Uno sceriffo, due mondi che si scontravano. Forse, non capivamo nessuno dei due. Ma dentro c’era il dramma di un grande cambiamento che stavamo vivendo, e che cercavamo di superare nei modi più diversi, e tavola assurdi. Questo era il fascino di una serie che riusciamo a comprendere solo oggi.
Chi negli anni ’70 era già attaccato alla Tv, cercando di scoprire e sognare il mondo dallo spioncino del piccolo schermo, ha certamente negli occhi Sam McCloud, spaesato sceriffo del New Mexico, spaesato e poi rapidamente riambientato a New York. Era arrivato per accompagnare un prigioniero, ci sarebbe rimasto per ben 7 anni.

Se devo confessare una incofessabile verità, quello sceriffo io lo scoprii principalmente per noia. A 8 anni o giù di lì una giornata in spiaggia con mamme, nonne, vicini di ombrellone e semplici conoscenti, poteva essere pesante. Specialmente per me che non sono mai stato un grande tipo da spiaggia. Alla ricerca di scuse per rimanermene a casa in pace, scoprii Sam McCloud, che si trasmetteva ad un’ora indefinita del pomeriggio, per me salvifica. Ma da scusa malamente rabberciata, “Uno sceriffo a New York” diventò rapidamente una piacevole abitudine, che aveva un valore tutto autonomo e suo.
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Indimenticabile era la sua sigla iniziale, che da sola valeva quasi tutto il telefilm. C’ era McCloud a cavallo per le avenue di una Manhattan che non lo comprendeva. Era come per me, estraneo in un mondo di palloni gonfiabili, creme solari, cuffie con le foglie di gomma, sudore, sabbia. Eravamo colleghi, io McCloud, anche se lui aveva qualche motivo pratico in più per essere fuori posto. In groppa al suo destriero, indifferente a imprecazioni e clacson, il baffuto eroe individualista ostacolava il traffico di tassisti e camionisti, sempre sull’orlo di una crisi di nervi.
Sam McCloud era interpretato da un attore più noto agli appassionati di cinema western che a quelli di televisione (io lo scoprii in seguito, quando rimasi attratto dal gorgo angoscioso di “Duel” di Steven Spielberg). Si trattatava di Dennis Weaver, onesto faticatore della Colt e della sella, che fino a quel momento non aveva mai superato la mia soglia di attenzione. E questo a dispetto della dieta costante di film della frontiera, anche minori, che la tv del nostro salotto, governata da un padre alquanto autoritario, continuava a trasmettere quasi ogni sera.
Dennis Weaver, nei panni di Sam Cloud, una volta abbandonato il suo prigioniero, decide di fermarsi momentaneamente a New York, per imparare qualcosa dai metodi della polizia metropolitana, assai più avanzata di quella del suo paesello sabbioso. Il soggiorno momentaneo finirà per durare sette anni.
Questa la trama, in sintesi. Al suo centro c’è un’idea assolutamente geniale: la decisione di rappresentare in modo fantastico e simbolico un conflitto vero, e spaventoso, che il mondo vive in qusgli anni. “Uno Sceriffo a New York” racconta il disamore e la paura per la città, raccontata come inferno, oltre che il rimpianto per un mondo semplice e rurale che probabilmente non è mai esistito. .Chi ricorda un po’ quegli anni sa di che cosa stiamo parlando.
Sam McCloud, il sogno rurale contro l’inferno metropolitano
Gli anni ’70 sono anni di massiccia urbanizzazione, in Italia come nel resto del mondo industrializzato. Un cambiamento violento, a tratti sanguinoso, che mette tutti di fronte a un mondo in cui la vita appare improvvisamente piena di pericoli, di inganni, difficilissima. E non è solo una fisima da “signora mia”. Nelle strade si spara, si sguazza nella droga: tutto il mondo sembra ribollire sull’orlo della fine, o di un nuovo inizio, nessuno lo sa.
La reazione, almeno qui da noi, è un sogno campestre ben interpretato da una pubblicità ingenua che sta abbandonando i territori surreali e amichevoli di Carosello per saltare in pieno sogno agro-lisergico. La campagna di una volta, le olive spremute con le mani, il formaggio sul carretto. Nasce in quel momento “Il Mulino Bianco”, e viene accolto col successo che sappiamo. Nei negozi e nelle trattorie impazza il finto rustico, il caminetto con le fiamme di plastica. Il desiderio di tornare nel ventre di un mondo spietato quanto quello che viviamo, ma ammorbidito da una memoria fantasiosa e zuccherata, è violento.
Per gli americani quel mondo non è quello delle tagliatelle della nonna, ma la frontiera. E precisamente da lì arriva McCloud. Nel modo stressato, drogato, sporco e corrotto di una New York che sta toccando i suoi minimi storici, lo sceriffo a cavallo porta la semplicità, il buon carattere, la genuinità e la immediata efficacia di un mondo dove si va ancora a cavallo.
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Non è uno sceriffo dai modi spicciativi, che spara prima di pensare. Al contrario, dal mondo pulito della frontiera, Mc Cloud porta la sua naturale gentilezza. Ma soprattutto quella semplicità ingenua che i cittadini scambiano per semplicioneria. Non lo è, il baffuto sceriffo è solo incapace di offendersi e cogliere malignità e doppi sensi. Rifugge dall’intrigo e dai disegni complottistici così cari ai suoi colleghi urbanizzati. Va al vero succo delle cose, senza sfuggire l’ azione. Sì, è armato della sua inseparabile Colt da cowboy. Ma soprattutto di una efficacia “scarpe grosse, cervello fino”, che gli farà risolvere tutti gli inghippi nei quali i suoi colleghi studiati continuano ad avvilupparsi senza costrutto.
Un padre famoso e un discendente italiano
L’ idea da cui nasce “Uno sceriffo a New York” non è del tutto nuova. Anzi, sta circolando già sul grande schermo in un film di Don Siegel: “Coogan’s Bluff”, che vede protagonista nientemeno che Clint Eastwood. Quel cowboy, solo apparentemente spaesato ma in realtà dannatamente efficace è un’ idea dello sceneggiatore Herman Miller, che la riprenderà per la serie televisiva.

La città, giungla che ti fa sentire impotente, sconfitto, senza risorse, è il mostro ansiogeno che da noi in Italia produrrà (oltre al sogno rurale del Mulino Bianco) una serie di film autocompiaciuti, reazionari e regressivi, anche se cult. Roba tipo “Milano violenta, la polizia non può sparare”, il cui re indiscusso è Maurizio Merli. Amiamo pensare, come europei in generale e come italiani in particolare, di essere molto più avanzati e intellettualmente raffinati dei semplici e talvolta sempliciotti americani. Ma cowboy come Clint Eastwood e Sam McCloud, trapiantato in un mondo solo apparentemente civilizzato, almeno questa volta, hanno mostrato che i sempliciotti molto spesso la sanno più lunga di quelli che vorrebbero dare loro lezioni.
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Tornando in Italia, alla pubblicità, e in un territorio decisamente più leggero un altro “nipote” di McCloud, che forse qualcuno ricorderà ancora, ha segnato una stagione importante della comunicazione di massa italiana, una decina d’anni dopo. Fu il cowboy di Burghy che, come McCloud, entrava a Milano, percorrendo Corso Buenos Aires in sella al suo cavallo, per arrivare nella sorpresa generale ad ordinare il suo hamburger ad una stupita inserviente.
Sembra solo un telefilm, ma quella di “Uno sceriffo a New York” è stata una grande, grandissima storia. Se non la conoscete, speriamo che questo articolo vi abbia incuriosito a cercarvi qualche puntata in streaming. Ne vale la pena.
Antonio Pintér


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