Tra le leggende di Hollywood c’è chi ha dimenticato una battuta, chi ha dimenticato un appuntamento. Harris ha dimenticato qualcosa di leggermente più ingombrante
Sarà capitato anche a voi, non di avere una musica in testa, ma di sapere di dover fare qualcosa e non ricordare assolutamente cosa sia.

Non sono poche le volte che mi alzo, vado in un’altra stanza e non sapere assolutamente perché ci sono andata. Il che potrà anche avere dei risvolti positivi per il fitness, dato che ho le scale in casa, ma è devastante per la mia autostima. “Dopo i 50 capita di sentirsi stanchi” recita la pubblicità di un integratore per i giovani di ritorno e io so perché. Sono le troppe scale. Se io mi arrabatto tra foglietti e promemoria sul telefono, c’è qualcuno che a momentanee amnesie mi ha battuto alla grande.
Richard Harris
Richard Harris da Limerick è stato uno dei miei attori preferiti. Volto scolpito con l’accetta e una presenza scenica in grado di mettere in ombra chicchessia. Credo che la mia passione sia nata guardandolo recitare in Un uomo chiamato cavallo.
Era uno dei primi film hollywoodiani a provare a rovesciare la prospettiva sui nativi americani, gli indiani erano i buoni e soprattutto non dei selvaggi che parlano a singulti, ma detentori di una storia ed una cultura. Richard studia in una scuola cattolica e si allena per diventare professionista nel rugby. Purtroppo, all’epoca la tubercolosi era ancora diffusa e la malattia gli ruba il sogno dalle mani. In qualche modo quel colpo invece di spezzarlo, lo trasforma in una roccia. Del resto se la morte ti ha già guardato negli occhi a vent’anni, affronti il futuro con un’altra prospettiva. La strada per recitare è lastricata di difficoltà, per un po’ quella stessa strada gli servirà da casa. All’improvviso cambia tutto, grazie al film Io sono un campione la sua fama esplode. Rimedia una nomination all’Oscar come miglior attore, e da lì è un’escalation inarrestabile. Seguono Camelot, dove interpreta Re Artù e nel 1970 Un Uomo Chiamato Cavallo, lo consacra come uno dei pochi attori capaci di reggere scene anche fisicamente impegnative.
Il Cavallo, la Bottiglia e la Rolls
In Un Uomo Chiamato Cavallo, il personaggio di Harris, John Morgan, aristocratico inglese trattato inizialmente come un animale da soma dai guerrieri Sioux, guadagna il rispetto della tribù attraverso prove di resistenza fisica al limite dell’umano. Un ruolo che sembra scritto apposta per lui: anche nella vita reale, Harris è l’uomo che resiste a tutto, tranne forse all’alcol. Il suo bar preferito a New York ha un’ordinazione standard: sei vodka doppie. Non uno alla volta, sia chiaro. Sei.
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È in questo contesto, feste memorabili, notti infinite a Manhattan, un’amicizia di bevute epiche con Peter O’Toole e Richard Burton, che nel 1965 arriva la Phantom V. Harris riceve la Rolls-Royce come “promotional gift” per Gli eroi di Telemark, film bellico girato tra la Norvegia e i Pinewood Studios al fianco di Kirk Douglas. Non la paga. Gliela danno. Si ritrova al volante di una delle automobili più esclusive del pianeta, prodotta in soli 516 esemplari tra il 1959 e il 1968, con un V8 da 6.230 cc capace di circa 200-220 cavalli che scivola sull’asfalto come se l’asfalto le dovesse un favore.
Il punto di forza dell’augusta vettura è il silenzio sovrano e la morbidezza di marcia leggendaria. Il cambio automatico a quattro rapporti è una meraviglia dell’ingegneria Rolls-Royce: niente scossoni, solo un fluido scivolare sull’asfalto come su un tappeto di velluto. Le sospensioni idropneumatiche e i freni servoassistiti sembrano progettati per durare in eterno.
Una serata leggendaria
Un altro l’avrebbe trattata come una reliquia, un oggetto da collezione (quale è). Richard Harris no, ce l’ha, è gratis, la usa. In fin dei conti è sempre un attaccabrighe irlandese. Nel 1974 l’attore è a New York, al termine di una serata parecchio su di giri e di gradazione alcolica molla la Phantom V in un garage sotterraneo di Manhattan. Il giorno dopo ricorda più nulla, né la festa, né le persone. Ma soprattutto non ricorda più la macchina. Attenzione, non dimentica dove l’ha parcheggiata, cosa che succede a me quasi quotidianamente. Non ricorda di possedere una Phantom V. La povera Rolls-Royce, il gioiello della meccanica, autentico status symbol resta a prendere polvere e ad accumulare ore di sosta per venticinque anni. Il mondo fuori dall’underground parking intanto cambia: Nixon si dimette, arriva la disco music, Reagan va alla Casa Bianca, cade il Muro di Berlino, internet muove i primi passi. Il contabile dell’attore paga regolarmente, almeno per un po’ di anni, per la sosta di lungo periodo. Nessuno però si chiede per cosa stanno pagando.
La foto
Verso la fine degli anni 90, Richard Harris è sobrio ormai da un decennio. Tra alcol e cocaina ha rischiato la morte, per questo ha abbandonato gli eccessi ed è tornato a Londra. Impegnato tra teatro e cinema trova il tempo di sfogliare vecchie fotografie. E lì, in mezzo ai ricordi di un’altra vita, compare lei, la Phantom V.
La foto la raffigura lucida e maestosa, con lui appoggiato al cofano e quel sorriso da canaglia che nessun decennio è riuscito a cancellare del tutto. Harris non la riconosce. Non ricorda quell’auto. Non ricorda di averla mai avuta. Chiama le due ex mogli nel caso ricordassero, ma non sanno dirgli niente. L’ultima spiaggia è lui, il contabile. La risposta è memorabile: “Sì, Mr. Harris, è sua. È in un garage a New York dal 1974”. La parte peggiore del ritrovamento è che tra multe, penali e altro Harris doveva al garage 92.000 dollari. Novantaduemila. Per un’auto che non aveva mai usato, in un garage che non ricordava, in una città che aveva lasciato anni prima. Harris scoppia a ridere. L’auto viene recuperata e magicamente il V8 riparte al primo tentativo, perché le meccaniche Rolls-Royce sono progettate per sopravvivere anche all’incuria di proprietari leggendari. Harris la vende poco dopo.
C’è un’ironia perfetta nel fatto che quest’uomo, qualche anno dopo, avrebbe incarnato sullo schermo Albus Silente, il mago più potente e intelligente della storia. Può essere che, in quella particolare occasione, non avesse sottomano il Pensatoio.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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