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Mondiali 1982 stampa

Italia 1982, il flop delle grandi firme: Gianni Brera in convento e l’Armata Brancazot

Prima li chiamavano «massa di zozzoni». Poi li portarono in trionfo. La vera doppia vittoria dell’Italia al Mundial ’82 — quella in campo la conoscete. L’altra, forse no.

In campo di tifo calcistico, per ragioni lunghe a spiegarsi ma che hanno a che fare con il mio tifo milanista, sono sempre stato moderatamente ostile verso la mitica Nazionale in maglia azzurra. Lo ero forse anche di più con la testa calda dei miei diciotto anni, quando vidi la Nazionale di Bearzot, come sempre vuota dei miei beniamini, avvicinarsi ai mondiali a passo stentato e in un coro di pernacchie quasi unanime. Sì, abbagliati dal ricordo del mitico Mundial 82, la prima vittoria dopo quelli degli anni ‘30, quello che rese di nuovo l’Italia una grande potenza calcistica (tiriamo un velo pietoso sulla prolungata contemporaneità), spesso tendiamo a dimenticarci che il giudizio su Bearzot e i suoi era abbastanza unanime: un disastro. Una banda di falliti avviati verso una meritata umiliazione. Arrivata con fatica alla fase finale, la compagine di Bearzot deluse subito: arrancò per tutta la prima fase tra pareggi stentati e un girone che puzzava di trappola. Sui giornali, che leggevo con gusto, c’era tutto: indignazione, sarcasmo, qualche insulto appena velato.

Mondiali 1982 stampa
Bearzot, Gianni Brera e Melidoni – Boomerissimo.it®

Protagonisti erano i grandi nomi del giornalismo sportivo italiano — quelli che normalmente mi davano il mal di stomaco, sul treno delle sei e trenta, mentre scorrevo le cronache mai troppo entusiasmanti della domenica calcistica —. Normalmente l’obiettivo erano cose che mi facevano sanguinare come le prodezze dei centravanti rossoneri.  Gianni Brera, gran sacerdote de la Repubblica, uno che nella ferocia si distingueva, puntò il suo mirino sulla Nazionale e disgustato dalle prestazioni e piuttosto pessimista sull’esito finale, arrivò a dichiarare: 

«Se l’Italia vince il mondiale mi ritiro in convento»
– Gianni Brera, La Repubblica

Gianni Melidoni su Il Messaggero fece di più: coniò il soprannome con cui quella Nazionale sarebbe entrata — suo malgrado — nella storia. Armata Brancazot. I titoli si sprecavano: «L’Armata Brancazot è ambasciatrice di un calcio comodo e noioso» (5 luglio 1982), «L’Armata Brancazot è cresciuta a immagine e somiglianza del suo ossuto condottiero». Un mobbing spietato vero e proprio, che mi divertiva molto. Agli insulti, si mescolavano insinuazioni pesantissime:  il pareggio col Camerun, che fruttò miracolosamente il passaggio del turno, scatenò interrogazioni parlamentari sui premi ai giocatori, attacchi personali a Bearzot. Paolo Rossi, appena rientrato dalla squalifica per il Totonero, era «insufficiente». Zoff, quarant’anni sulle spalle, era «troppo vecchio». Il modulo difensivo di Bearzot era «gioco stracco e sanguisuga». Un massacro corale.

Il silenzio stampa

L’Italia arrivava al Mondiale da due anni orribili: solo due vittorie su nove partite nel 1981, un flop totale al Mundialito, e nelle ali il piombo dello scandalo Totonero. Bearzot era sotto accusa per convocazioni ritenute che parevano ai più senza senso — Rossi su tutti, Zoff per secondo. Fuori gli eroi del momento: Pruzzo, Beccalossi, i beniamini delle redazioni. La stampa era offesa e sul piede di guerra e la prendeva come un affronto personale.

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Dino Zoff, nemmeno una parola – Boomerissimo.it®

Melidoni era il più feroce: «Il gioco italiano è il più brutto al Mundial […] un gioco stracco e sanguisuga». Brera e colleghi definivano la squadra «massa di zozzoni», «baraonda Italia», «putiferio azzurro». Fu in questo clima non esattamente idilliaco che maturò una delle decisioni più clamorose e meno ricordate di quel Mondiale: i giocatori entrarono in un silenzio stampa totale. Solo Dino Zoff, l’uomo senza parole, poteva aprire bocca. Bearzot, al limite della resistenza personale,  li appoggiò senza riserve. «Era una situazione senza speranza — ricordò Zoff — ogni conferenza stampa diventava un’aula di tribunale». A la Repubblica ci fu addirittura una riunione mattutina in cui Eugenio Scalfari invitò Brera, Gianni Mura e gli altri a non esagerare con Bearzot. Poche settimane dopo, in modo molto italiano, esultavano tutti quanti. E non solo, tutti avevano previsto tutto. Cancellare le tracce, inguattare, lo sport più nazionale di tutti.

Da «zozzoni» al «Santo catenaccio»

Il gironcino di primo turno fu un calvario, che ripeteva le sofferenze delle qualificazioni: tre pareggi, passaggio per il rotto della cuffia, un’Italia che sembrava pronta alla catastrofe finale. Ma nel secondo girone, qualcosa si mosse — e per essere onesti nessuno ha mai capito cosa. Contro l’Argentina (2-1) la squadra mostrò un carattere che nessuno aveva messo in conto. Contro il Brasile di Zico e Sócrates (3-2, tripletta di Pablito) successe qualcosa di irreversibile.

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Paolo Rossi, salvati dal flop – Boomerissimo.it®

L’Armata Brancazot si smaterializzo, e apparve qualcos’altro, totalmente imprevisto. La stampa, sconcertata, cominciò la virata. Prima cauta, poi entusiasta, poi trionfale. La più spettacolare e svergognata fu quella di Gianni Brera. Dopo la finale contro la Germania Ovest (3-1), scrisse su la Repubblica del 13 luglio 1982 uno dei pezzi più celebrati della storia del giornalismo sportivo italiano. «Io triumphe, avventurata Italia! Il terzo titolo di campione ti pone accanto al magno Brasile nella gerarchia del calcio mondiale» — il Vate aprì così, con la solennità di chi scrive per i posteri. E continuava, con quella prosa barocca e inconfondibile che era la sua firma: «Santo catenaccio ha gloriosamente attentato alle funzioni epatiche di Luis Cesar Menotti, che ci aveva accusato di passatismo cronico, di imperdonabile ritardo storico». Rossi, che era stato «insufficiente» poche settimane prima, diventava «rifiorito sulla contorta e bassa siepe del nostro orto». Melidoni e gli altri serial killer della penna non furono da meno: dall’Armata Brancazot si passò agli inni di gloria nel giro di un fine settimana. Gianni Mura, spietatamente, realizzò su Repubblica un pezzo prima-e-dopo indimenticabile un ritratto feroce e autoironico (l’unica chiave che poteva cercare di salvare la categoria dalla vergogna), voce per voce, senza risparmiarsi: prima «una massa di zozzoni», dopo eroi della nazione. Un lavacro a cenere sul capo per tutta la categoria, uno dei più rari atti di onestà intellettuale che il giornalismo sportivo italiano abbia mai prodotto. Brera, che aveva molti difetti ma non era stupido, decise di far buon viso a cattivo gioco e umiliarsi pubblicamente, strappando una risata: si fece fotografare in abito da penitente, scalzo, sul sagrato di un santuario lombardo. Bearzot, passò in quei giorni incredibili da «fissato» a genio tattico.

Rossi, da assurdo inserimento, con qualche ombra morale e molte atletiche,  a Pablito, eroe nazionale. Tardelli e compagni, da scarponi a leggende. L’Italia vinse due volte: in campo, e contro il suo stesso cinismo, riflesso e amplificato dalla sua stampa. Sul carro del vincitore saltarono, senza nemmeno rendersene conto, tutti, come sempre. E ci saltai anch’io, in quelle partite magiche, tra i cori, le trombe che risuonavano per il campeggio, diventai pure io un vero tifoso italiano. Ma io almeno lo sapevo e lo razionalizzai, dicendo a me stesso che, ok, da allora in poi avrei tifato praticamente per chiunque non fosse l’Italia a meno che la squadra in maglia azzurra se lo fosse meritato. Un atteggiamento forse non dei più rettilei e intelligenti, che faceva alzare il sopracciglio a mia mamma e se non strappava scapaccioni dalle mani di mio padre fu solo perché nel 1982 ero già un po’ troppo cresciuto, e sarebbe stato umiliante per tutti. Ancora più umiliante, intendo, di quanto lo fu per Gianni Brera mettersi in saio e pagare pegno alla sua linguaccia.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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