Il giorno che Fiat concepì una quasi-sportiva sexy e tuttofare, pochi ci credevano. È rimasta un successo a metà, eppure molti la Fiat 128 3P l’hanno amata, e qualcuno anche in modo poco legale.
Casa mia è sempre stata un luogo destinato al culto Fiat. Mio padre, che di disegno se ne intendeva aveva le sue idee alle volte bizzarre, che però era sempre bene ascoltare. E tra queste c’era il fatto che nessuno disegnasse macchine belle ed essenziali come le Fiat. Forma, funzione, “less is more”. Io avevo forse idee meno serie, amavo (quantomeno nei sogni e nelle mie collezioni di macchinine) le auto che correvano, oppure quelle molto grosse, americane.

C’erano pochi punti di incontro. Ma uno apparì un giorno in un depliant nel suo studio. Uno di quei pieghevoli a molte pagine, a colori, che i concessionari ti rilasciavano quando intravedevano una seria intenzione di acquisto. C’era una Fiat piuttosto singolare, piuttosto sportiva, che mio padre non aveva certamente nessuna intenzione di acquistare. Ma che lo aveva sedotto e occupato la sua fantasia fino a convincere il Concessionario Fiat che avesse intenzioni serie. Era solo, una fantasia, molto virtuale. Come certe donnine che alle volte sfogliamo tutti (non mentite) grazie alla tecnologia telematica. Una macchina sexy, a modo suo, pur restando piuttosto concreta e razionale. Una 128 3P verde. I criticoni l’hanno sempre trovata più una familiare che una sportiva. Eppure aveva malizia, un certo non so che, poco inquadrabile, poco definibile. Insomma l’essenza della seduzione. Dovevamo essere grosso modo nel 1975, e là fuori c’era un’Italia piuttosto dura e pericolosa, tormentata, che stava ancora cercando di capire chi fosse. Nei cinema impazzavano i poliziotteschi e le commedie sexy all’italiana (di cui potevo spiare le locandine e immaginare le meraviglie, ma -intorno ai dieci anni – nulla più. Nelle strade le cose erano meno avvincenti; si rapiva, si rapinava, si sparava. E in mezzo a tutto questo c’era lei, quella sensuale, innocente, casta ma fino a un certo punto Fiat 128 3P verde.
Il riciclo intelligente
La storia della 3P, quasi diva quasi sexy, comincia da un problema pratico. Dante Giacosa, il mitico Dante Giacosa, padre di tanti capolavori Fiat dalla Topolino in poi, aveva già fatto il suo piccolo miracolo con la 128 berlina del 1969, che vi abbiamo raccontato proprio qui: trazione anteriore trasversale, sospensioni McPherson. Aveva colpito i tedeschi, ancora imballati nel Maggiolone, e vinto il titolo di Auto dell’Anno 1970. Un capolavoro e, non a caso, la prima macchina seria che sia mai entrata nel nostro box, dopo l’amata-odiata Fiat 850 ceduta dalla zia (qui la storia si farebbe lunga, e in ogni caso l’abbiamo già raccontata qui).

La versione Coupé due porte della 128 arrivò nel 1971. E a dire il vero non fu un grande successo. Troppo sportiva per le famiglie, troppo cara per i giovani. Le vendite languivano e le scocche si accumulavano nei magazzini di Mirafiori. Occorreva uno di quei colpi di genio da saggi e risparmiosi torinesi. Ci pensò il Centro Stile Fiat, guidato da Gian Paolo Boano. Stesso pianale, stessa meccanica, una coda completamente ripensata. Ne uscì una strana ibrida concettuale: più lineare, più squadrata, con un lunotto inclinato e un portellone incernierato in alto. Oggi la chiameremmo shooting brake, allora si chiamò semplicemente 3P — tre porte, appunto. Il bagagliaio era il vero miracolo, per una specie di sportiva, e anche per chi era abituato alle berline classiche: 320 litri normali, quasi un metro cubo (920 litri) con i sedili abbassati. Una capacità di carico quasi da familiare. Sotto il cofano c’erano i collaudati 1.116 cc da 65 CV che ben si conoscevano a casa mia oppure il frizzante 1.290 cc da 73 CV, ma entrambi alimentati da un doppio corpo Weber e con testa cilindri completamente rivista per migliorare coppia e consumi. Le sospensioni vennero tarate in chiave sportiva, lo sterzo era preciso, il cambio particolarmente ben riuscito, tanto che Quattroruote, nella prova del novembre 1975, lo definì «gioioso». Non era una sportiva. Ma non era nemmeno una macchina come tutte le altre.
Una guida per piedi pesanti
Guidarla era un piacere, o almeno così si dice. La trazione anteriore ereditata dalla 128 era per quei tempi una novità interessante e divertente. Nei parcheggi delle discoteche si poteva immaginare qualche piccolo duello con la ben più veloce A112 Abarth. Il risultato non era scontato, quella vettura ammiccante, un po’ familiare e un po’ corsaiola sapeva a volte sorprendere. Non sempre in positivo, come accadeva spesso alle italiane di quegli anni. Briose (questo era il vocabolo più usato nelle prove su strada) ma facili alla ruggine, e che tendevano a trasudare olio con generosità che sarebbe stata meglio riposta altrove. I freni un po’ asfittici chiedevano un’attenzione che non sempre veniva data. Ma erano difetti a cui tutti si erano abituati. Non si può dire che li amassimo, ma quantomeno li accettavamo, per possedere un’auto un po’ più briosa, appunto, delle anonime e perfettissime rivali tedesche, e certamente meno cara.
Diva sexy
Anche nel cinema di genere, piuttosto rustico e ingenuo, la 128 3P trovò un suo piccolo spazio. Non era mai la protagonista, ma spesso si trovava lì, birichina e accattivante dietro storie serie, drammatiche o anche più spesso scollacciate. Le classiche commedie sexy degli anni ‘70.

La Fiat forniva le auto in cambio di visibilità e la 3P appena uscita finiva nei film perché era un po’ frou frou, ma non troppo da quello che si vedeva per strada. In La moglie vergine (1975) di Franco Prosperi, Edwige Fenech ne guida una arancio, in scene di coppia, e piccoli inseguimenti leggeri (meglio non rischiare di scassare una macchina prestata). In Il gatto mammone (1975) di Nando Cicero, Rossana Podestà la usa in mezzo a equivoci piccanti. Il portellone aperto diventa quasi una metafora di una vita di provincia. sempre disponibile alle piccole trasgressioni. In Squadra antifurto (1976) di Bruno Corbucci, una 3P verde marina è l’auto di servizio del brigadiere Gargiulo: che la parcheggia senza dare nell’occhio davanti a un covo di ricettatori. Non avrebbe funzionato con una Lamborghini, e del resto quale brigadiere si sarebbe potuto permettere una Miura?
La sportiva che spariva
Fuori dal set, la 128 3P aveva un’altra caratteristica che nessuno aveva messo nel depliant. Un piccolo segreto che per qualcuno valeva oro. Le Fiat 128 erano facilissime da aprire — una chiavetta qualsiasi, un piccolo cacciavite, e il gioco era fatto. In più le 128 normali erano ovunque, anonime, non attiravano l’attenzione di nessuno.

Sarebbero presto diventate le auto ideali di chi in quegli anni stava cercando di «attaccare il cuore dello Stato». A via Fani, il 16 marzo 1978, fu proprio una Fiat 128 familiare bianca guidata da Mario Moretti — erubata otto giorni prima a bloccare il convoglio di Aldo Moro. Montava una targa del Corpo Diplomatico, rubata anch’essa: bastava questo per non far scattare nessun allarme. Non fu la sola 128 usata dal terrorismo. Tre anni dopo, il corpo di Giuseppe Taliercio, direttore del Petrolchimico di Porto Marghera sequestrato e ucciso dalle BR, fu ritrovato nel bagagliaio di una 128 azzurrina: anche quella rubata, settimane prima, a un tipografo di Venezia. Nel settembre del 1974, a Pinerolo, ad un posto di blocco, Renato Curcio e Alberto Franceschini, i fondatori delle BR furono arrestati ancora una volta a bordo di una 128.
Mezzo successo da esportazione
Ma torniamo alla 3P vera e propria. Idea astuta che non fece mai i grandi numeri (che del resto nessuno si aspettava). In Italia la 3P smise di essere prodotta nel 1980, penalizzata da una linea che nella lodevole intenzione di renderla spaziosa, l’aveva anche fatto un po’ troppo massiccia. Non resse alla concorrenza fresca dell’auto di un nuovo decennio, la Ritmo. La ruggine fece il resto. Quasi tutte finirono divorate dal nemico rossastro e invisibile, e oggi ne sopravvivono pochissime. Altrove la 128 3P ha avuto una vita più lunga: in Spagna Seat ne produsse 31.893 esemplari, con motori fino a 1.438 cc derivati dalla 124. In Jugoslavia, Zastava la tirò fino agli anni Novanta, esportandola in mezzo mondo. Quindici anni dopo il suo debutto era un’auto totalmente fuori tempo, ma continuava a funzionare — una caratteristica essenziale per i mercati “periferici”, che forse dalla nostre parti è stata un po’ troppo spesso sottovalutata.
Decenni dopo il suo intrigante debutto, la 128 3P è tornata un’auto che strizza maliziosamente l’occhio, e talvolta affascina. La falcidia delle lamiere massacrate dalla ruggine ha fatto delle sopravvissute un cult raro ma tutto sommato ancora accessibile, quantomeno per chi è in grado di restaurarsele da solo. È di certo una vettura visionaria, un piccolo colpo di genio che ha anticipato l’era delle “ hot hatch” assolutamente prima di sapere che una categoria del genere sarebbe mai esistita. Resterà per sempre nella memoria di chi era sensibile al fascino di una personalità fuori dalle regole, che inventava la sua strada invece che seguire quella tracciata dagli altri. Grazie alla sua natura mista, sbarazzina ma familiare, sportiva ma alla portata di tutti, è una delle poche auto che, negli stessi anni, è riuscita a comparire nei film con Edwige Fenech che nella cronaca nera. Un’auto sexy, facile da amare, anche se non era la tua.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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