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Koblet, Clerici, Coppi

Coppi, Bartali e il gregario che gli fregò il giro: fuga bidone

Una vita e una fuga da gregario che, vince, casomai, il giro

L’arrivo del giro d’Italia per me è sintomo che la scuola sta finendo, fa caldo e si può cominciare a pensare alle vacanze. Non sono una grande ciclista. Ho imparato in tardissima età, a 23 anni, sul balcone di casa. Mi vergognavo troppo a quell’età farmi vedere in giro impedita. Non avevo mai avuto una bici prima di allora e tanto meno il permesso di mia madre, quando ero bambina, ad andarci. Le sue parole furono: “poi sudi e ti viene la febbre, cadi e ti fai male”. 

Koblet, Clerici, Coppi
Carlo Clerici – Boomerissimo.it® 

Le grandi corse a tappe le ho sempre viste insieme a mio padre. Lui, l’onnisportivo da divano, ne era appassionato. A Foggia, poi, il passaggio del giro era un evento tale che ci facevano uscire prima da scuola per vedere i corridori dal vivo. Quando sono stata più grande, avevo insegnato alla mia cagnolina, una persona nel corpo di un pastore abruzzese, a reagire alla parola “Cipollini”. Si agitava, abbaiava, contenta, una vera tifosa, tanto che quando il giro arrivò sotto casa e c’era lui, la portai a vederne il passaggio.  Il giro è sempre stato un evento popolare, molto italiano, con partiti e fazioni.

Il giro del 1954

Nel 1954 l’Italia si risollevava. Le fabbriche Fiat ripresero a funzionare e le prime televisioni entravano nelle case. Nasceva il bosco di antenne sui tetti. La ricostruzione lasciava  il posto al miracolo economico. Impiegati, operai, lavoratori la sera si ritrovavano a casa o al bar per seguire il Giro d’Italia. Quell’anno, il 37° Giro partì venerdì 21 maggio 1954 da Palermo, prima volta storica dal Sud. Un percorso di 4.337 chilometri, il più lungo di sempre, che si sarebbe concluso il 13 giugno a Milano. Mentre quest’anno, venerdì 8 maggio 2026, si parte da Nessebar in Bulgaria per un Giro sempre più globale. Bah. 

Il giro del 1954
La stampa fa i pronostici (ebay.it)Boomerissimo.it® 

La stampa pregusta duelli tra  l’Airone, Fausto Coppi, e Hugo Koblet, l’Angelo Biondo svizzero che voleva vendicarsi della batosta dell’anno prima. Gino Bartali, a 40 anni suonati, era lì per l’ultimo giro della sua vita. Nessuno, ma proprio nessuno, puntava un centesimo su un certo Carlo Clerici.

Carlo Clerici chi?

Clerici era uno di quelli che nel ciclismo di una volta si chiamavano “gregari”. Niente divismo, niente prime pagine, in gergo calcistico molto prossimo alla “vita da mediano”. Nato a Zurigo nel 1929 da padre italiano emigrato per sfuggire al fascismo e madre svizzera, aveva corso il Giro del ’53 come italiano per la Welter grazie alla regola della doppia cittadinanza.

Clerici e KobletBoomerissimo.it® 

In quella corsa, però, aveva aiutato il suo amico Hugo Koblet nella lotta contro Coppi, venendo meno agli ordini di scuderia. Un gesto di lealtà da amico ad amico che la Welter non aveva digerito: critiche feroci dalla stampa, diverbio con il commendator Tagliabue e licenziamento in tronco. Si era ritirato dal Giro e aveva chiuso con la squadra italiana. Nel ’54 sceglie la nazionalità elvetica e torna come semplice tiratore di borracce nella Condor di Learco Guerra, la squadra di Koblet. Un operaio della bicicletta: tenace, umile, senza picchi da fenomeno. A 24 anni, la sua vita era fatta di pedalate anonime e sacrifici per far brillare gli altri. Nessuno lo temeva. Nessuno lo guardava due volte. Non ancora.

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27 maggio, sesta tappa, Napoli-L’Aquila, 252 chilometri tra gli Appennini. Una giornata che sulla carta sembrava tranquilla, passaggi su Ovindoli, Celano, niente mostri di montagna. Il gruppo parte, il sole picchia, la polvere si alza. Dopo una ventina di chilometri scatta una fuga a cinque. Tre si accontentano di qualche traguardo volante e piantano lì. Rimangono in due, Clerici e Nino Assirelli, forlivese dell’Arbos, un altro gregario di mestiere che l’anno prima aveva vinto una fuga leggendaria alla Torino-San Pellegrino. Pedalano insieme per oltre 220 chilometri, in silenzio, con il cuore che batte forte, ma senza troppe pretese. Il gruppo con i campioni  lascia fare.

La tappa de L’AquilaBoomerissimo.it® 

Coppi accusa ancora i postumi di una brutta indigestione di pesce o mitili, a seconda di chi racconta che lo aveva messo in crisi già nella seconda tappa a Taormina; Koblet ha il suo gregario in fuga e non vuole bruciare energie; Magni adotta la tattica dell’attendismo. È la classica fuga che in gergo si chiama “bidone”: una di quelle che sembrano innocue, una fregatura per il gruppo, ma che invece diventa leggenda. All’arrivo sulla pista di cemento de L’Aquila, Clerici batte Assirelli di mezza ruota in volata. Il gruppo arriva con 34 minuti di ritardo. I tifosi, ammassati lungo la strada, fischiano.  Pensano che i corridori abbiano sbagliato percorso, che sia uno scherzo. La maglia rosa finisce sulle spalle di Clerici e la stampa minimizza: “Una giornata storta, i grandi si riprenderanno domani”. Invece no. Quel giorno nacque ufficialmente il termine “fuga bidone”.

La maglia rosa inaspettata

Da lì in poi è una lotta silenziosa, niente fuochi d’artificio, ma tenacia pura. Clerici non era uno scalatore né un cronoman da paura, ma era costante come un orologio svizzero. Nelle tappe successive perde poco, resiste. Nella cronometro di Riva del Garda, Koblet gli da’ solo due minuti e mezzo. Coppi vince qualche tappa, recupera qualcosa, ma il distacco resta lì, come una spina nel fianco. I giornali iniziano a titolare con un misto di incredulità e rispetto: “Clerici resiste, è possibile?”.

Lo sciopero del Bernina, più che una tappa, una gita fuori porta – Boomerissimo.it® 

Arriva la penultima tappa, Bolzano-Sankt Moritz, con il Passo del Bernina, la vetta più alta del Giro a oltre 2.300 metri. I tifosi italiani sognano il colpo di teatro di Coppi, come ai vecchi tempi. Invece succede qualcosa di impensabile: lo “sciopero del Bernina”. I ciclisti sono stremati da un Giro lunghissimo, le condizioni di corsa sono dure, i premi bassi, l’organizzazione sotto accusa. I corridori decidono una protesta passiva: pedalano a passo turistico, quasi 9 ore e mezza per 222 chilometri, media ridicola. Il direttore di corsa Giuseppe Ambrosini prova a richiamarli: “Correte, per la vostra dignità!”. Uno dei corridori gli risponde secco: “Noi le vogliamo bene, ma oggi è così”. Coppi è tra i protagonisti di questa “rivolta bianca”. I tifosi fischiano, la stampa parla di scandalo. Ma per Clerici è manna dal cielo, il suo vantaggio resta intatto. Solo nel finale Koblet scatta e vince la tappa, seguito da un Bartali coriaceo. L’indomani, arrivo a Milano al Vigorelli, volata vinta da Van Steenbergen, ma fischi per tutti. I grandi, Coppi in testa, vengono accolti con urla di delusione. Clerici, invece, sale sul podio da vincitore assoluto.

L’arrivo al Vigorelli – Boomerissimo.it® 

La classifica finale è da brivido: Clerici primo in 129 ore e rotti, Koblet secondo a 24’16”, Assirelli terzo a 26’28”, Coppi quarto a 31’17”. Una doppietta svizzera storica, la prima (e per decenni l’unica) non italiana. Bartali chiude 13°. È la fine di un’epoca: l’ultimo Giro del Ginettaccio, l’inizio del declino di Coppi come dominatore assoluto. Ma soprattutto è la vittoria dell’underdog, del ragazzo normale che si è trovato al posto giusto nel momento giusto grazie alla tenacia ed al lavoro. 

La fregatura del gregario – Boomerissimo.it®

Clerici non divenne mai un campione seriale. L’anno dopo tornò al suo ruolo di gregario, fedele a Koblet. Vinse il Gran Premio di Zurigo nel ’56 e qualche altra corsa minore, ma mai più un giro, tantomeno un tour. Si ritirò a soli 29 anni, nel 1957. Sposò una ragazza che aveva salvato da una valanga, visse una vita tranquilla, da signore d’altri tempi: pacato, disponibile, senza rimpianti. Quando morì nel 2007 a 77 anni, la Gazzetta lo salutò come “eroe di un giorno”. Ma un giorno che bastò a farlo entrare nella leggenda.

Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®

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