Dama Bianca” non era il nome che aveva scelto. Era la condanna che l’Italia le aveva affibbiato. La vera storia di un amore che mise a nudo la morale immorale di un’intera nazione.
Passeggio spesso per Milano, spesso per cercare qualcosa che interessi i lettori di Boomerissimo®, e spesso non la riconosco più. Non ci sono più i miei posti, i miei odori, spesso nemmeno la mia lingua. Ma prima che l’Italia, in questi ultimi anni, cambiasse improvvisamente, al punto di diventare quasi irriconoscibile, molti di noi si sono chiesti se sarebbe mai cambiata. Faccio parte della generazione che era troppo giovane per partecipare alla lotta per il divorzio, che è il vero tema di questa storia.

Ma ho vissuto con passione la stagione dei diritti civili, quando ancora era possibile (e forse doveroso) scontrarsi con un muro perbenista e ipocrita, che pareva avvolgere tutto. Abbiamo vinto troppo? Può darsi, o forse c’è solo un nuovo moralismo, che ha preso il posto di quello vecchio. Che rende soffocante, in modo solo apparentemente opposto, lo stesso mondo che fu teatro delle sofferenze di un campione e della donna che si era scelto, nella disapprovazione generale di un Italia che ci avrebbe messo ancora molto per diventare “moderna”. Torniamo al 1954, deciderete voi se quello che racconteremo è profondamente diverso e inimmaginabile nel mondo di oggi, oppure tutto è come è sempre stato, solo con etichette diverse.
La foto e la condanna
A Sankt Moritz c’è neve anche d’estate. Il 3 giugno 1954 il Giro d’Italia arriva fin lassù, tra alberghi di lusso e ghiacciai. Sul palco delle premiazioni sale, come sempre, lui: Fausto Coppi: non un semplice campione, categoria affollata in quella stagione del ciclismo ancora eroica eppure già modernissima. È il Campionissimo e in mano ha il mazzo di fiori di rito. Davanti a sé, la schiera dei fotografi, dietro le spalle, un Paese intero che lo venera.
O quantomeno mezzo, quello che non si riconosce in Gino Bartali, non meno grande, ma ormai nella sua stagione calante. In quella festa, in mezzo a quella normalissima bolgia, Coppi compie un gesto che sembra innocuo e invece farà esplodere una bomba: scende un gradino, si avvicina al bordo del palco e porge quei fiori a una donna avvolta in un montgomery chiaro come la neve. Un movimento imprevisto dal cerimoniale, che attira l’attenzione del cronista francese dell’Équipe, Pierre Chany. La scena finisce sul giornale, la donna misteriosa, diventa “La dama Bianca”.
La storia che non doveva esistere
È interessante notare che la foto reale, quella che fissa il momento, in realtà non esiste. Ma l’articolo, e tutto quello che ne verrà fuori, la stamperanno comunque nella memoria degli italiani. In quel momento, un paese che sta uscendo dal passato scopre una storia d’amore che va avanti da anni, ed esattamente dal 1948, quando Giulia Occhini e Fausto Coppi si conoscono a Varese. Galeotta è la passione ciclistica del dottor Enrico Locatelli, medico condotto, che sfrutta l’indubbia avvenenza della moglie per tagliare la calca e procurarsi un autografo del Campionissimo. I due si conoscono così, tra un notes e una penna, in mezzo a migliaia di persone, ed è in quella situazione improbabile che scocca la scintilla, che diventerà relazione epistolare, e poi molto altro. È una relazione impossibile per l’Italia dell’epoca. I due sono entrambi sposati con figli. Coppi ha una moglie, Bruna, e una bambina; Giulia ha due figli.
Nel 1953, le cose sono già notevolmente avanti, Fausto e Giulia passano la prima estate insieme, a Capri, come amanti non troppo clandestini. Nello stesso anno lei appare per la prima volta al suo fianco in pubblico ai Mondiali di Lugano, dove Coppi trionfa. È ancora “una signora qualunque” per i giornali, ma la bomba sta per scoppiare, anche perché nell’Italia del tempo l’adulterio è ancora un reato: materia da tribunale penale.Al traguardo della tappa svizzera del Giro ’54, Giulia è lì, e non fa nulla per nascondersi, con quel montgomery bianco che la rende impossibile da ignorare. Coppi prende il mazzo di fiori della vittoria e lo porge a lei. Tutti sanno tutto, ma sanno anche che non è il caso di farne pubblicità. Ci penserà, appunto, Pierre Chany, francese, che del mondo di trasgressioni e di silenzi italiani si intende poco. Scrive sull’Équipe un pezzo che esplode in modo assordante nel silenzio.
“Vorremmo sapere di più di quella dame en blanc che abbiamo visto vicino a Coppi”
Pierre Chany, L’Equipe
Improvvisamente, è lo scandalo. La stampa italiana, ormai libera di parlare, raccoglie, moltiplica e soprattutto punta il dito. Le trasgressioni sono merce comune, finché non diventano pubbliche, e quindi impossibili da ignorare e nascondere: è quello il peccato che non si può perdonare. La Occhini viene aggredita, spolpata: è una tentatrice, una rovinafamiglie. Nella pubblicità di quell’amore “proibito”, cade tutto un mondo di maschere e di convenzioni, e a pagarne il prezzo è, come spesso accade, una donna.
Due campioni, due Italie
È un’esplosione alimentata anche dalla passione sportiva, che mette in rilievo la profonda separazione tra due Italie. Da anni Coppi e Bartali non sono solo due campioni: sono le maschere di due culture nemiche. Ginaccio, il grandioso campione toscano, è il campione di un mondo tradizionale, legato alla parrocchia. Coppi, è quello dell’Italia laica che guarda avanti. Non sono proprio Peppone e Don Camillo, ma nel loro dualismo c’è anche qualcosa del genere.

Nel turbine delle risse da bar, decide di infilarsi anche la Chiesa, con Pio XII che condanna apertamente la relazione. La stampa cattolica alza il tiro e trasforma Giulia in un simbolo di disordine morale. Ma non finisce così: ci si metteranno anche la politica e poi la legge. Il marito di Giulia, Enrico Locatelli, ormai al centro di uno scandalo nazionale, decide di fare quello da cui si era astenuto per anni: denuncia l’adulterio e l’abbandono del tetto coniugale. I carabinieri decidono di cogliere la coppia in “flagrante concubinato” ma la perquisizione notturna fallisce. Il materasso viene comunque testato e trovato “ancora caldo”. Nel settembre 1954 Giulia viene arrestata e trascorre alcuni giorni nel carcere di Alessandria, prima del processo, che la condannerà a tre mesi con la condizionale e al domicilio coatto presso una zia di Ancona. Coppi è giudicato “complice in adulterio” (il Codice è talvolta meglio di una barzelletta, con le sue definizioni giuridiche), condannato a due mesi e al ritiro del passaporto. Niente più gare né escursioni all’estero. I due sono però capetoste, e non hanno nessuna intenzione di arrendersi. Recuperato il passaporto, Fausto vola in Messico con Giulia e la sposa. In Italia non esiste il divorzio, né alcuna speranza di vedere riconosciuto il matrimonio, che però c’è stato. Il figlio Angelo Fausto nascerà a Buenos Aires: per Giulia è l’unico modo per potergli dare il cognome del padre e non quello del marito “legale”. È una doppia sfida all’Italia codina e moralista, che -al contrario degli avversari in montagna- tiene duro, continua a fiatare sulle spalle del campione e della moglie che si è scelto, e non ha nessuna intenzione di mollare. È ancora l’Italia dove una storia così può finire in carcere e dove il “delitto d’onore” è un istituto giuridico riconosciuto, come nell’Italia della Baronessa di Carini. Coppi e Giulia Occhini affrontano quel paese con coraggio, perdono tutte le loro battaglie. Eppure qualcosa comincia a muoversi. L’articolo sull’adulterio viene dichiarato incostituzionale solo nel 1968, otto anni dopo la morte misteriosa del Campionissimo. Il delitto d’onore sarà cancellato nel 1970. Poi, grazie alle spallate di Marco Pannella e Loris Fortuna, arriverà anche il divorzio, dopo una lunga battaglia che schiera in prima linea Amintore Fanfani. Una sconfitta che concluderà di fatto, la sua carriera.

Per molti anni abbiamo visto l’Italia cambiare sotto i nostri occhi, abbiamo partecipato alla sua trasformazione con passione, in certi momenti con gioia. Da qualche tempo, noi di Boomerissimo, cominciamo a chiederci se tutto quello che abbiamo creduto non sia stato per caso un’illusione ottica. I tabù sono sempre lì, solo che li chiamiamo diversamente. In certi casi si sono rovesciati, ma in altri nemmeno questo. Il delitto d’onore è tornato, anche se non sul codice. La sessuofobia e le parole proibite sono sempre lì, hanno solo cambiato costume. A bacchettarci, a censurarci, a metterci all’indice, non è più la stampa cattolica, sono i social network, con le loro regole visibili e invisibili, il politically correct. La foga di segnare il territorio e di additare al pubblico disprezzo chi non si uniforma è rimasta esattamente la stessa di quel 1954. O almeno così pare a noi.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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