Molte cose dividono le due squadre milanesi. che vivono da sempre una rivalità feroce. Non sempre solo goliardica. Ma una cosa le ha unite, nel tempo: l’acquisto di grandi promesse rivelatesi poi veri e propri “bidoni”. In questo articolo parleremo dei due probabilmente più tragici.
Una è la squadra della borghesia meneghina, i cosiddetti “bauscia”. L’ altra è (o era) la squadra della cintura popolare e operaia, spesso grezza e, almeno nell’ottica della Milano anni ’60, “immigrata” ovvero proveniente (è bene chiarirlo per i più giovani e ignari) dalle regioni meridionali di un’ Italia in corso di industrializzazione. Molti di quelli che oggi paventano la perdita delle radici identitarie e ambiscono alla purezza, vengono da famiglie “immigrate” che un tempo erano considerate pericolosamente esotiche. Sic transit gloria mundi.

Se il prototipo dell’interista era quell’avvocato Prisco che stemperava dosi da cavallo di bausciaggine in un’ironia e autoironia leggendarie, il milanista tipico era il Diego Abatantuono di “Ecceziunale veramente”, milanese di fresca nomina e forse per questo milanista a 24K. Due mondi più che diversi, opposti, inconciliabili e, diciamolo pure, nemici. Non sempre solo in senso metaforico.
I bidoni che hanno unito due sponde del naviglio
Il calcio è mistero, sport incerto e imprevedibile forse più di altri. E non a caso è stato cantato da lirici e poeti come Gianni Brera e Beppe Viola, che proprio nello sport della palla d’oro, di sudore e di stracci (che volano), hanno trovato la più pura ispirazione. La palla è rotonda, si dice, intendendo che rotola dove vuole lei, e che non tutto quello che sembra logico e inevitabile, scientifico e assodato poi, di fatto, succede. A riprova di questa legge c’è la storia del calciomercato, fatto di brocchi diventati campioni e di promesse baciate dal destino, spesso provenienti da lontano, circondate di leggenda, di attese, dissoltesi come neve nel solleone asfaltato di luglio. Sono i “bidoni”. Starlet che hanno brillato fugacemente, e mai con la maglia che li attendeva, e presto dimenticate.
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Ma questi sono i “bidoni” normali, quelli che passano e vanno. Promesse d’agosto svanite prima del panettone, accomodate in panchina e poi rimpatriate. Ne resta qualche traccia nei vecchi album di figurine, raramente nella memoria. A meno che si tratti di “Bidoni” con la maiuscola. Gente che doveva spaccare il mondo per davvero, campioni attesi e sognati, e non troppo presto abbandonati al loro destino. Gente su cui gli allenatori, premuti dai presidenti e dalle folle, hanno dovuto insistere e insistere, senza cavare un ragno dal buco e spesso finendo a loro volta anticipatamente la carriera, accusati di aver sprecato un tesoro. Questi sono i bidoni che fanno male, impossibili da accettare e dimenticare, fonte di scherno e di sofferenza nell’immediatezza e di cicatrici che il tempo non cancella. Bidoni di livello, come lo sono stati Darko Pancev e Luther Blisset, sulle opposte sponde del naviglio, in epoche leggermente diverse, che ormai fanno entrambe parte del mondo dei ricordi. O degli incubi?
Luther “Miss it” Blisset e Darko “Ramarro” Pancev
Luther Blisset arrivò a Milano circonfuso di gloria nell’estate del 1983: era uno dei più forti giovani attaccanti inglesi. Spadroneggiava nel Waterford, aveva trascinato la sua nazionale ad un trionfo 9-0 che aveva fatto epoca. Era l’eroe di cui un Milan neopromosso, dopo lo scandalo scommesse e la retrocessione con ignominia, aveva bisogno.
Ne aveva talmente bisogno che poco ci si curò del fatto che il calcio inglese dei primi anni ’80 fosse lontano dai suoi fasti del passato (e in parte del futuro) e che i tre gol che Blissett aveva segnato in maglia inglese fossero stati segnati al Lussemburgo. La Milano rossonera voleva sognare e presto si ritrovò in un incubo, con un attaccante che aveva del tutto smarrito la sua vena realizzativa (qualora l’avesse mai posseduta, un mistero fitto ancora oggi): Blisset sbagliava tutto, soprattutto l’impossibile da sbagliare. Gianni Brera gli affibbiò immediatamente nomignoli feroci. In più, come molti stranieri nella storia del calcio italiano, appariva in stato di perenne stupefazione vacanziera. Alla fine della stagione venne rimpatriato, divenne leggenda, simbolo di mistero. Diede il nome a un collettivo letterario che si diletta di oggetti misteriosi e inquietanti e sparì dal football. Tirò ancora qualche calcio a un pallone ma sostanzialmente se ne persero le tracce per sempre.

Ben diversa, e per certi versi ancor più dolorosa, la storia del “Ramarro” Pancev. Prototipo di cattivo balcanico, spietato e sanguinario uomo d’area, Pancev cresce in Macedonia, approda alla Stella Rossa di Belgrado dove vince tre campionati, coppa dei campioni, scarpa d’oro di miglior marcatore europeo e si classifica al secondo posto nel pallone d’oro del 1992. Un’ Inter munifica e senza freni perennemente ossessionata dal ritorno alla grandezza dei padri, stacca un assegno memorabile e acquista il fenomeno.
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Pancev, il gigante del calcio europeo, all’apice della carriera, indossa la maglia nerazzura che subito diventa per lui kriptonite. Il talento si squaglia, i lampi si spengono. Della non così antica grandezza resta solo una caratterialità non facile, che aggiunge problemi alle delusioni ripetute e inesorabili del campo. Pancev non segna, non fa nemmeno paura, non fa nulla. A Milano si tramuta nel “ramarro”, una creatura che prende pigramente il sole e che promette scatti che non verranno (a meno che siano così rapidi da sfuggire all’occhio umano). Contro il muro di Pancev si schiantano le carriere dei mister Bagnoli e Ottavio Bianchi. Due anni di strazio e speranze in cenere, prima che Massimo Moratti decida di liberarsene.
Pancev, beffardamente, tolta la maglia nerazzurra torna a vincere il campionato nel Sion, prima di ritirarsi soddisfatto di una carriera che è stata maiuscola ovunque, tranne che nella Milano nerazzura.
Se le due squadre si odiano, se i loro tifosi vantano una diversità morale, e persino fisica e tassonomica, in una cosa sono però gemellate. E a gemellarle sono stati loro: “Miss It” e “La Pantegana”. I due gemelli del bidone, separati da dieci anni, uniti dalla catastrofe sportiva.
Antonio Pintér


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