Egidio Calloni era un centravanti onesto. Non era il migliore, non era il peggiore. Si allenava duramente. Fu vittima di un mobbing mediatico che trasformò il prato di San Siro in un incubo. Ma un giorno pareggiò i conti.
Per me, ragazzo del 1964, ammalato di Milan fino al punto di accusare febbri tropicali alla sola vista del mio idolo, Gianni Rivera, i primi vent’anni della vita sono stati particolarmente difficili e amari.

Educato alla cultura milanistica dal mitico zio (di cui ho parlato qui), che ai compleanni invece di una penna Aurora ti regalava un libro con la storia del Milan, conoscevo tutto dell’albo d’oro della mia squadra. Studiavo i trionfi del Gre-No-Li, rivivevo tra quelle pagine le notti di Coppa che facevano della mia squadra una compagine ammirata e temuta nel mondo, una delle poche italiane dalla bandiera pesante di trofei (solo l’Inter era paragonabile, aveva una Coppa Intercontinentale in più, ma solo a causa del sanguinoso furto argentino che il Milan aveva subito dall’Estudiantes).
Quella stella che non arrivava
Andavo avanti e indietro tra le pagine dei libri sui quali mi aveva formato lo zio. Molto più complicato era però il presente. Un ragazzo della mia età era troppo piccolo per ricordare l’ultimo scudetto del Milan nel 1969, il nono. Aveva vissuto nelle cronache la “fatal Verona” del 1973. Quel giorno mio zio ripose in naftalina il bandierone con la stella che si era fatto cucire per l’occasione. E ripose anche in naftalina mio cugino, dal quale si era fatto accompagnare in transferta. All’andata sventolavano e cantavano nell’Alfetta blu. Al ritorno, temo che l’incolpevole bimbo sia stato etichettato quale portasfiga. Fatto sta che mai più avrebbe rivisto uno stadio imbandierato a rossonero.
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Quegli anni furono per noi gli anni miseri e amari di risultati discreti ma insufficenti, di piazzamenti quasi onorevoli ma deludenti. E soprattutto di una stella che continuava a sfuggire. Fu un lungo decennio di traversata del deserto, di speranze sempre deluse, di continue amarezze. Un decennio coronato dallo scudetto sorprendente e inaspettato con Liedholm in panca: la mitica “stella”. Rivera la strappò alla sua ultima partita in carriera. Stavolta lo zio aveva portato me, e grazie al cielo sfuggii alla maledizione che era toccata a mio cugino. Tornammo a casa in un sogno. Poi, esausto il Milan schiantò. Cominciò un decennio ancora più terrificante. Storia, però, completamente diversa, che vissi da ragazzino e non più da bambino.
Fantasmi nella nebbia di San Siro
Racconto tutto questo per far capire a chi non ha vissuto quegli anni angosciosi, attaccato alla radio con una sciarpa rossonera al collo, quanto fosse intensa l’attesa messianica per una figura che prendesse per mano “il Diavolo” (prima di Berlusconi, il Milan amava chiamarsi così) e lo portasse in paradiso.
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Lo stile inconfondibile di Gustavo Giagnoni – Boomerissimo.it
Avevamo avuto portieri importanti, avevamo una difesa rocciosa in cui troneggiava gente come Schnellinger. Avevamo Rivera che dispensava genio calcistico senza doversi sforzare nemmeno troppo. Eppure, come diceva mia mamma “ci mancava un centesimo per fare due”. Ci mancava, questo era del tutto evidente, un centravanti trascinante come quelli dei miei libri: gente alla Gunnar Nordhal, che insaccava brutalmente, fermata nel gesto plastico dal lampo del flash. Pierino Prati era stato l’ultimo. Dopo di lui, il diluvio. Basta. Avevano gettato lo stampo. Al centro dell’area sembravano agitarsi esangui fantasmi di cui è persino difficile ricordare il nome. E siccome il mondo dell’industria, del denaro e del calcio erano dominati dall’Avvocato, non era probabile che quella situazione sarebbe stata mai sanata. Ragazzini febbricitanti di Milan, ondeggiavamo perennemente tra illusione, dolore e rassegnazione, in un ciclo apparentemente senza via di uscita.
Squadra proletaria, anche se metropolitana, il Milan prima di Berlusconi non è mai stato una squadra ricca. Non c’erano da spendere i soldi di Agnelli, non avevamo alle spalle nemmeno una bauscia petroliere, come aveva avuto la cosiddetta “Grande Inter”. Pur essendo la squadra che indubbiamente dava più lustro al calcio italiano (questa almeno era la nostra opinione), dovevamo contare gli spiccioli e cucinare con gli avanzi. I tranci di filetto erano riservati agli odiati bianconeri. Eravamo una squadra che aveva ancora lo spirito del “patron” Nereo Rocco, affondato durante la stagione 1973-74, quando fu chiaro che il suo tempo era passato. L’ anno successivo si voltò pagina e il Milan trovò tra le solide seconde file della serie A un mister che sembrava la sua reincarnazione: Gustavo Giagnoni.
Da grande speranza a “sciagurato Egidio”
Come ogni nuovo arrivo, anche Giagnoni accese sogni e speranze. Era un’allenatore solido e umile, che andò a pescare il mitico centravanti del futuro nel giovane più promettente della seconda divisione: Egidio Calloni. Capocannoniere della Serie B nel 1973/74, in forza al Varese. Giocatore di sostanza, caparbio. Non era Boninsegna né Gigi Riva, ma si poteva tornare a sperare.

Calloni arrivò a San Siro e se si leggono le statistiche è difficile comprendere perché vi abbia lasciato un segno così doloroso. Nella prima stagione segnò la bellezza di 13 gol, che nel calcio difensivo e sparagnino che si giocava a quei tempi non erano per niente pochi. Ma era un giocatore umile, che sembrava fatto apposta per attirare i fulmini. Segnava, Calloni, ma sbagliava anche molto. Non aveva la classe e il carisma cristallino dei grandi campioni. Era un faticatore del rettangolo verde che faceva più che onorevolmente il suo mestiere, con tutti gli incerti del caso. Quello che lo colpì fu un caso di vero e proprio mobbing.
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Cominciò Gianni Brera, affibbiandogli un soprannome velenoso dei suoi: “lo sciagurato Egidio”. Continuò il suo allievo ed emulo Bebbe Viola, mettendo insieme delle cronache in cui la punta del Milan veniva descritta come un portiere eroico “il pericolo è stato sventato dal centravanti del Milan”. Seguirono nani e ballerini delle cronache sportive, che cominciarono ad avventarsi con cattiveria sulla vittima predestinata. Tutti potevano sbagliare, ma se lo faceva Calloni volavano fischi, lazzi e pernacchie. Abbastanza rapidamente, com’è inevitabile che succeda in questi casi, la ferocia della claque dei bulli finì per trasformare un problema inventato in un blocco vero. Nonostante questa vera e propria violenza, Calloni resistette per quattro stagioni al Milan, diventò capocannoniere della Coppa Italia nel 1976, nell’anno in cui il trofeo fu vinto dal Milan (una delle rare vittorie di quei magri ed asfittici anni, e non certo per colpa del solo Calloni).
La rivincita di Calloni
Lontano dal Milan e da quel capo stregato nel quale ogni pallone scottava e rischiava di esplodergli in faccia, Calloni riprese serenità. I bulli della stampa trovarono altre vittime. Calloni gioco e segnò a Verona, passò al Perugia come riserva di Paolo Rossi. E poi fu ingaggiato in serie B dal Palermo, che trovò nei gol di Calloni le poche luci di una difficilissima stagione.
Per uno di quei casi del destino che sembrano scritti per un film, a Palermo, su quel campo di Serie B, arrivò un giorno il Milan, retrocesso in serie cadetta per la prima volta nella sua storia, a seguito del primo grande scandalo di calcioscommesse. La squadra che lo aveva portato in Serie A era scesa in B. Egidio Calloni si sarebbe trovato davanti sul campo della Favorita proprio quella maglia nelle quale era stato più sbeffeggiato e umiliato.
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Per dirla tutta, non sembrava però la giornata adatta per una grande rivincita: il Palermo in quel 21 marzo 1981 navigava alla deriva, senza allenatore (appena esonerato), completamente allo sbando. Il Milan macinava punti su punti in quella serie minore nella quale era sceso col coltello tra i denti: avrebbe finito la stagione totalizzando il record di punti. Eppure quel giorno, davanti al suo ex centravanti, di fronte allo “sciagurato Egidio”, quel Milan si squagliò. A squagliarlo furono proprio i gol di Calloni. Uno, due, poi tre. Gol di abilità, di rabbia, su azione, punizione e uno su rigore. Il centravanti del Palermo non sventò pericoli, colpì il Milan spietatamente.
Egidio Calloni aveva finalmente avuto la sua vendetta. Non si ricordano commenti di Beppe Viola né di Gianni Brera. Quel giorno pare che avessero altro da scrivere. Calloni ha finito la sua carriera in pace e nella vita si è messo a fare altro. Si è trovato un lavoro di venditore di gelati, e al calcio non ha pensato più molto.
È un uomo serio, Egidio Calloni. Non sarà stato Boninsegna o Gigi Riva, ma è stato un giocatore che merita di essere ricordato. E a cui, forse, è il caso di chiedere scusa.
Antonio Pintér


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