Frank Sinatra era un uomo “larger than life”. Il suo hotel casinò era più grande anche delle incursioni della polizia.
Frank Sinatra non era un uomo abituato a misurarsi con la mediocrità con cui gli uomini normali devono fare i conti ogni giorno. La sua energia vitale, la sua voce, i suoi consumi alcolici, tutto faceva parte di una figura che apparteneva all mondo degli dei, più che a quello degli uomini.

Era nato da una famiglia di immigrati italiani a Hoboken, nel New Jersey, nel 1915. Forse non occorre essere psicologi da bar per immaginare che quegli inizi, al gradino più basso della scala sociale, si sarebbero trasformati in una molla, che scaraventò Sinatra tra le stelle.
I suoi inizi difficili da italiano, un’origine che quasi tutti si sentivano autorizzati a guardare dall’alto in basso, avrebbero avuto altre due conseguenze che si sarebbero dimostrate durature. Da un lato una perenne diffidenza per l’alta società, alla quale partecipava, ma senza mai sentirsi pienamente accettato.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con una piccola offerta a questo link
Dall’altra, una pericolosa confidenza con quelle confraternite che avevano in parte “protetto” e in parte sfruttato gli italiani d’America. Se altri uomini di spettacolo italiani come Tony Bennett si erano sempre tenuti agli antipodi da certe frequentazioni pericolose, il minimo che si possa dire è che Sinatra non se ne teneva a distanza di sicurezza. Un’affermazione del genere lo avrebbe fatto inferocire (non era difficile), nessun tribunale lo ha mai condannato per commistioni mafiose, ma certe amicizie pericolose Sinatra amava usarle, e non è azzardato dire che se ne è servito per affermarsi in mezzo a quell’establishment, che voleva stupire, superare, lasciare sempre con un palmo di naso.
Con l’aiuto di Sam Giancana, il boss di Chicago, forse, Frank Sinatra ha eletto un presidente americano, John Kennedy.
Negli stessi mesi del 1960, Sinatra decise di fare un’altra mossa a sorpresa, che avrebbe dovuto mettere a tacere per sempre i pezzi grossi dello show business e della politica, e consegnare a lui, il ragazzo italiano, uno scettro da monarca. Sarebbero stati gli altri, attori, produttori, pezzi grossi della politica e degli affari a bussare alla sua porta, e non il contrario. E in effetti così successe. Frank Sinatra, in società con qualche amico (tra cui non è azzardato pensare ci fosse lo stesso Sam Giancana) si comprò un Hotel Casinò al confine tra Nevada e California, e lo trasformò in un palazzo reale di sfarzo babilonese. Era cominciata l’era del Cal-Neva.
Un locale su due stati
Metà del Cal-Neva, delle sue suite e delle sue sale da gioco si trovava in California, metà nel Nevada. I bungalow, gli ambienti dal lusso sfarzoso, l’eliporto, tutto era stato concepito in una ristrutturazione faraonica, voluta e pensata da Sinatra ma realizzata con mezzi economici che forse erano fuori dalla portata persino di un divo del cinema.

Tutto era collegato da tunnel sotterranei e passaggi segreti, in parte concepiti all’epoca del proibizionismo, in parte creati su impulso di Sinatra con un disegno tanto geniale quanto assurdo.
Se la polizia avesse fatto irruzione a un lato del Cal-Neva, gli ospiti avrebbero potuto ritirarsi nel massimo della discrezione fuori dalla giurisdizione della polizia di stato. Scacco matto agenti, lo show poteva continuare nello stato confinante, e nello stesso locale.
La particolarissima privacy che questa soluzione consentiva, unito alla presenza di Sinatra, di Sammy Davis, di Dean Martin, di attori come Peter Lawford, e non ultimi dei fratelli Kennedy e della loro corte regale, fece del Cal Neva la stella più brillante del Nevada (con propaggine in California). Da Reno decollavano elicotteri che atterravano nell’eliporto del locale. E da lì si spariva agli occhi dei curiosi.
Fu una stagione magica e in parte misteriosa. Anche Marylin Monroe fu ospite del Cal-Neva e le sue ultime foto in vita furono realizzate lì, nel 1962, in un weekend in cui si dice che l’ex marito Joe di Maggio abbia utilizzato i tunnel segreti per presentarsi a lei, chiederle di tornare insieme, venendo rifiutato.
Quando finisce la magia
Che il traffico di ospiti, non sempre raccomandabilissimi, fosse il forte del Cal-Neva era chiaro a tutti. Purtroppo per Sinatra lo fu anche alla Commissione per il Gioco d’Azzardo del Nevada, il vero potere assoluto di quello strano stato. Un potere assoluto che aveva messo il bando totale su qualunque personaggio legato alla mafia, primo fra tutti il boss di Chicago.
Sinatra era stato avvertito che ospitare Sam Giancana in Nevada gli sarebbe costato la licenza per il gioco d’azzardo. Sinatra confidò un po’ troppo nella privacy del Cal-Neva, nei tunnel segreti e nella faccende dei due stati, e perse.
La Commissione non aveva bisogno di dimostrare nulla. Sapeva, e tanto bastava. Scappare nello stato confinante servì a poco quando la Commissione, nella persona del suo Presidente Edward Olsen, chiamò Frank SInatra nel settembre 1963 per comunicargli che la licenza era revocata.
“When he called Frank, Sinatra used ‘vile, intemperate, obscene and indecent language”
– Las Vegas Chronicle
Uno dei consiglieri di Sinatra cercò invece di corrompere Olsen, mettendo la pietra tombale sul Cal-Neva e la sua magica era.
Un sogno era finito.
Finì anche il sogno di Frank Sinatra. Per quanti soldi potesse versare nelle sue macchine da spettacolo, per quanto i suoi smoking immacolati abbagliassero, per quanto il suo stile fosse inarrivabile, per quanto la sua voce regnasse sovrana, sarebbe sempre rimasto un cantante italiano.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con una piccola offerta a questo link
Quelli che potevano fare tutto, e senza nemmeno bisogno di un castello di tunnel segreti, erano altri. E lo sarebbero rimasti per sempre.
Antonio Pintér


Rispondi