Come i rotocalchi degli anni Sessanta trasformavano pettegolezzi e fotografie rubate in scandali nazionali. Il caso Pasolini e non solo.
Roma, 1961. Pier Paolo Pasolini cammina per le strade della periferia con quel suo passo da uccello inquieto. È un artista di cui, per limiti miei, mi sfugge la grandezza. Memorabili le serate passate a vedere il più brutto dei film di Totò, Uccellacci e Uccellini, l’unico ammesso in casa mia. Da incubo, sempre a giudizio di uno che non è un intellettuale e di queste cose non capisce niente, Il Vangelo secondo Matteo.

Ma questo non conta nulla. Per quell’Italia metà arcaica e metà in boom, metà contadina e metà consumista, Pasolini è il nemico da abbattere. E non per demeriti artistici. Pochi giorni dopo, in edicola, il suo volto appare deformato da un titolo che grida e lo addita, senza dire. La forma più feroce di character assassination. Non è la prima volta e non sarà l’ultima: da quando ha pubblicato Una vita violenta, Lo Specchio e Il Borghese lo tengono sotto tiro con una costanza quasi burocratica. Fotografi appostati, allusioni pesanti, ricostruzioni di serate al Pigneto o a Termini. Non serve un processo. I rotocalchi hanno già scritto la sentenza in copertina. La giuria popolare dei lettori sottoscrive la condanna.
La macchina del fango
Quella che oggi, non sempre a ragione, si definisce “macchina del fango”, in quei primi anni ‘60 è un’industria, con il suo aspetto economico e un non trascurabile rilievo politico. I settimanali scandalistici degli anni Cinquanta e Sessanta non improvvisano nulla, seguono un business plan.

È uno degli effetti non previsti della Legge Merlin del 1958, le case chiuse sono chiuse per davvero e il sesso si sposta per le strade. Diventa il soggetto di obiettivi e pubblicazioni che non si fanno scappare nulla, e nel dubbio inventano, scrivendo a soggetto, intorno a una realtà che è ricca di spunti. Pasolini è il bersaglio perfetto: comunista sospetto anche per i comunisti, omosessuale, cattolico eretico. Pasolini vende, e nello stesso tempo il suo linciaggio ammaestra i lettori sui confini della morale accettabile e su cosa succede a chi li supera. A dargli la caccia più sistematica sono due rotocalchi di destra, Lo Specchio e Il Borghese, che a colpi di corsivi e titoli da bar sport ne fanno un tema quasi quotidiano. Il caso Montesi, che Boomerissimo ha già trattato, è una variante impazzita di questo stesso meccanismo. Una bomba che a un certo punto non si capisce più chi stia colpendo. Nessuno paga, per il “pediluvio mortale” di una ragazza, tranne i testimoni e un ministro democristiano indotto a dimettersi dalle onde sismiche di uno scandalo che coinvolge suo figlio.
Il barone e le Cronache Bizantine
Lo Specchio merita un discorso a parte. Fondato nel 1958 è diretto da Giorgio Nelson Page: cittadino americano, ex fascista, uno che sapeva benissimo come si costruisce un personaggio e come lo si demolisce. Page importa in Italia i modi del giornalismo d’inchiesta a stelle e strisce, li mixa con il gossip hollywoodiano di Confidential e lo applica al pettegolezzo di alto bordo.

Due rubriche rappresentano il marchio di fabbrica: “Cronache Italiane”, firmata da Giulio Attilio Schettini, e le più celebri “Cronache Bizantine”, a firma del barone Enrico de Boccard e di Giacomo Alexis. Un barone che scrive di gossip: la sintesi perfetta dell’Italia del boom, un po’ feudale, un po’ americana. Proprio da quelle pagine escono i primi ritratti della Dolce Vita, ancora prima che Fellini le dia un nome: salotti romani, attricette, divi di Hollywood in vacanza lungo via Veneto, a Capri, a Cortina. Il giornale era conservatore, più a destra del governo centrista, e ancor più di quelli di centrosinistra. Ma la politica si mescola con il pettegolezzo mondano. Anzi, i due registri, politica e alcova, sono complementari. C’è una distinzione che i lettori di allora conoscono bene, pur abbeverandosi su entrambe le sponde: quella tra inchiesta e veleno. Il caso Montesi è, nella sostanza, un’inchiesta vera e persino necessaria. I toni sono popolari, eccessivi. Ma di mezzo c’è un cadavere e una storia su cui nessuna delle autorità sembra veramente intenzionata a fare luce. Molto diversi sono i “si dice” su un ministro fotografato al tavolino sbagliato, o su una porta secondaria del Quirinale. Si tratta di un altro genere: pettegolezzo travestito da cronaca, senza vittima e senza verifica, che serve solo a logorare un’immagine o a regolare conti politici, spesso dentro la Democrazia Cristiana, il partito-stato. I rotocalchi mescolano i due registri senza nessuna casualità. Al lettore, in fondo, la differenza interessa fino a un certo punto. I rotocalchi, con le loro tirature impressionanti rispetto ai numeri asfittici e moribondi di oggi, vendono indignazione ed eccitazione in parti uguali, e questo è quanto.
Il meccanismo è spesso identico, ripetuto all’infinito: una foto sfocata scattata da un paparazzo pagato per appostarsi, un dossier fatto girare da chi ha convenienza a farlo girare, un titolo che emette la condanna senza che nessuno si preoccupi se dei fatti esistono. La fotografia è la prova regina. Deve esistere, non importa se mostra qualcosa. Basta un’immagine giusta, nel contesto sbagliato, per lanciare un’accusa che nessun tribunale potrebbe mai certificare, né levarti di dosso. Il rotocalco si prende il ruolo che la Chiesa ha occupato per secoli nella vita privata degli italiani: giudica, condanna, assolve, impone penitenze.
Dal sottinteso alla pornografia
Negli anni Settanta il mondo dei rotocalchi cambia di nuovo pelle. La liberazione sessuale, più sognata che praticata, sulle pagine è invece una realtà piuttosto evidente. Le Ore, nata nel 1953 come rivista di attualità cinematografica che racconta le dive del momento, da Sophia Loren a Gina Lollobrigida e Claudia Cardinale, rivista popolare ma “alta” che vanta persino una pagina culturale firmata dal poeta Salvatore Quasimodo, chiude nel 1967.

Riapre nel 1971 in una veste completamente diversa: rivista erotica, prima soft, con i punti “caldi” coperti e niente scene di sesso. Ma poi fiuta l’aria e si fa, sempre più sfrontata, fino a diventare totalmente pornografica nel 1977, quando la normativa sul buon costume si allenta e il rischio di finire dietro le barre diventa più remoto. Lo stesso percorso, scuote tutto il settore. Il carcere è più improbabile, ma le riviste, ora senza più freni, si sequestrano a tonnellate. Nascono nuove testate come Playmen, e un cinema, diciamo così, “di genere” che porta sullo schermo tutto quello che i rotocalchi avevano già raccontato a parole, e anche molto di più. Il Sessantotto e la crisi della morale cattolica tolgono il freno. Il mercato, è il caso di dire, tira all’impazzata.
Fingere di scandalizzarsi
Per noi che abbiamo memorie di ferro, e viviamo con vigoroso interesse anche la contemporaneità. C’è un parallelismo che salta agli occhi, ripercorrendo quelle pagine ingiallite, quasi ingenue. Il rotocalco degli anni Sessanta faceva, con i mezzi industriali del tempo, quello che oggi fanno gli algoritmi: seleziona la morbosità collettiva, la nutre con materiale ambiguo, crea il conflitto, lo moltiplica. È l’engagement, che oggi fa clic e nel 1960 ha il suono delle monetine sul piattino dell’edicolante. Ma nulla cambia nel meccanismo. Non servono fatti, prove, storie. Basta l’allusione. Oggi è un hashtag, allora era un titolo, o un occhiello, sempre lo stesso. Per esempio “Pasolini”. Una macchina infernale, travestita da libertà e da conoscenza. Dannatamente moderna. O forse eterna, e probabilmente immortale.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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