Quella di Ruben Buriani è una storia degna di un film. Le origini sono quelle di una fiaba, il finale è quello di un film horror. Ma Buriani non molla. Non lo ha fatto mai.
C’è stato un tempo in cui il calcio ci sembrava veloce, o quantomeno normale. Lo guardavamo come una impresa sportiva di un certo impegno. Eppure, a riguardare oggi le immagini di quel football d’antan, quello prima della rivoluzione di Johann Cruyff, viene voglia di premere il tasto di avanti veloce.

È un calcio al rallentatore, in cui tutti stanno fermi, trotterellano. Corrono sì, a volte, se proprio tocca a loro. Se hanno la palla tra i piedi o devono inseguire uno che ce l’ha. Ma gli altri non sembrano darsi troppo pena. Poi un giorno, in questo calcio alla moviola, fece irruzione una testa bionda quasi impossibile da individuare, data la velocità dei suoi movimenti.
Una scia gialla color polenta che passava tra quei birilli semi immobili con la velocità di Taz, il Mostro della Tasmania. Quella scia gialla, che vedevi dai popolari (allora il secondo anello di San Siro si chiamava così) aveva una faccia che avremmo scoperto solo in seguito. Non particolarmente aggraziata a dire la verità. Una faccia contadina che sembrava scolpita con l’accetta, direttamente dal tronco. Quella faccia antica, sotto quei capelli color parrucca di carnevale (epperò assolutamente naturali) era la faccia di Ruben Buriani.
–Papà Buriani
“Pagano? E allora vai figlio mio, una bocca in meno da sfamare”
Ruben Buriani, un eroe popolare
Per chi ha conosciuto il calcio dopo i magici anni ’80 dominati dal Milan di Berlusconi, è difficile immaginare cosa fosse il Milan di un tempo: il Diavolo, così si chiamava. Una mascotte che il Presidente Silvio avrebbe immediatamente cestinato sostituendola con Five (sob). Il nuovo Presidente sorridente, trasformò totalmente il dna di quella squadra proletaria, grandiosa e povera: la squadra dei “casciavit”, in un nuovo Milan bionico e vincente a cui noi ragazzi rossoneri non smetteremo mai di dire grazie. Ma che non fu più, perlomeno non del tutto, il “nostro” Milan.
Il nuovo Milan avrebbe conosciuto ancora eroi popolari come Gennaro Gattuso (forse non a caso scoperto proprio da Buriani). Ma certamente non era più quella squadra che anche allenata dal barone Liedholm continuava a essere plasmata sulla figura di Nereo Rocco. Una squadra che mangiava pane duro, che aveva i suoi principi adorati e coccolati. Ma soprattutto il suo esercito di ruvidi faticatori, che avevano il compito di proteggerli e di portarli in carrozza.
Essere biondi è un handicap. Se ti fermi si vede subito.
–Ruben Buriani
Quando Ruben Buriani nacque nella provincia ferrarese, ultimo di 14 figli, nessuno sapeva che sarebbe diventato calciatore. Ma il suo destino era già segnato: quello di diventare l’eroe popolare, la forza motrice di quella squadra allestita intorno a un Gianni Rivera più esangue che mai, ormai a fine carriera. Buriani aveva cominciato alla Spal, regalato al Monza (dove per la prima volta sarebbe stato pagato come un piccolo calciatore), si era rivelato trascinando i biancorossi promozione dopo promozione ed era stato infine ceduto al Milan, con un discreto ritorno economico per i brianzoli. Perché così ha sempre funzionato il calcio di provincia.

Senza nulla togliere al carisma e alla classe cristallina di quell’ormai anziano Rivera, la sospirata stella del 1978/79, difficilmente sarebbe potuta arrivare senza quella inarrestabile pannocchia che sotto gli auspici di Mister Liedholm aveva trasferito sul prato di San Siro alcuni lampi del nuovo calcio totale olandese.
–Niels Liedholm
“Visto che da tanto tempo la maglia numero 10 non correva per il campo, l’ho data a Buriani”
Le galoppate sulla fascia di Maldera, il “motore” di Buriani. Dosando con sapienza queste novità, senza esagerare, lasciando Rivera al penultimo tocco felpato, a Liedholm riuscì quello che il modello originale in arancione aveva sempre fallito: vincere. Senza grandi proclami, un giorno alla volta, sorprendendo anche noi, quel Milan si aggiudicò il campionato. Si cucì sulla maglia la stella, il nostro sogno che ormai pareva irrealizzabile.
In quel Milan Buriani portava la maglia numero 7. Un giorno Liedholm gli fece anche portare il numero di Rivera, non si sa bene se come riconoscimento o come forma di punzecchiatura verso il suo Capitano infortunato. La dichiarazione ve l’abbiamo trascritta. L’interpretazione della Sfinge svedese la lasciamo a voi.
Un uomo tutto d’un pezzo, una gamba distrutta
Buriani era il tipo d’uomo su cui contare soprattutto quando tutto va male. Le star passano, vanno dove qualcuno è in grado di riconoscerne il valore, anche economico. I Buriani restano.
Quando lo scandalo del calcioscommesse dopo aver a lungo girato tra le grandi fermò la sua pallina sulla casella del Milan, squadra meno protetta di altre, il Diavolo finì nell’inferno della B. La squadra fu grosso modo liquidata, impossibile da sostenere economicamente con gli incassi delle serie cadetta. Rimase Buriani, insieme a pochi altri. E con Buriani il Milan vinse ancora, polverizzando il record di punti di quel campionato e tornando trionfalmente in A. Un momento magico, e anche l’ultimo momento felice della carriera di Buriani.
Retrocesso di nuovo col Milan, a causa della folle preparazione impostata da Gigi Radice (che il calcio olandese l’aveva sposato acriticamente, e capito meno di Liedholm), retrocesso di nuovo col Cesena, Buriani cominciò la sua migrazione a sud. Prima a Roma, poi nel 1985 a Napoli, dove la sua carriera si concluse tragicamente, di nuovo sul prato di San Siro.
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In quell’Inter che Buriani aveva umiliato nel Derby, nell’anno della stella, giocava Mandorlini, che fermò per sempre la carriera del cursore ferrarese con un intervento dei suoi. Frattura scomposta, carriera finita.
Napoli, l’ultimo tradimento
L’immenso dolore di un intervento assassino è cosa che nessuno si augura di provare nella sua vita. Eppure fu solo l’inizio dell’incubo di Buriani. Affidato a dottori che non dovevano avere mai curato un calciatore, il ferrarese fu ingessato per mesi e perse tutta la forza dei suoi ineguagliabili muscoli.
Il Napoli gli mollò il calcio dell’asino. Visto che il biondo pareva avere davanti un recupero lunghissimo, il nuovo intervento killer fu spedito tramite raccomandata: rescissione del contratto. La parabola di Buriani finì così, a parte un paio di stagioni giocate ancora nella Spal, per pura testardaggine.
Buriani fu liquidato così, come un motore ormai bruciato, da rottamare, eppure non si arrese nemmeno quella volta. La sua carriera dopo il campo non è stata da allenatore, come per molti suoi colleghi. Buriani è diventato quello che era sempre stato, collante, amministratore di uomini: dirigente di squadre minori prima, e poi di nuovo al Milan.
Proprio al Milan, nella sua veste di direttore sportivo delle squadre giovanili, Buriani ha regalato una nuova bandiera: Gennaro Gattuso, scoperto in Calabria e portato in rossonero, dove ha trovato una gloria anche maggiore del suo pur illustre talent scout.
Oggi Buriani fa il pensionato e talvolta il commentatore, se proprio glielo chiedono. È un uomo che non ha mai avuto il desiderio di apparire (ci pensava già abbastanza la sua chioma), e ha avuto dal calcio molto meno di quello che ha dato.
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Poteva vincere di più, va bene. Ma nessuno lo ha mai sentito lamentarsene. Era l’ultimo di 14. È diventato un campione che amiamo ancora oggi. Comunque sia andata, lui non si è arreso mai.
Antonio Pintér


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