Alla fine degli anni ’40 la carriera di Frank Sinatra era già finita. A salvarla ci avrebbero pensato un film, una casa e un talento artistico che quasi nessuno conosce, ma che per Frank diventò un vero e proprio toccasana.
Alla fine degli anni 40, Frank Sinatra rischiava di fare la fine di una delle mille boy band, che spariscono dopo aver luccicato per un paio di stagioni.

La sensazione della novità era finita, le ragazzine urlanti che avevano bloccato le strade per i suoi concerti stavano scoprendo nuove sensazioni, o erano divente grandi. Inseguendo notte dopo notte un successo sempre più sfuggente, anche la voce si era appannata. Stonato, stanco, senza più idee, il giovane Frankie era una meteora ormai spenta, quando decise che la sua vita e la sua carriera avevano bisogno di un cambio totale.
Una nuova carriera e un nuovo talento
Sinatra cambiò casa discografica: la Rca Columbia aveva fatto di lui un divo, ma era evidente che non anche le loro idee erano finite. Smosse mari e monti per trovarsi un ruolo cinematografico importante, diverso, maturo, drammatico.

Lo trovò nel personaggio di Angelo Maggio in Da Qui All’Eternità, e ci vinse un Oscar. Cambiò casa discografica, passando alla Columbia, che avrebbe fatto di lui un evergreen. Cambiò casa, inaugurando il buen retiro di Palm Springs, una casetta modesta, lontana da tutto, nella quiete del deserto, che solo col tempo, acquistando altri terreni, ristrutturazione dopo ristrutturazione, sarebbe diventata la reggia che è oggi.
In questa casa silenziosa, pacifica, lontana, Frank Sinatra riscoprì se stesso, e lo fece abbandonandosi a un nuovo passatempo che gli permetteva di essere esattamente l’opposto dello showman da palco, del perfezionista ossessivo, dell’uomo pubblico. Nella quiete della sua casa di Palm Springs, Frank Sinatra diventò pittore.
Frank Sinatra pittore, l’opposto del Sinatra che conosciamo
Fu negli anni ’50, ispirato dalla luca della sua nuova casa, che Sinatra acquistò tele e colori e cominciò a pasticciare. Era già (e ancor più sarebbe diventato in seguito) un conoscitore e un collezionista d’arte. I grandi della pittura per lui non erano solo un investimento, non stavano in un caveau ma appesi ai muri. Nel suo scarso tempo libero Sinatra leggeva libri e riviste d’arte. Cominciò a dipingere emulando lo stile dei suoi preferiti.
Nessuna educazione formale. Fu una formazione da autodidatta, il che del resto era vero anche come attore e cantante. Una bella fortuna per tutti i maestri che Sinatra non ebbe, in qualunque disciplina. Insegnanti che si sarebbero trovati di fronte un compito difficilissimo, visto il carattere del giovane, che certamente non mancava di autostima e della volontà di prevalere sempre, in qualunque campo, contro chiunque.
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La pittura gli diede una pausa anche da questo, e fu un pausa quantomai benefica. Nella pace dei suoi pennelli, in questa forma d’arte che Sinatra frequentava solo per piacere proprio (anche se con grandissimo interesse ed impegno), il ragazzo terribile di Hoboken ritrovò le energie e la freschezza che gli erano necessarie a ripartire e a reinventarsi.
Cosa amava dipingere Frank Sinatra
Di fronte alle sue tele, Sinatra era un’altra persona. Lo si capisce non solo rileggendo le cronache della moglie Barbara e della figlia, che ha scritto l’introduzione al grande libro d’arte, che raccoglie le sue opere. Si capisce anzitutto guardando i quadri. Sinatra aveva classe ed era ossessionato dalla pulizia (non solo delle sue esecuzioni, era sempre fresco di doccia e profumato di lavanda).
Anche i suoi quadri hanno classe, sono una galleria di stili e di generi che rivela un gusto sicuro nella scelta dei riferimenti: i grandi cubisti, gli impressionisti, Picasso, Mirò, Chagall, i modernissimi come Hockney, i contemporanei come Walt Kuhn, gli emergenti (allora) come Rothko. Sinatra ne seguiva le orme in uno studio che era lindo e netto come lui, non il solito antro puzzolente e sporco da artista. Ma sulla tela, al contrario che sul palco, non aveva paura dell’imperfezione.
C’è un che di infantile che emerge a tratti: un altro lato di Sinatra, che rimaneva perlopiù nascosto nella vita pubblica. Non sempre i campi di colore brillano per perfezione esecutiva, non tutte le linee sono certe e sicure come quelle del professionista senza macchia che Sinatra pretendeva di essere in tutte le sua manifestazioni artistiche “pubbliche”. Anche così, accettando l’imperfezione, mollando per un momento la sua ansia di controllo totale, Sinatra si rigenerava e ricostruiva le sue energie. Quelle di cui aveva bisogno sul set o in sala d’incisione.
I clown: il suo soggetto più amato
Sinatra dipinse dagli anni ’50, per tutta la sua carriera, aumentando la sua produzione in modo esponenziale dopo il ritiro dai set cinematografici (abbiamo raccontato qui della sua ultima apparizione come attore, in una serie televisiva amatissima, che risollevò da prematuro oblio).
Tra tutti i suoi soggetti, ce n’era uno che amava particolarmente: i clown. Sua moglie Barbara ha spiegato il perché: nei clown che dipingeva, Sinatra vedeva una specie di autoritratto. Sono figure che per tutta la loro vita portano una maschera, sono un personaggio donato al pubblico. Quello schermo separa la figura che appare dalla raltà del suo interprete. Ma se per molti questa caratteristica ha una nota triste e drammatica, così non era per Sinatra. I suoi sono clown felici, sorridenti, che portano con gioia la loro maschera. E anche questo ci dice molto del Sinatra uomo dietro l’artista. Un uomo diverso, sicuramente dall’attore e dal cantante. Ma un uomo felice di essere quello che era, e pienamente realizzato nel suo ruolo di grande intrattenitore.
Il successo involontario
Per tutta la sua vita (quantomeno per la sua seconda vita) Sinatra ha dipinto per sé e per i suoi amici. Non ha fatto mostre, non ha venduto nulla, non ha richiesto la consulenza di galleristi e mercanti d’arte, che pure sarebbero stati felici di trattare i suoi quadri. Ma i suoi quadri erano cosa sua, solo sua. E non dovevano avere altri obiettivi che quello di piacere a lui, e soprattutto di renderlo felice mentre li realizzava.

Com’ era inevitabile, un giorno sono finiti all’asta. Morto nel 1998, dopo 82 anni di vita intensamente vissuta, morta sua moglie Barbara, morti anche gli amici che avevano ricevuto i suoi doni, quelle tele realizzate per puro piacere sono finite presso le grandi case d’asta internazionale, e in particolare da Sotheby’s, che ha curato la vendita di tutto quello che Frank e Barbara si erano lasciati dietro, e non era poco.
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Ed è così che quelle tele realizzate per diletto, tenute lontane dal pubblico e dal mercato, hanno cominciato a realizzare incassi milionari. Una dopo l’altra sono finite battute a prezzi stratosferici, e hanno trovato casa in collezioni d’arte importanti, accanto ai maestri che le avevano ispirate.
Non erano nate per quello. Ma Frank Sinatra era un uomo condannato al successo. Alla fine lo raggiunse anche nell’unico campo artistico nel quale non lo aveva mai cercato.
Antonio Pintér – (Copyright Boomerissimo®)


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