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Milan Ancelotti Canà Oliveira

Oliveira, bidone al Milan: tra Ancelotti e Oronzo Canà

Quando Ancelotti si ritrovò suo malgrado nei panni di Oronzo Canà: la storia di Ricardo Oliveira al Milan, superbomber brasiliano che a San Siro lasciò il segno solo nell’elenco dei rimpianti.

Nella mia storia di tifoso rossonero, di grandi bidoni ne ho dovuto incrociare più d’uno. Nessuno però mi ha mai fatto sentire spettatore di un cinema di terza visione come l’acquisto di Aristoteles… pardon Oliveira. Lui, il brasiliano statuario, l’attesissimo e stimatissimo erede di Sheva, che per una stagione mi tirò dentro un film con Lino Banfi.

Milan Ancelotti Canà Oliveira
Oliveira Ancelotti Canà – Boomerissimo.it®

Correva l’anno 2006 e il Milan, il mio Milan che tante amarezze mi aveva dato in gioventù, era reduce da una nuova serie di stagioni d’oro. Eravamo in piena era Ancelotti, con la Champions League 2003 fresca in bacheca grazie al rigore decisivo di Shevchenko in una delle più belle finali che un tifoso rossonero possa desiderare, quella contro la Juve. Era poi arrivato lo scudetto 2003-04, con nuovi miracoli di Sheva: 24 gol di Sheva e capocannoniere. L’ucraino era un idolo assoluto:  173 gol in 296 partite. Quando lasciò San Siro il 28 maggio 2006 per tornare più vicino alla sua Ucraina (o ai 43 milioni pagati dal Chelsea) eravamo tutti preparati a un vuoto enorme, che le penalità di Calciopoli avrebbero ulteriormente aggravato. Ma nel calcio le favole cominciano d’agosto e quell’anno ci illudemmo, almeno per un po’, che l’assenza non ci sarebbe pesata troppo. Il 31 agosto 2006 i tamburi rullarono per l’arrivo di un centravanti ancora più grande e ancora più devastante. Galliani e Ancelotti presentarono al mondo un nuovo gioiello, nientemeno venuto dal Brasile. Un “superbomber” brasiliano reduce da 22 gol in Liga. Un mostro, un gigante: il grande Ricardo Oliveira. L’illusione non sarebbe durata molto, ma ci avrebbe regalato l’irresistibile eleganza di un vero millantatore. Oliveira arriva al Milan con un contratto blindato, quinquennale. Costato diciassette milioni di euro, vestirà in modo che si spera devastante la maglia numero 7. 

L’esordio da sogno e il risveglio brutale

Il 10 settembre 2006, prima giornata di Serie A, Milan–Lazio finisce 2-1. Oliveira entra dalla panchina e segna il gol della vittoria. Ancelotti sorride, Galliani esulta, San Siro delira. Il brasiliano longilineo, quella figura da star del cinema, tocco morbido e stacco aereo da predatore d’area, sembra davvero il nuovo Shevchenko, se non addirittura meglio. Il campo si preoccuperà presto di regalarci un risveglio brutale.

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Pippo Inzaghi nella finale di Atene – Boomerissimo.it®

In tutta la sua carriera in Serie A Oliveira ha totalizzato 26 presenze e appena 3 gol. Infortuni muscolari, saudade galoppante, sempre fuori dai giochi di una squadra che sembrava muoversi al doppio della sua velocità. In Champions League, Oliveira riesce nell’impresa massima: vince il trofeo ad Atene in una notte memorabile. Il Milan batte il Liverpool ma lui non è in campo, e nemmeno in rosa. In tutto il torneo colleziona 6 presenze, zero gol, zero assist. Nemmeno un minuto nelle fasi decisive. Difficile fare meglio di così. Il suo bilancio finale in maglia rossonera è da incubo: 37 presenze, 5 gol. A gennaio 2007 il Milan non ne può più e lo spedisce in prestito al Real Zaragoza. Superbomber archiviato. Oliveira completa il quadro classificandosi terzo al Bidone d’oro 2006, alle spalle di Adriano dell’Inter e di Alberto Gilardino, suo compagno di reparto al Milan. Un bidone, e nemmeno il migliore dei peggiori.

Carlo Ancelotti nei panni di Oronzo Canà

Se non fosse stata tragica, la storia avrebbe potuto anche essere divertente. Ancelotti si trovò a gestire Oliveira con la sua consueta eleganza, tra dichiarazioni pubbliche di fiducia (“è un bravo ragazzo, ha bisogno di tempo”), sapiente gestione atletica, allenamenti mirati per far luccicare il gioiello brasileiro, che appariva sempre più come una ingombrante patacca. Ad aggravare le cose ci si mise lo spogliatoio che cominciò a ribollire, con Inzaghi (genio mai troppo compreso) e Gilardino (autorevole rivale di Oliveira nel dipartimento bidoni) non proprio entusiasti di cedere il posto da titolare a una specie di oggetto misterioso che sembrava sempre meno la divinità del pallone che era stata presentata con gran fanfare ad agosto.

Milan Ancelotti Canà Oliveira
L’Allenatore nel pallone – Boomerissimo.it®

Chiunque abbia visto “l’ allenatore nel pallone” — e tra i lettori di Boomerissimo® ci sono autentici cultori della materia  — capisce immediatamente il parallelo cinematografico di cui accennavamo in partenza. Oronzo Canà, allenatore della Longobarda, nel “capolavoro” della commedia trash, torna dal Brasile con Aristoteles, centravanti magro pescato su un campetto polveroso di provincia sudamericana. All’inizio è un disastro proprio come Oliveira: zero gol, nostalgia debordante, spogliatoio infuriato, presidente chiuso in un mutismo rabbioso. Ma Canà non molla il suo gioiello, lo motiva a suon di magie e incantesimi, sale in tasca, frasi motivazionali tra le più improbabili, e alla fine lo trasforma nell’eroe della salvezza. Aristoteles diventa davvero Aristoteles. Uno scatto che Oliveira, invece, non ha mai avuto.

Forse Ancelotti era troppo professionale. Gli mancò quel tocco di pancia pecoreccio che alle volte fa miracoli, come quando dai un cazzotto al televisore recalcitrante. Il grande parmigiano non provò col sale in tasca, non aveva nemmeno a disposizione il ritiro salvifico nella masseria pugliese, gli mancava — forse — la grinta della fame, quella da sopravvissuto di serie minori. Carletto nostro era solo un allenatore di grandissima classe che aveva vinto tutto con eleganza, e che si trovò con un centravanti che doveva essere una bomba e invece si rivelò un petardo bagnato. 

Il vero Aristoteles, quello con la O

Vale la pena aprire una parentesi nella parentesi, perché il calcio è sport intricato e le coincidenze storiche meritano rispetto. La vicenda cinematografica di Aristoteles non è pura fantasia. Si ispira liberamente a un caso reale del 1980: la Pistoiese spedì il vice-allenatore Giuseppe Malavasi in Sudamerica a caccia di talenti.

Oliveira, ci voleva Oronzo Canà – Boomerissimo.it®

Il tapino tornò con Luís Sílvio Danuello, giovane promessa brasiliana acquistata per 170 milioni di lire dell’epoca. Non è chiaro se anche lui fosse stato rinvenuto in un campetto polveroso di terza scelta, ma il risultato fu quello che a questo punto possiamo immaginarci:poche presenze, zero gol, retrocessione e addio. Un bidone classico che Sergio Martino e Lino Banfi resero ancora più classico, facendolo diventare una commedia cult. Oliveira, il presunto superbomber del Milan non ebbe fortuna, soprattutto perché a differenza di Aristoteles, non trovò il suo Oronzo Canà. Trovò solo uno degli allenatori migliori del mondo, che sapeva fare tutto, tranne i miracoli.

Dopo San Siro, il mondo

Come a volte, ma non sempre, succede (e di casi Boomerissimo ne ha raccontati) il genio del calcio diventato bidone, tornò a prestazioni apprezzabili appena abbandonata la maglia che lo aveva strapagato. Dopo il Milan, Oliveira girò mezzo pianeta facendo faville ovunque: Zaragoza, San Paolo, Al-Jazira, e chi più ne ha più ne metta. I gol li sapeva fare eccome, ma al Milan non gli venivano, e non c’era accanto a lui nessun mago calcistico o meno, disposto a toglierli il malocchio. Il Milan aveva tutto, tranne un Oronzo Canà. E quell’anno Shechenko rimase senza erede.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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