Rombo di Tuono e rombo di V-8. Cannoniere tanto grande quanto triste, è stato felice solo in campo col suo Cagliari e con la Nazionale. Se ne è andato, ma vogliamo ricordarlo al volante di una Alfa Romeo che fa ancora sognare.
“Se uno deve tirare indietro la gamba, tanto vale che non scenda nemmeno in campo”
Gigi Riva
Si fa presto a dire “campioni così non se ne fanno più”. Ma nel caso di Gigi Riva questo adagio un po’ pigro, da scompartimento ferroviario, perde il suo stanco cigolio e diventa rombo.

Rombo di tuono, il soprannome che a questo cannoniere triste, varesotto di nascita, sardo per scelta. Fu inventato da un certo Gianni Brera, e scusate se è poco.
Il cannoniere triste
La tristezza, Gigi Riva, se la porta dentro da quando è nato. A Leggiuno, sulle rive del Lago Maggiore. Località forse amena, per chi ci arriva al weekend e in vacanza. Opprimente per chi, come questo ragazzo è diventato ancora giovanissimo orfano di una famiglia operaia. Senza mezzi, senza prospettive, senza altra speranza che quella di un quadrato d’erba nel quale sfogare la sua tristezza e la sua rabbia. E portare a casa qualche etto di felicità, sotto forma di formaggi e salumi, vinti grazie al suo talento strabordante in qualche torneino di provincia.
Un piede solo
Non era un calciatore poliedrico, Gigi. Aveva un piede solo, il sinistro. Ma quel piede bastava anche per l’altro, e ne avanzava pure. Non dribblava, non giocherelleva, non pennelava passaggi filtranti come l’altro grande mancino del suo tempo, Mario Corso (per gli amici “il piede sinistro di Dio”).
No, Gigi saltava gli avversari in velocità e di forza. Una forza esplosiva che sembrava concentrarsi nel suo sinistro devastante e spaccareti. Un attaccante che forse come nessun altro ha meritato la qualifica di “cannoniere”.
Quel piede lo trascinò lontano dalle periferie del Nord. Dal Legnano alla nazionale Juniores, dove alla prima apparizione fu acquistato dal Cagliari, per la cifra non poi così record di 37 milioni. Correva l’anno 1963.
Una sola maglia
Da Cagliari, Gigi Riva non si è mai più mosso. A Cagliari aveva trovato un popolo, la sua lotta.
Un campione degli umili, dei dimenticati, che lo amavano come un leader rivoluzionario.
Nella vita ero passato da un pianto all’altro. Qui tutto mi sembrava meno doloroso. Per forza ho rifiutato tre trasferimenti”
A Cagliari, Gigi Riva vinse uno scudetto leggendario, contro tutto e contro tutti, guidando la sua squadra di outsider e di spossessati alla conquista delle fortezze del Nord. Li batté sul campo di gioco e li batté sul campo dell’onore, puntando i piedi anche contro il suo presidente, e rifiutando il trasferimento miliardario che Gianni Agnelli aveva architettato per lui.
«Questo non è più calcio, è un sistema del quale faccio parte, non so come cambiarlo, ma so come difendermi. Loro mi vendono? Alla fine decido io. Io contro altri sei? Non mi sento di valere tanto. E mi vergogno per chi ha fatto queste valutazioni…»
Nessuna cifra, nessuna lusinga avrebbe potuto valere la pace e i brevi sprazzi di felicità che la Sardegna gli aveva regalato. E il suo ruolo di capo popolo, di eroe guerriero di una terra che lo adorava e che lo aveva incoronato Re.
Rombo di tuono e rombo di V8
Non era uomo della Sardegna da Billionaire, Gigi Riva. E non solo perché lo sfarzo della Costa Smeralda era ancora di là da venire.
Era un uomo schivo e silenzioso, capace di andare a trovare Fabrizio De André e passare due ore in silenzio davanti a lui. Whisky e sigarette, il dialogo muto con un altro gigante di poche parole, che aveva trovato in Sardegna la sua patria.
Non aveva nulla da dimostrare, e nemmeno da mostrare, oltre alla devastante potenza della sua classe. Non gli interessavano le luci della metropoli. Eppure persino lui, finì per cedere a una tentazione che era troppo sensuale per essere dominata. Le curve e il rombo del V8 Alfa Romeo.
Gigi Riva e l’Alfa Romeo Montreal
Alfa Romeo era potenza, cuore, velocità. Già negli anni ’60, con i primi soldi da campione ancora in erba, Gigi Riva si era comprato una Giulia 1600 “quattro fari”. Grande macchina, sogno sportivo di una generazione ruggente a cui tutto sembrava possibile. Primo amore col biscione che non sarebbe stato l’ultimo, perché nel 1970, un Gigi Riva fresco di scudetto, al punto più alto della sua carriera, decide di premiarsi con un’ autentica supercar.
Non una Porsche 911, non una Jaguar “Type E”. Qualcosa di ancora più costoso e rombante: l’Alfa Romeo Montreal: un bolide disegnato dalla fantasia di Marcello Gandini, che ha sotto il cofano il ruggente V8 da 2600cc della “33 stradale”. Una concept car a tiratura limitatissima. Un lusso pauroso per l’uomo che aveva giocato a pallone per portare a casa salsicce, e aveva rifiutato montagne di soldi.
Quel sogno, l’unico lusso che avesse mai desiderato, Riva se lo portò in Sardegna. E anche la sua Montreal contribuì a combattere la sua piccola battaglia di emancipazione isolana.
Il colosso milanese, forse sperando di aprire un mercato, forse per ragioni di immagine, o forse per amore del suo cliente più illustre, sbarcò in Sardegna al seguito di Riva, inaugurando a Cagliari il suo servizio di vendita e assistenza, che vediamo reclamizzato in un comunicato dell’epoca.

Non era un amorazzo passeggero. Un piede, il sinistro. Una maglia, quella del Cagliari. Una macchina, Alfa Romeo.
Così era ed è Gigi Riva, il campione di cui si è rotto lo stampo.
Antonio Pintér


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