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Ricky Albertosi, gigante in tutto

Ricky Albertosi, un gigante in tutto: così è se vi pare

Enrico “Ricky” Albertosi è un gigante in tutto. Ma non è un eroe senza macchia, né ha mai preteso di esserlo. Lo amiamo anche per questo, oltre che per le sue fantastiche imprese.

Se amate gli eroi senza macchia, gli esempi perfetti che indicano ai giovani la strada della bontà, del sacrificio, della dedizione e della perfezione morale ed etica, Ricky Albertosi non è l’uomo per voi. 

“I migliori bucatini li ho mangiati in carcere”

–Ricky Albertosi

Eppure il grande Ricky eroe lo è stato davvero, tra guasconate, spedizioni storiche con la nazionale, scudetti impossibili e una vita passata a giganteggiare tra i pali. Anche lì, senza alcuna pretesa di infallibilità.

Ricky Albertosi, gigante in tutto
Ricky Albertosi, un mito – Boomerissimo.it

Quando scendevi sulle gradinate, e ti riparavi dietro il suo maglione giallo ti sentivi protetto, da un certo punto di vista. Sapevi che gli avversari avrebbero affrontato con la tremarella il confronto con quel gigante tra i pali. Ma sapevi anche che poteva essere il giorno di una di quelle colossali albertosate che ti rispediscono a casa pensando: “Ma perché…” E il perché, però, era molto semplice. In porta c’era lui, Ricky Albertosi, non un portierino qualunque. Se doveva fare una cappella, sarebbe stata anche quella di proporzioni titaniche, come tutto era in lui. 

Un gigante tra gli outsider

La carriera di Albertosi esalta, e al contempo fa sorridere, soltanto a leggerla. Riccardone nasce a Pontremoli, nel 1939. Nulla sappiamo della sua vita da ragazzino ma difficilmente la sua stazza e il suo carattere saranno passati inosservati, in quello strambo triangolo di terra che non è Toscana, non è Liguria ed è tutto insieme, secondo quello che gli pare.

Albertosi gigante in tutto
Albertosi al Cagliari – Boomerissimo.it

Il padre è calciatore della Pontremolese, la madre lo vuole sui banchi di scuola. Risultato, il “piccolo” Ricky debutta in porta e cresce nella squadra della sua città e poi nello Spezia, rimanendo dilettante fino ai fatidici vent’anni, quando si lascia acquistare dalla Fiorentina e può finalmente cominciare la sua vita di professionista del pallone. 

Non è facile la vita dei giovani portieri, specialmente in una squadra (non ce ne vogliano a Firenze) “provinciale”, che poco ha vinto nella sua storia e le cui ambizioni, sempre vive, sono quasi sempre irrimediabilmente frustrate. Albertosi è il secondo di Sarti, che diventerà qualche anno dopo lo storico portiere della Grande Inter.Albertosi alla Fiorentina gioca per ben dieci anni, prima all’ombra di Sarti e poi come Numero 1 titolare, vince e pure molto: due coppe Italia e una Coppa delle Coppe. Trofei per cui a Firenze resterà per sempre amato.

Lo scudetto al Cagliari e al Milan

Grande Ricky approda alla Nazionale da giovanissimo, ci resta quindici anni. Ne è un simbolo: è il portiere della finale di Città del Messico e della vittoria agli Europei del 1968.

Una grande parata di Albertosi – Boomerissimo.it

Ma se chiedete a noi, che di calcio notoriamente non capiamo niente, epperò amiamo la sua storia e la sua poesia un po’ giocosa e un po’ guerriera, sono gli scudetti da outsider le grandi imprese che segnano la figura di Albertosi, il condottiero tanto colossale quanto imprevedibile (e non vogliamo, qui, dire inaffidabile). Dopo dieci anni di prove eroiche, Albertosi riesce a perdersi lo scudetto di Firenze, causa fresco trasferimento a Cagliari. 

Ma l’appuntamento con la storia è solo rimandato. Dietro a Gigi Riva, in quella squadra che entra nel mito, c’è lui, Ricky. E sono le sue parate, tanto quanto i gol di Rombo di Tuono e la filosofia di Manlio Scopigno a segnare uno degli scudetti più clamorosi della storia del calcio. La rivincita di un’Isola che si sente dimenticata e tradita, contro l’arroganza dei soldi e del potere, che oggi come allora (levatevi gli occhiali rosa) la fanno da padroni nell’avventura del Calcio. 

Dal Cagliari, un Albertosi ormai più che maturo, e che potrebbe essere soddisfatto di una carriera in primo piano, approda in una ex grande, rimpicciolita da anni di sconfitte e di speranze tradite: il Milan. Io che ne sono stato bambino-tifoso, ho bevuto goccia per goccia il calice amaro di dieci anni passati a vedere vincere i miei avversari irriducibili. E ricordo come una giornata di riscatto e di gioia smisurata, quel primo pomeriggio dietro il corpaccione di Ricky, che mi oscurava la vista ma non mi impediva di capire che la mitica “stella”, il decimo scudetto sospirato per un decennio e sempre sfuggito era finalmente arrivato. 

Grazie a Liedholm, grazie a una squadra umile e scaltra. E in gran parte grazie all’autorità di Albertosi, e alla sua capacità indimenticata e indimenticabile di confondere ed esasperare i rigoristi avversari con le sue infinite e interminabili ispezioni alla fermezza dei tacchetti, alla solidità dei pali, all’integrità del nylon delle reti. Quando il rigorista calciava era come un cavallo che avesse già passato una giornata nella gabbia di partenza: esausto, emotivamente distrutto, già sconfitto. Grazie Ricky. 

Viva Albertosi, comunque e sempre

Albertosi era un grande totale, e la sua vita privata piuttosto discutibile per un atleta, era comunque compatibile con quella di un portiere ormai più o meno quarantenne. E fisicamente temibile.

Ricky Albertosi e Gigi Riva, lo scherzo – Boomerissimo.it

Albertosi amava la notte, le donne, le macchine veloci. Non ho mai capito se a quel tempo gestisse anche un ristorante. Ad ogni modo, l’anno dopo lo scudetto, Albertosi sta per andare a chiudere la carriera nei Cosmos di New York, quando invece finisce in carcere, nella cagnara dello scandalo scommesse del 1980. Si proclama perseguitato e innocente? Nemmeno per idea. 

Archivio la vicenda tra le gigantesche e fantasmagoriche cappelle di Albertosi, in questo senso il suo capolavoro. Non mi sento tradito dal mio eroe. Era matto, lo sapevamo. Era matto quando andava a raccogliere margheritine nel cerchio di centrocampo per umiliare gli avversari, mostrando che non aveva niente da fare.  E se per caso a causa di una di queste genialate, beccavamo goal in contropiede, gli volevamo bene ancora di più. E così è per quella retrocessione che ci siamo beccati, grazie a certe belle pensate. Non si può non amare Albertosi, comunque e sempre. 


Albertosi e Zoff, due tipi molto diversi – Boomerissimo.it

Dopo la radiazione (e la grazia del 1982) Albertosi comunque è tornato. E sembra di vederlo mostrare la lingue mentre gioca in C2 con l’Elpidiense. Arrendersi mai, e certamente non per le sottigliezze della “giustizia” sportiva.

L’ultima impresa sportiva

L’ultima impresa sportiva di Albertosi che si ricordi è stata a cavallo. Uno sport che ha sempre amato sia da spettatore che da giocatore. Era il 2004 quando fu colto da malore al Sesana di Montecatini, mentre siedeva al sulky di una corsa gentleman.

Il suo cuoricione troppo eccitato fu colpito da una tachicardia ventricolare gravissima al termine della corsa, tanto da indurre il trasporto d’urgenza in ospedale e le cure sotto coma farmacologico. Se pensate che questo abbia piegato la roccia, ovviamente vi sbagliate.

Rimesso a nuovo e più in forma di prima, Albertosi se n’è tornato a casa, dove ogni tanto concede un’intervista e racconta la sua vita, facendosi due risate. 

Nessuno è perfetto. E Albertosi meno di altri. Ma chi non vorrebbe avere avuto una vita così?

Antonio Pintér

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