Se c’è una cosa che la Fiat ha sempre digerito male è stata l’intrusione dei marchi stranieri nel suo cortile di casa. L ‘attacco della Mini, piccola, simpatica e persino prodotta in Italia non era cosa che potesse passare senza risposta. E fu una risposta all’altezza di chi le auto le sapeva fare. Non una mini taroccata ma una italianina dall’accento inglese, che avrebbe lasciato il segno per lunghissimo tempo.
Passi per le berline di gamma alta, che non sono mai state terreno congeniale a Fiat. Molti i tentativi, nessuno realmente capace di scalzare dal loro piedistallo i campioni tedeschi e, finché sono durati, inglesi.

Ma le “piccole”, no. La Casa che aveva motorizzato l’Italia (e non solo) con una gamma di utilitarie spartane e affidabili, che avevano il virtuale monopolio del mercato, non avrebbe accettato nessuna intrusione nel cuore del suo territorio. Per difendersi avrebbe fatto fuoco e fiamme.
Una minaccia chiamata Mini
Sono gli anni ’60 e un po’ tutto quello che c’è di nuovo e di bello arriva dall’Inghilterra, sulla scia dei Beatles. È un mondo affascinante, originale, che improvvisamente fa sembrare polveroso tutto quello che succede in Italia: l’eleganza tradizionale, il bel canto. Con orrore, a Torino ci si rende conto che anche una gamma di utilitarie che non aveva mai temuto rivali, e che in quell’epoca ruota intorno alla 850, comincia ad apparire pericolosamente datata. È nata la Mini: all’inizio uno sfizio d’importazione per giovanotti dal portafoglio ben munito.

Ma nel 1965 Mini sbarca in Italia: la piccola inglese, così ben allestita che si fatica a definirla “utilitaria”, comincia a essere prodotta negli stabilimenti Innocenti di Lambrate. I dazi che proteggono il mercato domestico Fiat sono così aggirati. I campanelli d’allarme a Torino suonano all’impazzata, man mano che le Mini Innocenti cominciano ad uscire in numeri preoccupanti, impensabili. La minaccia è reale, la 850, con la sua impostazione antiquata, il motore posteriore, è un argine fragile, che la marea di Mini Minor minaccia di spazzare via. La Mini ha l’immagine, la qualità, un buon prezzo. Occorre chiamare con urgenza un salvatore. Sarà, ancora una volta, l’ingegner Dante Giacosa: il genio che ha creato la Topolino prima e la 500 poi, il più grande successo che Fiat abbia mai avuto. A lui viene affidato il compito di inventare ancora qualcosa di completamente nuovo. Non solo meccanicamente audace, ma anche giovanile e charmant. Il tutto, ovviamente, a un prezzo capace di mandare l’ambiziosa concorrenza italo-inglese al tappeto. E Giacosa si leva la giacca e raccoglie la sfida.
Addio confort zone: nasce la A 112
Tutti i concetti che erano apparsi fino ad allora immutabili vengono gettati nel cestino della carta straccia: si ricomincia da capo. Linee squadrate, trazione anteriore, motore trasversale. Deve essere una “piccola” moderna e divertente e soprattutto nuova. Si getta via anche il rassicurante marchio Fiat. La risposta alla Mini nascerà sotto gli auspici di un marchio laterale e sperimentale: Autobianchi. Anzi, per l’occasione Fiat si assicura l’intera proprietà dell’azienda nata da una costola delle biciclette Bianchi.
Le anti-Mini verranno prodotte il più vicino possibile alle Mini di Lambrate: nello stabilimento Autobianchi di Desio. Proprietà Fiat ma nuova immagine, nuovo marchio. E soprattutto una auto completamente nuova, che sfida il mercato nel 1969.
La forza della A 112
Prezzo per tutte le tasche, consumi ridottissimi. Una linea che combatte la Mini senza imitarla e che non ricorda in nulla le utilitarie Fiat dell’epoca. Il motore è un 900cc da 44 CV che, su una vettura compatta e leggera, offre prestazioni brillanti. Saranno ulteriormente esaltate dal “mago” di casa Fiat, Carlo Abarth.
A lui, dal 1971, saranno affidate le versioni “sportive” che riflettono sulla nuova vetturetta un’ immagine nervosa e aggressiva. Adatta ai tempi, e alla sfida posta da Mini. Prima 57 cavalli, poi addirittura 70. La A 112 inaugura anche questo segmento di piccole ad alte prestazioni, ma dal prezzo ancora accessibile.
Un successo che non si ferma più
Il successo della prima serie è immediato, travolgente. A Desio non ce la fanno a produrre tutte le macchine che il mercato richiede, nemmeno forzando i turni. Si allungano le liste di attesa: per avere la “new sensation” di casa Fiat occorre aspettare anche un anno. Fiat scopre involontariamente e con grande anticipo sui tempi, l’efficacia del “marketing della scarsità”. La stessa strategia che Swatch usa ancora oggi per fare titolo sui giornali e creare domanda sui suoi modelli di punta. A 112 è moderna anche in questo. Addirittura visionaria.
L’ epopea della A 112 dura ben 25 anni. Nel 1986 la creazione di casa Autobianchi lascerà il campo alla Y10 (pochi ricordano che la piccola Lancia nacque ancora come Autobianchi, prima che il marchio cadesse nell’oblio, come è successo a molti altri in casa Fiat).
Ma la sua fine simbolica è quella che la vede su giornali e telegiornali di un’epoca di terrore e stragi. Crivellata di proietti e distrutta da un attacco mafioso a Palermo. E’ la macchina di Emanuela Setti Carraro, la moglie del generale Carlo Alberto dalla Chiesa. La loro morte violenta si porta via anche la gioia di questa macchina, che in quel giorno drammatico del 1982 imbocca definitivamente il viale del suo tramonto.
Antonio Pintér


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