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Il caso Montesi

Italia Guardona – Wilma Montesi, cold case al centro del potere

Una ragazza di 21 anni viene trovata morta sulla spiaggia di Torvaianica nel 1953. Quello che sembrava un incidente banale fece tremare i vertici della Democrazia Cristiana.

Siamo sulla spiaggia di Torvaianica, sabato 11 aprile 1953, vigilia di Pasqua. L’aria è ancora fresca, il mare mosso. Un operaio che va al lavoro nota qualcosa sulla battigia: un corpo riverso, a pancia in giù, la testa nell’acqua che va e viene. Indossa ancora i vestiti della sera prima, ma qualcosa non torna. Mancano scarpe, gonna, reggicalze. Intorno, solo il rumore delle onde e il vento che spinge la sabbia.

Il caso Montesi
Wilma Montesi, un pediluvio mortale – Boomerissimo.it®

Qualche ora dopo, a Roma, in via Tagliamento 76, una famiglia si sveglia con il cuore in gola. Wilma non è tornata. Ventun anni, bella, riservata, fidanzata con un agente di polizia in servizio a Potenza. Aveva detto che usciva a fare due passi. Niente di più.

“Sincope da pediluvio”

Il corpo viene identificato. Wilma Montesi, figlia di un falegname, con qualche sogno di cinema in testa e il corredo già pronto per le nozze di Natale. L’autopsia è rapida: “sincope dovuta a pediluvio”. Avrebbe mangiato un gelato, si sarebbe tolta le scarpe per rinfrescarsi i piedi nell’acqua fredda durante il ciclo, sarebbe svenuta e annegata. Il corpo spostato dalle correnti. Caso chiuso. Ma l’Italia non ci crede. O meglio, non vuole crederci. E fa benissimo.

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La scena del crimine a Torvaianica – Boomerissimo.it®

Pochi mesi dopo, su un piccolo settimanale scandalistico di Roma, esce un racconto diverso. Adriana Bisaccia, una ragazza che dice di conoscere certi ambienti, racconta di una serata a Villa Capocotta, la tenuta del marchese Ugo Montagna vicino a Castel Porziano. Festino, alcol, forse droga. Wilma sarebbe stata lì. Avrebbe avuto un malore. E il corpo sarebbe stato portato sulla spiaggia per non creare fastidi e problemi  ai potenti che quella sera erano ospiti.

È un paese fatto così, che fa ancora i conti con le ristrettezze drammatiche della ricostruzione, ma comincia a sognare in grande. Un’Italia democratica, per fortuna di tutti, ma ancora feudale. Comandata, più che guidata, da un potere che non si deve toccare. Non so quanto sia cambiata, ma era certamente così in quel 1953, in cui la smania guardona di un paese da rotocalco grattava alla porta di stanze che non si potevano, e non si dovevano, aprire.

Il Cigno Nero

Il nome che circola più di tutti è quello di Piero Piccioni. Musicista, compositore di colonne sonore, figlio di Attilio Piccioni, uno degli uomini più potenti della Democrazia Cristiana, vicepresidente del Consiglio, in lizza per incarichi ancora più alti. Piero, en passant, è anche il compagno di Alida Valli, una delle dive più ammirate del momento. Entra in scena la vera protagonista di tutta la vicenda: Maria Augusta Moneta Caglio, che i rotocalchi ribattezzano subito “il Cigno Nero” per i capelli scuri e il collo lungo. È l’ex amante del marchese Montagna. Amante molto ex e molto arrabbiata, è lei la donna che rompe il silenzio. Racconta ai magistrati e poi in aula di festini a Capocotta, di droga che gira tra ospiti illustri, di un rapporto torbido tra Montagna e ambienti della polizia romana. Ma soprattutto fa un nome e un’accusa precisa: indica in Piero Piccioni l’uomo responsabile della morte di Wilma, e in Montagna il regista della messinscena che ha spostato il corpo da Capocotta a Torvaianica. Non è una testimone qualunque che aggiunge dettagli: è quella che trasforma un’ipotesi da rotocalco in un atto d’accusa formale.

Trema il governo

L’effetto è immediato. L’indignazione pubblica per le sue dichiarazioni è tale che i giudici rinviano a data da destinarsi il processo per diffamazione a carico del giornalista che per primo aveva avuto il coraggio di scrivere della pista Capocotta. Le indagini vengono riaperte da zero. Basta con i pediluvi letali. A occuparsene è il giudice istruttore Raffaele Sepe, che apre anche un’inchiesta amministrativa sull’operato della polizia romana: il questore che aveva chiuso il caso in cinque giorni con la tesi grottesca del gelato letale  finisce lui stesso sotto accusa.

Il caso Montesi
Il caso Montesi sui rotocalchi – Boomerissimo.it®

Il caso Montesi non è più una morte. È uno scandalo nazionale. I rotocalchi impazziscono. La stampa si divide: chi difende la versione ufficiale del “pediluvio fatale” e chi vede complotto dell’alta società romana. Attilio Piccioni si dimette da ministro degli Esteri nel settembre 1954. Suo figlio Piero viene arrestato insieme a Montagna e al questore di Roma. L’Italia intera parla di Via Veneto, di Capocotta, di “capocottari”, di élite che si diverte mentre predica moralità cattolica.

Colpo di teatro: Alida Valli parla

Il processo si sposta a Venezia per non subire pressioni. Cinque mesi di udienze, decine di testimoni, migliaia di pagine. E qui arriva il colpo di scena che rimette in piedi Piero Piccioni: sul banco dei testimoni sale Alida Valli in persona, e giura che il suo compagno era con lei fuori Roma nei giorni intorno alla morte di Wilma.

Il caso Montesi
Alida Valli, la testimone chiave – Boomerissimo.it®

Era rientrato in città solo nel primo pomeriggio dell’11 aprile con la febbre alta. A sostegno, si fanno avanti un medico che dice di averlo visitato quella sera stessa per una laringite e un infermiere che conferma di avergli fatto un’iniezione a domicilio. Se l’alibi è costruito, come molti pensano, il cast — quantomeno – è di prim’ordine. Il verdetto arriva il 28 maggio 1957: tutti assolti. Piero Piccioni “per non aver commesso il fatto”. Montagna e il questore “perché il reato non sussiste”.

Condanne comode

A essere condannati sono solo quelli che avevano raccontato una storia che l’Italia non doveva conoscere. Il giornalista, quello che aveva acceso la miccia dei festini,  e Adriana Bisaccia la ragazza che aveva visto Wilma, vengono condannati per calunnia; Moneta Caglio, la donna che aveva messo tutti nei guai, viene invece assolta. Il cuore del caso, però, resta irrisolto quanto il primo giorno.

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Wilma Montesi diventa il primo cold case famoso della Repubblica. Una ragazza di origini modeste finita al centro di una partita più grande di lei: lotte di potere dentro la DC, uso politico dello scandalo, media che fiutano il sangue e lo trasformano in spettacolo. L’Italia degli anni Cinquanta è bigotta, moralista, ancora ferita dalla guerra, e ha una fame feroce di storie. I rotocalchi vendono copie a palate raccontando quello che tutti bisbigliano nei salotti e nei bar: che i potenti hanno una vita parallela, che il sesso e la droga esistono anche tra chi predica la famiglia e la Chiesa. O forse soprattutto lì.

Un’Italia che guarda e una morte più che sospetta – Boomerissimo.it®

E le donne? Spesso sono comparse o capri espiatori. Wilma viene descritta a volte come innocente fidanzata, a volte come aspirante attrice un po’ mondana (e sappiamo cosa questo voglia dire). Moneta Caglio, che pure aveva avuto il coraggio di accusare pubblicamente un rampollo della DC, esce dal processo etichettata come amante gelosa e isterica più che come una testimone; Adriana Bisaccia finisce condannata proprio per aver parlato. Il messaggio che il Paese trattiene da tutta la vicenda è semplice: le donne che raccontano vengono processate quanto gli uomini di cui parlano. Ma a essere condannate sono solo loro. Settant’anni dopo, il corpo di Wilma sulla spiaggia di Torvaianica continua a dirci qualcosa di noi. L’Italia Guardona, quella del 1953, guardava dal buco della serratura di Capocotta scandalizzandosi a ogni rivelazione dei rotocalchi. Il potere tremava. Nessuno (a parte i testimoni) pagava. Siamo cambiati, o siamo ancora lì? Non è una domanda retorica, ma vera, che ci facciamo insieme a tutti i lettori di Boomerissimo.it®.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it

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