Quando le automobili erano capaci di interpretare il sogno più alto dell’uomo, qualcuno telefonò ad Alfa Romeo, perché creasse l’auto che lo avrebbe fatto meglio di ogni altra al mondo.
Nel 1967 l’Expo universale di Montreal decise di chiamare ogni paese del mondo perché rappresentasse il suo contributo alle aspirazioni dell’umanità. Quando toccó all’Italia, ci furono pochi dubbi su cosa avrebbe dovuto rappresentare e quale sarebbe stato il marchio chiamato a farlo.

L’Italia del 1967 era un paese uscito dal suo antico e pittoresco passato. Caso forse unico, perché gli stereotipi sono duri a morire, anche all’estero aveva da tempo smesso di essere il paese della pizza, del mandolino, delle gondole e di “O Sole Mio” (o di tutte queste cose insieme). Era un paese sorprendentemente moderno, con punte tecnologiche a cui il mondo guardava con invidia (vera). E per raccontarlo al mondo non servivano costose campagne di immagine o improbabili siti web intitolati al Made in Italy. A rappresentare la spinta vagamente futuristica di un paese che aveva lasciato alle spalle un destino legato alla nobilissima agropastorizia. Bastavano e avanzavano i suoi bolidi rossi.
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L’ Italia e l’automobile: un connubio inestricabile. E dentro questo connubio, uno era il marchio che aveva saputo tenere insieme meglio di ogni altro l’ambizione sportiva e quella industriale, i numeri sui cronometri ufficiali della pista e quelli dei bilanci, della auto prodotte, delle vendite. Uno era il marchio per cui la velocità non era solo astrazione e fiore all’occhiello per una ristrettissima minoranza di nuovi principi, ma una direzione di marcia collettiva, lo spirito di un paese. Quel marchio era, ovviamente, Alfa Romeo. quando a Montreal si decise che qualcuno dovesse esprimere attraverso un prototipo, una sorta di opera d’arte tecnica, “la massima aspirazione dell’uomo in fatto di automobile”, ad Arese un telefono squillò.
Sette mesi per creare un capolavoro
Le grandi macchine burocratiche, come un’ esposizione universale, hanno una curiosa concezione del tempo. Ritengono che quello dedicato al loro funzionamento, a partorire piani e decisioni, sia quello di gran lunga più importante e meglio speso. Agli espositori, e in particolare ai progettisti e agli artisti di Arese che dovevano creare quel capolavoro in forma di auto, restavano solo sette mesi. Che sono pochi sempre, quasi impossibili se si tratta di allestire un nuovo modello di automobile, folli se quella macchina deve essere il meglio che l’intelligenza e lo spirito umano abbiano mai creato.
Alfa Romeo, fortunatamente, aveva in casa i mattoni con cui costruire qualcosa di stupefacente: bastava metterli insieme. Il sogno automobilistico era a portata di mano e fu trasformato in realtà utilizzando il pianale e la meccanica della Giulia GT e chiamando Bertone ad inventare una nuova carrozzeria che tenesse insieme lo spirito futuribile con il carattere sportivo che era la vera essenza del marchio Alfa Romeo. Ma tutto questo non sarebbe stato abbastanza se Bertone non avesse avuto a sua disposizione un designer ancora giovane, ma destinato a lasciare una storia indelebile nella storia dell’auto: Marcello Gandini. Un autentico genio che, negli anni successivi, avrebbe firmato capolavori come la Lamborghini Miura e Countach, la Ferrari Dino e la Fiat X 1/9.
Due Montreal sono meglio di una
All’esposizione di Montreal, Alfa Romeo presento non una ma due concept car gemelle, in colore bianco avorio. Un’ idea tecnologica e futuribile forse ispirata ai trionfi delle gemelle Kessler in Italia. Lo stand fu allestito con una serie di specchi, come un set di Helmut Newton, in modo da moltiplicare all’infinito la visione già doppia della incredibile coppia di auto. Una scenografia che lasciò una impressione durevole, anche dopo la chiusura dell’Expo.

La macchina era talmente mozzafiato che in Alfa Romeo non erano nemmeno stati capaci di darle un nome. Diventò “La Montreal”. Ogni tanto veniva inviata a qualche esposizione. Era nata come una macchina di pura immagine, la cui destinazione definitiva doveva essere il museo aziendale. Invece diventò un vero e proprio tarlo. Era chiaro che in quella macchina c’era qualcosa di più che un pur prestigioso biglietto da visita. In particolare ne era ossessionato il presidente di Alfa Romeo, Giuseppe Luraghi, un esempio di manager pubblico capace di guardare dall’alto in basso, quanto a inventiva e realizzazioni qualunque marchio privato del mondo. Dalla sua fertile mente nacque l’idea di equipaggiare il prototipo con il motore più potente tra quelli che Alfa Romeo aveva a disposizione, una belva da corsa: l’8V della 33 stradale.
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Era nata la seconda Montreal, quella definitiva. Avrebbe portato il sogno dai saloni delle fiere alla strada: il posto giusto per fare correre un’ Alfa Romeo.
La macchina di Gigi Riva
Il mostruoso motore della 33 stradale, addirittura aumentato di cilindrata, fino a 2600cc (ma leggermente diminuito di potenza, per renderlo guidabile anche a un pilota non professionista della pista) creò l’auto che Luraghi aveva cominciato a concepire e che avrebbe messo Alfa Romeo direttamente a confronto con Porsche 911 e Jaguar E Type. Una supersportiva con la vocazione al Gran Turismo.
Il motore sprigionava 200cv, con 24kgm di coppia massima a 4750 giri. da 0 a 100 Km/h impiegava 7 secondi. Accanto a questa vettura “per tutti” o quasi, venne allestita una versione da corsa, con propulsore da 3000cc e ben 340 cv. Era nato un mostro, e non senza traumi. Alfa Romeo a Bertone arrivarono ai ferri corti quando si trattò di “gonfiare” lo slanciato cofano del prototipo di Montreal per alloggiarci la belva di provenienza 33. Alfa Romeo non aveva “in casa” un cambio adatto a gestire tutta la potenza che aveva messo sotto il cofano: fu scelto il migliore cambio disponibile sul mercato sportivo: lo ZF a cinque marce, che fu necessario invertire.
Era nata una macchina destinata a restare nell’Olimpo delle vetture italiane di ogni tempo. Non voleva fare grandi numeri e, complice la crisi petrolifera del 1973, non li fece. Alla fine della sua carriera, nel 1977, erano state costruite “solo” 3952 Alfa Romeo Montreal. Ma i numeri assoluti non devono ingannare. Ogni Montreal ha lasciato il segno, e oggi questo modello resta uno dei più desiderati e celebrati modelli d’epoca, protagonista di un vero e proprio fanatismo.
Ogni Alfa Romeo Montreal venduta ha portato al suo proprietario il prestigio e il carattere di un esemplare unico, senza compromessi, fatto per creare la sua strada, senza compromessi, senza timori reverenziali verso nessuno. Non è sicuramente un caso che quest’auto così unica, potente e aggressiva, sia stata la prima auto scelta da Gigi Riva, il mitico “rombo di tuono”, quando fu in grado di permettersi uno dei pochi lussi di cui si sia mai circondato. Gli abbiamo dedicato un articolo proprio qui, su Boomerissimo.
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Ma era un’auto con un carattere ribelle, unico. Il campione e la belva di Arese erano destinati a riconoscersi subito.
Antonio Pintér


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