al neon, e sparire nella notte, camminando curvo e lento, come un ottantenne.
Restai letteralmente senza fiato. Quando nel nostro ostello raccontai ai miei amici che avevo incontrato Chet Baker, al Bancomat, mi diedero del pirla. Cominciai a pensare anch’io che forse avevo fumato qualcosa di troppo, cercai di fare pace con questo fatto. Avevo incontrato Chet Baker e non ero riuscito a dirgli nemmeno una parola? Non era possibile.
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Me ne tornai a Milano. Pochi giorni dopo comprai un giornale. Allora si leggevano i giornali di carta. Una foto mi colpì subito, come una coltellata. Chet Baker era morto, e nessuno sapeva esattamente come. Era morto lì, ad Amsterdam. Viveva in un piccolo hotel, a pochi passi da dove lo avevo incontrato.
Viveva, fino alla notte in cui volò dal secondo piano.
Eravamo stati amici così a lungo. Una sera ci eravamo anche incontrati. E lui adesso era morto. Adesso era tutto chiaro, e non poteva cambiare più niente.
Roberto Berger – Copyright Boomerissimo®


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