Il 5 luglio 1982 Paolo Rossi segnò tre gol al Brasile più forte di sempre. Ma quella storia era già stata scritta duecento anni prima, su un oceano, da un ammiraglio con un braccio solo.
Di quel 1982 ho due chiari ricordi: una gara di birra che fece imbufalire mio padre e pochi giorni dopo il suono dei clacson e delle sirene che non la finiva più. Che fossero sirene navali non l’avevo ancora capito, ma col tempo ho scoperto che quella partita al Sarrià era stata qualcosa di più di un imprevisto e imprevedibile slancio eroico contro forze preponderanti.

Era stata una ripetizione quasi letterale della battaglia di Trafalgar. E quel centravanti accartocciato e ferito dagli scandali era sì, Paolo Rossi. Ma in lui batteva il cuore e il talento di un illustre predecessore: Horatio Nelson. La differenza essenziale è che alla fine del trionfo imprevedibile e drammatico, il Nelson italiano era più vivo che mai, cosa che purtroppo non si può dire dell’illustre antenato.
Cannonate al Sarrià
Nella bolgia spagnola, la prima bordata di Nelson, pardon di Pablito, parte al quinto minuto. Rossi è un incrociatore leggero che sguscia tra le linee verdeoro, intercetta il cross di Cabrini e scarica il colpo di testa prima che qualcuno capisca cosa sta succedendo. Uno a zero per l’Italia.

Sconcertante. Non può durare, pensano tutti. La seconda bordata arriva poco dopo la mezz’ora. Il Brasile ha già pareggiato, i sogni sono finiti. Il pareggio è quanto basta all’invincibile armada brasiliana per andare in semifinale. E nulla fa pensare a un secondo colpo di fortuna. Nulla, finché lo stesso incrociatore leggero ruba un pallone sbucciato da Cerezo, si gira, tira col destro. Due a uno. Boom. Ma la battaglia si mette di nuovo male. Il Brasile pareggia di nuovo. Ed è qui che arriva la terza bordata di Nelson-PaoloRossi, quella definitiva. Al settantaquattresimo minuto, calcio d’angolo, mischia in area, e quell’incrociatore maledetto per l’Armada è ancora lì, sul secondo palo, e spara di nuovo. Tre a due, stavolta sotto la linea di galleggiamento. La flotta più bella del mondo affonda così, contro ogni pronostico, tradita dalla sua magnificenza. È indubbiamente una giornata storica per il calcio italiano, e forse non solo, perché per capire davvero quel 5 luglio 1982 a Barcellona, bisogna tornare indietro di quasi due secoli. A un oceano, il campo di un’altra battaglia che ha cambiato il mondo.
21 ottobre 1805, Cape Trafalgar.
Oggi sappiamo che Horatio Nelson è il più grande ammiraglio della storia. In quel momento è un vecchio comandante acciaccato, stropicciato, che ha dato alla marina un braccio e un occhio mentre si trova davanti la flotta più potente che Napoleone sia mai riuscito a mettere insieme. Trentatré vascelli, migliaia di cannoni, l’orgoglio combinato di due marine militari, francese e spagnola, che insieme controllano mezzo Mediterraneo. Il vecchio, acciaccato ammiraglio, ne ha solo ventisette. È in debito di centinaia di bocche da fuoco. Negli scontri frontali della guerra in mare del tempo, è una sconfitta annunciata, inevitabile. Un massacro non molto diverso da quello che duecento anni dopo aspetterà la fragile armata di Bearzot.

Sulla carta, la sconfitta è inevitabile. Nelson la getta nel caminetto e reinventa tutto da capo. Le battaglie navali dell’epoca seguono una liturgia ormai consolidata da secoli: le due flotte si dispongono in linee parallele, si avvicinano lentamente, si cannoneggiano a distanza finché una delle due cede. Chi ha più navi e più cannoni, vince. È un sistema cavalleresco, ma praticamente matematico, quasi sempre letale per chi è in inferiorità numerica. Al diavolo, dunque la cavalleria, e la stoica capacità di incassare colpi, fino ad affondare. Nelson ribalta tutto e attacca come nessuno ha mai fatto prima. Non schiera la flotta in linea, ma la divide in due colonne e la lancia perpendicolarmente contro il centro della formazione nemica. Due cunei che puntano dritti al cuore dello schieramento franco-spagnolo. Geniale, ma la ragione per cui nessuno l’ha mai fatto è che è anche un mossa praticamente suicida. Le navi del tempo sparano solo di lato e se avanzi di prua verso la linea nemica devi affrontare lunghi minuti sotto il fuoco incrociato di decine di vascelli avversari. E senza poter rispondere. Se vuoi che qualcuno ti segua, occorre dare l’esempio, contro ogni logica e prudenza militare.

La HMS Victory, la nave ammiraglia di Nelson, si piazza in modo assurdo, folle, in testa alla colonna. Nelson in persona indica la strada, sul ponte, in uniforme di gala, coperto di medaglie, perché tutti, e soprattutto i suoi marinai, possano vederlo. Li sta chiamando a rischiare la pelle con una strategia avventata, tutta sua. Vuole mostrare che lui sarà il primo. Questo è ciò che i manuali di guerra chiameranno “leading from the front”. Non nelle retrovie, per mantenere il controllo. Davanti a tutti, rischiando tutto. I suoi ufficiali lo supplicano di togliersi l’uniforme di gala, di nascondere almeno le medaglie che luccicano sul petto. Lui rifiuta. Alle 11:50 fa issare il segnale che resterà nella storia: England expects that every man will do his duty. Non promette vittoria, ma sacrificio. Anche Winston Churchill, molti anni dopo lancerà lo stesso messaggio, e ci vincerà una guerra. Le colonne inglesi sfondano la linea nemica, trasformano uno scontro ordinato in una mischia furibonda dove i numeri e le forze sulla carta non contano più niente. La qualità degli equipaggi britannici — più rapidi, più disciplinati, devastanti nel tiro ravvicinato — diventa completamente ingovernabile. È tutto scatto, mobilità, istinto.. I franco-spagnoli perdono ventidue navi. Gli inglesi non ne perdono una.

Il Brasile, pardon, l’Armata napoleonica è umiliata. Nelson, al contrario di Paolo Rossi, non vedrà la fine. Un cecchino francese lo colpisce verso le 13:00, il proiettile gli attraversa polmone e spina dorsale. Lo portano sottocoperta mentre la battaglia ancora infuria. Continua a chiedere notizie. Quando gli dicono che stanno vincendo, mormora qualcosa. Muore alle 16:30. Ma la Royal Navy ha vinto, e continuerà a dominare i mari per altri centocinquant’anni.
Barcellona, 200 anni dopo
L’Italia comincia quel Mondiale già ammaccata, in mezzo alle polemiche e continua a incassare colpi. Tre pareggi nel girone, un gioco incerto e prevedibili, che i giornali stranieri descrivono come calcio d’altri tempi. In Italia fioccano solo lazzi e insulti e il ragazzotto qui presente si diverte un mondo a leggere Brera e Mura, e tutti i geni che promettono alla Nazionale una fine umiliante e ingloriosa. Esasperato e senza via d’uscite, Bearzot si decide a puntare tutto su Paolo Rossi — reduce da due anni di squalifica per il calcioscommesse, pochi minuti nelle gambe, zero gol nelle prime quattro partite. Sembra convocazione per sbaglio. ma Bearzot lo difende da tutti, lo schiera ugualmente. È disposto ad affondare con lui finché dopo molti stenti si trova davanti il Brasile. Zico, Sócrates, Falcão, Júnior. Superiorità totale sulla carte, e gli basta un pareggio per andare in semifinale. La scelta di mandare in campo Rossi vuol dire accettare il rischio più alto, mettere il proprio uomo davanti a tutto, spezzare la linea avversaria, fidarsi che nella mischia sappia fare la cosa giusta.
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E Rossi risponde e Sócrates lo ammetterà anni dopo con onestà disarmante — avevamo una squadra formidabile e giocavamo con gioia. Poi Rossi ebbe tre tocchi e segnò una tripletta.
Tre bordate nel fianco della flotta più bella del Mondiale. E per noi che guardavamo improvvisamente cambiò tutto. Io, milanista fino al midollo, ho sempre seguito la Nazionale con una certa perplessità, se non con rancore, dopo il CalcioScommesse. Quello scontro epico cambiò anche me. L’Inghilterra scaraventandosi contro la flotta napoleonica, si aspettava che ogni uomo facesse il proprio dovere. 200 anni dopo, in quella ripetizione della battaglia, tutti ritrovarono energie che non sapevano di avere. E perfino io misi da parte il mio scetticismo. Una settimana dopo, con la trombetta c’ero anche io.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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